Sabato 3 GIUGNO 2000

  L’addio di Ultimo dai Carabinieri

  L’ INVESTIGATORE E IL BUROCRATE

 

Di Ernesto Galli Della Loggia

“Non abbassare la guardia”: da trent’anni ad oggi nella retorica pubblica italiana poche altri frasi hanno avuto più largo uso di questa. Applicata a ogni circostanza possibile immaginabile (dall’impegno contro il terrorismo a quello per risanare i conti pubblici), la frase ha però conosciuto la sua massima fortuna nell’ambito del contrasto dello Stato contro la criminalità organizzata, in particolare contro la mafia. Ricordate quante volte il magistrato Giancarlo Caselli, appunto, o il sindaco Leoluca Orlando e tanti altri come loro, specializzati nel richiamo alla pubblica vigilanza contro l’onorata società, ci hanno ripetutamente avvertiti in tutto questo tempo, alla minima occasione, che stavamo rischiando di “abbassare la guardia”? Bastava che per un sostituto procuratore si ventilasse la possibilità di essere spostato da una sede a un’altra non di suo gradimento, che una rogatoria internazionale subisse qualche ritardo o qualche inciampo, bastava poco perché il grido ammonitore ci arrivasse immediato e perentorio:”In questo modo si abbassa la guardia!”, “guai ad abbassare la guardia!”.

E invece nei giorni scorsi – quando forse c’era motivo che qualcuno lo levasse – quel grido non si è sentito. Almeno all’apparenza, infatti, nessuno ha trovato nulla da ridire, il minimo allarme da lanciare, per l’allontanamento dalla Sicilia e dal suo incarico del capitano (ora per la verità maggiore) Ultimo, nonché per il definitivo scioglimento del suo piccolo Reparto investigativo.

Ultimo, come si sa, è un soprannome, e per quel che mi riguarda continuerò a chiamare così, solo con il suo soprannome, quel valoroso ufficiale dei carabinieri, nonostante che ora, grazie a un incredibile comunicato dell’Arma di qualche giorno fa, tutti, ma proprio tutti, anche i mafiosi, ne conoscano a menadito il nome, il cognome e forse anche l’indirizzo. A dire i meriti di Ultimo basta poco, anche perché – con il solito eccesso di enfasi – ci ha già pensato da tempo la televisione che ne ha popolarizzato le imprese grazie ad un serial romanzato. Basti qui dire nell’ambito dell’attività del Reparto operativo speciale (Ros) dei carabinieri, Ultimo e i suoi uomini hanno servito per anni lo Stato italiano in una delle posizioni più pericolose e difficili: dando la caccia sotto mentite spoglie ai grandi boss latitanti di Cosa Nostra. L’arresto di Totò Riina è stato per l’appunto opera di questi uomini. Il cui mondo morale, le cui idee e anche i metodi di indagine ci sono stati raccontati in un bel libro scritto a suo tempo da Maurizio Torrealta. Dei metodi colpiva soprattutto il pronunciatissimo carattere informale, lo spazio dato all’iniziativa e all’inventiva dei singoli, ma soprattutto la decisioni di questi di operare come pesci nell’acqua, in sostanza costituendosi come un gruppo segreto di indagine, e di entrare anch’essi in clandestinità per meglio scovare i delinquenti. L’etica del guerrigliero, impastata a un vero e proprio empito populista, ispirava l’ideologia di questo piccolo gruppo e del suo capo che come eroi personali diceva di avere il Che, Rommel e il Generale Dalla Chiesa.

Ce n’era abbastanza, come si capisce, per fare alzare il sopracciglio a più di un burocrate prudente, a più di un politico avveduto o di un militare carrierista. Così al Comando dell’Arma devono aver pensato che quell’ufficiale e i suoi uomini erano troppo autonomi, troppo incontrollabili, troppo incuranti di cautele e di rispetti per continuare a tenerli in campo.

Del resto considerazioni più o meno analoghe devono aver avuto corso un anno fa, presso lo stesso comando, quando anche il Ros subì un obiettivo, drastico ridimensionamento e perse quello che ne era diventato il capo storico e l’animatore, il Generale Mori.

Lo sappiamo: in questo genere di faccende i retroscena sono tutto, e tutto si spiega con i retroscena. Così come sappiamo bene – o perlomeno sospettiamo fortemente – che in tali restroscena svolga un ruolo fondamentale la politica: le gelosie, le paure, le preferenze dei partiti, dei loro capi, dei ministri.

E dunque è facile immaginare che con ogni probabilità se il Ros è stato ridimensionato, se Ultimo è stato mandato a casa, ciò è avvenuto perché così imponeva il delicato e complesso equilibrio del potere politico-militare di cui anche l’Arma dei carabinieri è parte, come lasciava intravedere il burocratico comunicato di chiarimento del comando generale dell’Arma con il quale si parlava dei rinforzi per Ultimo, ma solo a tempo determinato.

Ma sappiamo pure – e credo che molti italiani siano d’accordo – che se quella contro la mafia è una vera guerra – e sicuramente per molti aspetti lo è – ebbene, allora le guerre vere è con gente come Ultimo, come i suoi uomini, come il Ros che si vincono. Non con i magistrati armati di codice che poi, per supplire alla pochezza tecnica delle loro armi legali, le estendono e le sforzano finendo inevitabilmente nella trappola dei falsi pentiti, dei “teoremi” e di quant’altro.

Anche perché le guerre vere hanno bisogno di simboli, di eroi: di eroi vittoriosi che segnino per la comunità il momento della riscossa, della rivincita. Solo quando abbiamo visto Totò Riina ammanettato e costretto a rispondere dei suoi crimini, soltanto allora la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa, sono diventate qualcosa d’altro di una nobile testimonianza individuale di coraggio e di spirito di sacrificio, bensì ci sono apparse come l’inizio di una decisiva battaglia della comunità nazionale contro alcuni dei suoi più feroci nemici.

Oggi la mafia fa meno paura, e siamo più determinati a combatterla grazie anche – o forse soprattutto – a quell’arresto, a quella e a tante altre vittorie sul campo riportate da uomini come il maggiore Ultimo.

Nel momento in cui – per noi inspiegabilmente – gli viene impedito di continuare a combattere e a vincere, gli vada almeno il nostro grazie.

Ernesto Galli Della Loggia