Il Corriere della Sera
30 Ottobre 1999
Trasferiti in provincia i super detective del comandante “Ultimo”. E uno di loro fa ricorso al TAR
Ad
“Arciere“ hanno
sfilato frecce e
faretra. Hanno
spento il sorriso.
Hanno sottratto i
marciapiedi di
Palermo, la puzza di
nicotina fredda dei
bar di Bagheria, le
insonni notti di
caccia nel vano di
un furgone spia, sul
sedile di qualche
vecchia fiat uno
civetta. Ad
“Arciere” hanno
infilato la divisa
“dell’Arma
territoriale”,
allungato una
bandoliera,
consegnato un
blocchetto per le
multe ad auto in
sosta vietata, le
chiavi dell’alfa
per il giro dei
mercatini, la
valigetta con il
palloncino per la
prova etilica del
sabato sera nel
nulla che si
affaccia oltre la
malinconica stazione
di Pinerolo. Ancora
oggi – e per
sempre – il nome
di battesimo di
“Arciere” come
quello del suo
fraterno ex
comandante
“Ultimo”, dei
suoi compagni
“Vichingo”,
“Pirata”,
“Oscar”,
“Omar”,
“Nello”,
“Ombra”, “gli
ultimi degli
ultimi”, con la
sola missione di
ammanettare i
“primi tra i
primi” dei
latitanti di mafia,
non possono e non
potranno essere
scritti. Per Cosa
Nostra, dall’alba
del 15 gennaio del
’93, quando
afferrarono il collo
tozzo del Capo dei
Capi di Cosa Nostra
Totò Riina sono
“morti che
camminano”. Ma il
destino di
“Arciere”, come
dei suoi ex compagni
di caccia, quello si
che vale la pena di
raccontarlo. A 37
anni e 2 milioni e
mezzo al mese come
vuole il suo grado
di maresciallo, con
una moglie e due
bambine piccole,
“Arciere” non
solo non è più
l’orgoglio del Ros,
il Raggruppamento
Operativo Speciale
dei Carabinieri. Non
è più nel Ros.
“Trasferito di
ufficio” dal
Comando Generale,
stritolato da una
burocrazia militare
dalla memoria corta,
che ha deciso di
fare a meno di tipi
come lui. Trasferito
come gli altri
“invisibili” di
questa storia,
“Vichingo”,
“Pirata”,
“Oscar”,
“Omar”,
“Nello”,
“Ombra”. Anche
loro, dietro a una
scrivania o a
qualche ladro di
polli. Ora,
“Arciere” va
chiedendo giustizia
di fronte a una
sezione del Tar del
Lazio. Sperando non
in un giudice a
Berlino, ma in
un’ordinanza che
cancelli,
annullandolo, il suo
castigo dorato. Ha
tirato fuori di
tasca propria 5
milioni perché
qualcuno si convinca
a restituirlo
all’unica cosa che
sa e ha dimostrato
di saper fare: la
caccia. Quella che
in un giorno del
febbraio scorso
scoprì
improvvisamente di
non dover più fare.
In quel brutto
inverno, il generale
Mario Mori aveva
lasciato il Ros da
qualche settimana,
promosso dal Comando
generale a direttore
della scuola
Ufficiali
dell’Arma. A
“fare il preside
di scuola” come
dicono con amaro
sarcasmo i molti
amici che gli sono
rimasti.
“Arciere” era
stato via da casa 4
mesi e mezzo,
sbattendosi sui
marciapiedi in
un’operazione
antidroga da 120 ore
di straordinario al
mese. Di Mori aveva
saputo a cose fatte.
Come del suo
trasferimento. Dal
’93, dopo la
cattura di Riina,
era al Ros di
Torino. Perché lì
era la moglie, lì
la più grande delle
sue due figlie, che
la caccia al “capo
dei capi” gli
aveva reso quasi
estranea. In quel
brutto febbraio,
dunque,
“Arciere” aprì
la lettera che
arrivava dal
Comando. Pensò
ingenuamente ad
auguri di buon
lavoro del nuovo
comandante del Ros,
il generale Sabato
Palazzo. Si
sbagliava. In poche
righe veniva
informato che era
stata avviata la sua
procedura di
trasferimento di
ufficio, che il suo
matrimonio con il
Ros era da
considerarsi
sciolto, e che
dunque, se ci
teneva, poteva
indicare una
destinazione
gradita. Perché lo
mandavano via?
“Arciere2 decise
di aspettare. Voleva
parlare con il
generale Palazzo.
Voleva capire. A
Maggio, Palazzo
arriva in visita a
Torino. Negli uffici
del Ros,
“Arciere” si
irrigidisce
sull’attenti.
Chiede spiegazioni.
Al “ragazzo”
viene detto che la
sua irrequietezza,
le sue ripetute
richieste di
trasferimento degli
ultimi anni, hanno
convinto il
comandante del Ros
di Torino, Casale, a
stilare una diagnosi
di “calo di
motivazione” e che
dunque il reparto può
fare a meno di lui.
<Ma come,
Casale?. Proprio
Casale, l’ex
compagno di corso di
“Ultimo”?>
“Arciere” prova
a spiegare. Nel
’98, aveva chiesto
si di andare, ma al
nucleo di polizia
giudiziaria di
Torino. “Per fare
indagini, capisce
signor generale?”.
“E la richiesta di
trasferimento al
Battaglione,
allora?”.
“Arciere”
rintuzza: “E’
vero, signor
generale, ma quella
richiesta l’ho
ritirata poco
dopo averla fatta.
Mi era nata la mia
seconda bambina. Mia
moglie non riusciva
ad avere il
part-time con il
lavoro. Chi stava in
casa con le bambine?
Poi il problema si
è risolto e io sono
rimasto al mio
posto.” Palazzo
allarga le braccia:
“Ormai, il suo
trasferimento è
nelle mani del
Comando
Generale….”.
Riina, i giorni a
Palermo, gli eroi
del Ros. Tutto
evaporava in una
nuvola di angoscia,
gonfia dell’aplomb
della Burocrazia
militare. Ma è
testardo
“Arciere”. E
brandendo la legge
sulla trasparenza
amministrativa
chiede al Comando
generale di poter
prendere visione del
contenuto del suo
fascicolo personale.
Che era successo in
quei mesi del ’98?
Quando riceve copia
delle sue “note
caratteristiche”
scopre come la
burocrazia possa
uccidere con un
aggettivo. In più o
in meno. Nel sua
caso, addio ai
superlativi. Ma si,
l’uomo che ha
afferrato il collo
di Riina, che si è
perso per strada i
primi due anni di
vita di sua figlia,
ha dimostrato negli
ultimi tempi
“condizionata
disponibilità al
lavoro”, “minore
motivazione”.
Peggio, per il
Comando non vale più
neanche come
potenziale “agente
sotto copertura”.
Una di quelle
attitudini che
decoravano il suo
fascicolo, e che, in
quel ’99, sparisce
di incanto. E questo
nonostante l’Arma,
proprio alla fine
del ’98 lo avesse
selezionato tra i 5
eletti ammessi a un
corso della sezione
antidroga per
addestrarsi in
quell’ultima
frontiera
dell’investigazione.
<Si riposi,
“Arciere”. E sia
contento, ora è
vicino alla sua
famiglia. Si
riposi…>.
Quelle parole lo
martellano e nella
prima decade di
Settembre, quando
arriva nella
stazione di Pinerolo,
a chi tra i suoi
commilitoni gli
dipinge il
rassicurante tran
tran
della
stazione risponde:
“E’ come se a
uno che è sempre
andato per mare
chiedessero se è
contento di stare
sulla riva del lago
di Avigliana”.
“Parla,
racconta”, gli
suggerisce qualcuno.
Ma “Arciere” non
può parlare. Non può
dire nemmeno il suo
nome. Perché così
ha deciso quel 15
Gennaio ’93, perché
così impongono
l’incolumità
delle sue bambine e
di sua moglie e una
circolare sul
riserbo e la
disciplina del
Comando Generale. E
allora è
l’avvocato del
Foro di Roma
Antonino Galletti,
il suo legale, che
chiede al Tar del
Lazio di restituire
ad “Arciere”, se
non frecce e
faretra, almeno la
dignità, che dice
forse quello che si
agita nel cuore del
suo assistito:
“Faccio
l’avvocato
amministrativista e
mi occupo di norme.
Ma se volete sapere
la verità, una cosa
ho capito di questa
storia. Qui le norme
c’entrano poco. Il
trasferimento di
“Arciere”, come
quello di altri
ragazzi che quella
mattina afferrarono
Riina e che mi onoro
di assistere, è una
questione politica.
Che ha a che fare
con le nuove linee
strategiche decise
dal Comando Generale
dopo la cosiddetta
promozione di Mori.
Questa è la verità”.
Che “Arciere”
riposi dunque. Con
“Vichingo”,
“Pirata”,
“Oscar”,
“Omar”,
“Nello”,
“Ombra”. Ora per
davvero sono gli
“ultimi degli
ultimi”.
“Arciere”
è finito a Pinerolo,
“Vichingo” ad
Asti.
Roma - “Vichingo”, “Arciere”, “Pirata”, “Oscar”, “Omar”, “Nello”, “Ombra”. Il capitano “ultimo” li aveva scelti e aggregati al suo reparto “catturandi” perché erano “gli ultimi tra gli ultimi”. Perché, come nel 1995 avrebbe raccontato a Maurizio Torrealta nel libro “Ultimo”, “era gente con la quale sarei potuto andare ovunque e morire felice”. Il 15 Gennaio del 1993, a Palermo, il Paese li celebrò come eroi, mentre l’immagine di Totò Riina in manette faceva il giro del mondo. Di quella squadra non è rimasto nessuno.Ecco come li ricordò nelle pagine del suo libro l’uomo che li aveva voluti con sé. Ed ecco dove sono finiti oggi, dopo esser stati trasferiti dal “Ros” in “reparti dell’Arma territoriale”.
“ARCIERE”
– “Era appena
arrivato alla
stazione di Milano,
un giovane
vicebrigadiere. Lo
vedevi che lavorava
perché era un
carabiniere e non
perché lo doveva
fare. Anche se era
giovane lavorava così.
Non era considerato
dagli altri
superiori perché
era quel genere di
persona che
obbligava a lavorare
anche loro”. E’
stato trasferito a
Pinerolo.
“PIRATA”
– “Era uno in
gamba. Alla fine se
ne è andato alla
Dia, perché non
avevamo molte
certezze per il
nostro futuro. Ma è
sempre uno di noi.
Quando lo chiamai
con noi faceva i
rilievi durante gli
incidenti stradali.
Vedi con che gente
si fa la guerra. Poi
è diventato un
grande”. Si è
congedato
dall’Arma tre anni
fa.