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ITALIA
DA VIVERE
AIRONE
n. 251
Marzo 2002
CASENTINO:
IL COLORE
DEI BOSCHI
di Antonio
LOPEZ
Un brivido
di foglie.
Il guizzo di
un cervo,
spaventato e
che corre in
lontananza.
Questo è il
Casentino
che ho negli
occhi. Perché
quest'angolo
di
Toscana
montana di
80.000
ettari, di
cui il 60
per cento
coperto di
boschi,
ti stupisce
sempre. È
una una
piccola
regione
collinare
tra Firenze
e
Arezzo,
nobile e
contadina,
dalle linee
morbidi e
verdi,
mantenutasi
viva
intorno al
suo grande
fiume: l'Arno,
che qui
nasce. Ha le
foreste più
note e
rigogliose d'Italia
a
Vallombrosa,
a Camaldoli,
alla Verna,
perché qui,
già
mille anni
fa con i
monaci
camaldolesi,
è nata la
selvicoltura.
Incanta con
i suoi
castelli
(quelli di
Romena e
Poppi, i più
imponenti) e
le pievi
medievali
(quelle di
San Godenzo,
Romena,
Pratovecchio,
Badia
Prataglia),
i
santuari (di
Vallombrosa,
Camaldoli e
la Verna) e
i mulini ad
acqua, le
civiltà del
bosco e
della
castagna,
tramandate
da millenni
dentro quel
ferro
di cavallo
di monti che
dal
Falterona si
allunga, da
nord-ovest a
sud-est,
lungo l'Appennino
tosco-romagnolo
e l'Alpe di
Catinaia e,
a sud, fino
al
Pratomagno.
"Questi
boschi sono
così
rigogliosi
perchè,
oggi come
ieri, c'è
stato chi li
ha saputi
coltivare",
chiarisce
Fabio
Clauser, 82
anni, di cui
60 dedicati
alle foreste
del
Casentino,
prima come
ammimistratore
della
Forestale e
dopo
come
consigliere
del Parco
nazionale
delle
Foreste
Casentinesi.
"Prima sono
stati i
francescani,
i
vallombrosiani
e i
camaldolesi,
la regola
(anno 1080)
di quest'ultimi
difatti
imponeva di
ripiantare
ogni anno
circa 5.000
alberi
e di usare
il ricavato
del legname
venduto per
migliorare
la foresta",
continua il
vecchio
forestale, "poi
dal XV
secolo
furono
affidati
all'Opera
del Duomo,
che fino al
1818 li usò
nella
produzione
di legname
per la
costruzione
del duomo di
Firenze e
per
rifornire
gli arsenali
navali di
Pisa
e di Livorno.
Dopo al
Granducato
di Toscana,
l'ispettore
Carlo
Siemoni in
20
anni fece
mettere a
dimora ben
50 milioni
di
pianticelle.
E, infine,
dal
1914 allo
Stato
italiano,
che ne
affida la
gestione all'azienda
delle
foreste
demaniali".
Clauser è
stato
protagonista
dell'ultimo
grande
rimboschimento
in Casentino
nel
dopoguerra,
almeno 1.000
ettari di
bosco
ripiantati,
e dell'istituzione
nel 1959
insieme all'entomologo
Mario Pavan,
poi divenuto
il primo
ministro
dell'Ambiente
con il
governo
Fanfani del
1982, della
prima
riserva
naturale
integrale
italiana,
quella di
Sasso
Fratino, 113
ettari di
faggeta
secolare sul
crinale
romagnolo
(oggi estesa
alla Pietra,
l'area
integrale
copre 896
ettari). E
con
buonsenso
dice: "Le
guerre
portano
sempre
disastri e
ciò accade
anche in
foresta. La
fame e la
disperazione
fa tagliare
il bosco,
eliminare
gli animali.
Poi dopo il
disastro si
ripiantano
alberi, si
reintroducono
gli animali
e si cerca
di
aiutare la
natura a
fare il suo
corso".
Oggi il
Casentino è
una terra
ricca. Ha 13
comuni,
43.000
abitanti,
una
disoccupazione
sotto il 5
per cento,
una comunità
di
extracomunitari
ben
inserita e
ha nel
bellezza del
territorio
uno dei
volani della
sua
economia.
"Quasi tutti
i nostri
poderi sono
stati
restaurati e
resi
produttivi,
sia in
agricoltura
sia in
zootecnia.
il turismo
va a gonfie
vele: sono
ben 63 gli
agriturismi
e più di un
milione solo
i pellegrini
diretti ai
santuari di
Camaldoli e
della Verna",
spiega l'architetto
Roberto
Mariottini,
42 anni,
presidente
ds della
Comunità
montana del
Casentino,
che da 25
anni per
conto
della
Regione
Toscana
gestisce i
boschi del
demanio
regionale. E
aggiunge:
"L'arrivo
degli
immigrati,
sono il 6
per cento
della nostra
comunità
(africani e
slavi, in
particolare),
inoltre ha
cambiato il
trend
storico del
nostro calo
demografico
e ci
permette di
mantenere in
vita anche
mestieri in
calo, come l'artigianato
del legno".
Il Casentino
conserva
ambienti d'eccellenza
a
Vallombrosa,
nei boschi
dell'Alpe di
Catinaia,
del
Pratomagno e
in quelli
del parco
nazionale,
inaugurato
il 30
ottobre del
1993, che si
è
costituito
intorno ai
5.400
ettari di
foreste
statali e
18.900
regionali:
la sua
superficie
boscata
complessiva
è di
31.222, pari
all' 85,71
per cento
dell'area
protetta.
Possiede
veri
gioielli
forestali. "Nella
nostra
foresta di
Vallombrosa,
1.270
ettari,
crescono
almeno un
milione di
alberi. Sono
30 le specie
arboree
presenti e
abbiamo
boschi di
abete bianco
puro, una
vera rarità",
precisa il
suo
amministratore
Alberto
Bronzi, "nei
nostri
arboreti,
l'impianto
storico
risale al
1869,
inoltre vi
sono 1.200
specie, tra
latifoglie e
confere,
provenienti
da ogni
angolo del
mondo".
C'è anche
boschi
vergini, mai
toccata dall'uomo.
"Sono 8
ettari nella
foresta
della Verna,
dove non è
stato mai
possibile
tagliare e
portare via
alberi",
rivela
Simone
Borchi, 49
anni,
dirigente
forestale
della
comunità
montana, "le
piante sono
cresciute su
enormi
blocchi di
calcare,
hanno
radici
pensili e
sono
difficili da
raggiungere
per questo
nessuno li
ha mai
potute
tagliare.
Nemmeno
Sasso
Fratino è
così
vergine,
perchè
nella sua
area
centrale si
sono contate
centinaia di
aree
carbonifere,
le piccole
radure
dove i
carbonai
producevano
il carbone".
Il bosco di
San
Francesco,
appollaiato
sulle
scogliere
del monte
Penna dove
sorge il
santuario
vanta un
vero guinnes
naturale. In
appena 186
ettari ci
sono 405
specie
vegetali con
fustaie
miste di
faggi,
frassini e
abeti
bianchi che
sfiorano i
50 metri di
altezza e
superano i
300 anni di
vita.
"Nel 1981 ne
abbiamo
abbattuto
uno di 420
anni, più
giovane
comunque del
cosiddetto
Abetone,
colpito da
un fulmine e
che abbiamo
dovuto
rimuovere in
questi
giorni, del
quale non
sappiamo l'età
precisa",
chiarisce
Borchi. E
lancia un
allarme: "oggi
il problema
dei nostri
boschi è
costituito
dall'eccesso
di fauna.
Che non
permettono
alle piante
di
rigenerarsi
naturalmete,
c'è bisogno
di piani di
abbattimento
e la
Provincia di
Arezzo,
lo ha
previsto con
la rimozione
di 150
cervi, di
cui già una
ottantina
avvenuta".
Butta acqua
sul fuoco
Vittorio
Ducoli,
direttore
dal 1996 del
Parco delle
Foreste
Casentinesi:
"Sono tre
anni che
censiamo i
cervi,
insieme alle
province, ad
alcune
associazioni
di
cacciatori e
a tecnici
faunistici
della
Dream di
Poppi,
dentro e
fuori il
parco. Su di
un'area di
50.000
ettari si
stimano
circa 2.000
animali. È
un buon
numero, ma
non tale da
giustificare
questi
abbattimenti".
Quattro
miliardi
circa di
fatturato,
15 persone
impiegate e
45 guradie
forestali,
1.800
abitanti in
tutto nel
versante
toscano, il
parco in
poco più di
sei anni di
attività ha
messo a
segno
decine di
progetti.
Studi sulla
flora e la
fauna,
centri
visita in
tutti i
comuni,
sostegno all'agricoltura
di motagna e
per
mantenere
aperti i
prati
pascoli,
finanziamenti
per
prevenire i
danni dagli
animali
selvatici
(recinzio ni
elettriche),
una
straordinaria
rete di
sentieri. E
non ultimo
un progetto
per
recuperare i
frutti
dimenticati.
"Dopo un
accurato
censimento
delle
cultivar
locali
(melo, pero
, ciliegio)
stiamo
producendo
nel vivaio
di Cerreta,
vicino
Camaldoli,
le piantine
da dare agli
agricoltori
e vendere
nei centri
visita",
rivela
Ducoli. Per
perdere la
memoria. E
anche questo
è
Casentino.
box
DOVE SI
TROVA
Il Casentino
corrisponde
all'alta
valle del
fiume Arno.
È una
regione
montana ai
piedi del
Falterona,
compresa tra
l'Appennino
tosco-romagnolo
(Parco
nazionale
delle
Foreste
Casentinesi)
e i rilievi
del
Pratomagno e
del
monte
Secchieta,
la cima dei
boschi di
Vallombrosa.
Vi si arriva
da Firenze
(statale n.
70,
superando il
passo della
Consuma) e
da Arezzo
(strada
statale n.
71), le sue
città
principali
sono
Pratovecchio,
Bibbiena e
Poppi
LA CITAZIONE
La Falterona
è ancora
avvolta di
nebbie. Vedo
solo canali
rocciosi che
le
venano i
fianchi e si
perdono nel
cielo di
nebbie che
le onde
alterne del
sole non
riescono a
diradare
(Dino
Campana,
Canti
orfici,
1914)
L'ITINERARIO
È la
classica
passeggiata
a piedi nel
cuore del
Parco
nazionale
delle
Foreste
Casentinesi.
Permette di
godere di
punti
panoramici
lungo il
crinale
tosco-romagnolo,
di visitare
gli antichi
luoghi di
fede a
Camaldoli,
costeggiare
le due
riserve
integrali di
Sasso
Fratino e
della Pietra
e
raggiungere
il castagno
Miraglia, il
matusalemme
vegetale
vecchio di
oltre
500 anni.
Informazioni
Lunghezza:
18 km circa
(solo
andata).
Tempo di
percorrenza:
5
ore circa.
Segnaletica:
tacche
bianche e
rosse (00 di
crinale,
Grande
escursione
appenninica,
Casentino
trekking e
sentiero n.
68).
Conviene
munirsi di
due auto da
lasciare
all'inizio e
alla fine
del
percorso,
oppure
pernottare
per tornare
il giorno
dopo alla
partenza.
Dove
dormire: al
Passo
della
Calla-Campigna,
agriturismo
il Poderone,
tel.
0543.980069;
a
Camaldoli,
alberghetto
la Foresta,
tel.
0575.556015.
Il percorso
Si parte dal
Passo della
Calla (1.295
m) su di
uno
stradello di
crinale che
sale in
direzione di
Poggio Scali
(1.520 m),
la vetta
dell'escursione.
Si entra in
un bosco che
alterna
faggi, abeti
bianchi e
piccole
radure, a
Pian
Carbonaie, e
superato un
dislivello
di circa 130
metri si
giunge al
Poggione:
segna l'inizio
(a sinistra)
della Risera
integrale di
Sasso
Fratino (ci
sono
cartelli di
divieto d'accesso
per
ragioni di
tutela
ambientale).
Sempre in
salita,
nella
maestosa
faggeta (a
destra c'è
la riserva
della
Pietra), si
raggiunge
Poggio Scali
per ammirare
dalla cima
il verde
crinale
appenninico.
Poi si
scende al
Passo del
Porcareccio
(1.453),
dove c'è
una fonte e
dei piccoli
ambienti
umidi, e
dopo
al Giogo
della
Seccheta
(1.383 m).
Si segue
ancora il
crinale per
un
chilometro
fino a
prendere, a
destra, il
sentiero n.
68 che
scende al
Sacro Eremo
(dislivello
in discesa
di 200 metri
circa):
circondate
da mura e da
giganteschi
abeti le
celle dei
monaci ci
appaoiono in
tutta la
loro
suggestiva
bellezza (da
visitare
quella di
San
Romualdo, il
loro
fondatore).
Dopo la
sosta e
ripreso lo
stesso
sentiero si
scende
rapidamente,
costeggiato
il fosso, al
monastero di
Camaldoli
(da vedere
la farmacia
e
l'adiacente
laboratorio)
per l'antica
via dei
camaldolesi.
Poi per il
sentiero
natura n. 4,
un anello
didattico di
circa 2
chilometri,
si giunge
in località
Metaleto al
castagno
Miraglia,
alto 19
metri. E si
torna al
monastero.
RAGGIOLO, IL
BORGO DELLE
CASTAGNE
A Raggiolo,
Arezzo, c'è
il museo
della
castagna.
Non è al
chiuso come
potrebbe
sembrare, ma
è un
suggestivo
itinerario
che collega
il
castagneto
al borgo
medievale,
restaurato.
A piedi si
visita il
mulino ad
acqua, i
seccatoi, i
forni per la
tostatura e
un
laboratorio
didattico
per capire
le
fasi di
lavorazione
del frutto.
Si scoprono
i cestoni
dentro cui
con zoccoli
chiodati si
pestavano le
castagne
secche per
sbucciarle.
E come
avveniva la
loro
seccatura.
Le castagne
si
caricavano
sul caniccio
dalla
finestra 1,
dal
piano di
fuoco saliva
il calore
regolato da
una lastra
rompifiamma
2 e per
l'uscita del
fumo c'erano
degli
appositi
fori 3.
Informazioni
tel. 0575
5071-539215.
APPUNTI DI
NATURA
Le specie
arboree più
rappresentative
del
Casentino
sono il
faggio e
l'abete
bianco, che
si associano
a frassino,
acero
montano,
olmo,
ciliegio
selvatico,
tasso e
agrifoglio;
mentre i
boschi di
querce e
castagni
occupano
la parte più
coltivata
delle
foreste. Nel
bosco è il
lupo il
predatore di
elezione, è
presente a
Vallombrosa,
sul
Pratomagno e
nel Parco
nazionale
delle
Foreste
Casentinesi,
in almeno 7
gruppi
familiari.
Vitali sono
le
popolazioni
di ungulati,
in
particolare
del cervo
(2.000
individui
censiti
nel 2001) e
del
cinghiale
(circa
10.000
capi), buone
anche quelle
di
capriolo e
daino, con
densità di
10 capi ogni
100 ettari.
Nidificano
ben 98
specie di
uccelli tra
cui due
coppie di
aquila
reale, l'astore
sempre più
raro nell'Appennino
e il gufo
reale, le
uniche due
coppie
presenti in
Toscana.
Altre rare
sono il
calandro, il
succiacapre,
il
culbianco,
il
codirosso, l'averla
piccola, il
picchio
muratore e
il
rampichino
alpestre.
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