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I
PERSONAGGI
AIRONE
marzo 2002
Reinhold
Messner:
L' ULISSE DELLE
MONTAGNE
By Antonio Lopez
È
stato il primo a
scalare i 14
Ottomila metri
della Terra
e a salire sull'Everest
senza bombole d'ossigeno.
Ha traversato
a piedi la
Groenlandia, l'Antartide
e la Mongolia.
Oggi
apre musei e
studia miti. E
spiega ad Airone
il mistero dello
Yeti
Alpinista, tra i
più grandi
della storia.
Uomo capace di
imprese, che
ricordano quelle
degli
esploratori del
passato.
Scrittore e
profondo
conoscitore
delle culture
delle montagne
di tutto il
mondo. Studioso
di miti
e di recente
deputato del
Parlamento
Europeo
impegnato nella
difesa
dell'ambiente.
Sono le diverse
anime di un solo
protagonista. Le
"vite",
come ama
definirle, di
Reinhol Messner,
moderno
avventuriero
negli angoli
più sperduti e
selvaggi del
Pianeta.
Pochi al mondo
possono vantare
i suoi successi.
È stato il
primo a scalare
tutti i 14
Ottomila metri
della Terra. Ma
anche a
conquistare le
vette dei
cinque
continenti e a
salire, per
primo senza l'aiuto
dell'ossigeno,
sull'Everest nel
1978. E nelle
sue 3.500
imprese
alpinistiche
compiute, ha
aperto 100 nuove
vie di
ascensione. Poi,
a piedi, ha
attraversato i
grandi
deserti del
Pianeta. Da
quelli di
ghiacchio dell'Antartide,
nel 1990, e
della
Groenlandia, nel
1993, fino a
quelli di
sabbia: come il
Takla Makan
nel 1992 in
Sinkiang Uighur,
la regione
autonoma di
nordovest della
Cina, e
dei Gobi nel
1998, in
Mongolia.
Eppure, a
conoscerlo,
sembra un uomo
così
normale. E tutto
ciò che è
riuscito a
compiere nelle
sue 56
primavere,
Messner lo
racchiude in un
solo pensiero: "Io
cerco l'avventura
e non i
record, a me
interessa la
dimensione umana
e non quella
sportiva".
NEL CASTELLO DI
JUVAL
Ci accoglie all'inizio
del sentierino
che sale al suo
castello di
Juval,
abbarbicato su
di un dirupo di
mille metri
vicino la val
Senales, a una
manciata di
chilometri da
Merano, in quel
di Bolzano. "Tashi
delek", ci
saluta, "è in
tibetano e
significa
felicità e pace":
la frase è
scolpita
anche in
italiano,
tedesco e
inglese, all'ingresso
di questo suo
piccolo
regno del
silenzio, della
pace e del
sapere. Perché
è anche un
museo
visitato ogni
anno da circa
30.000 persone.
Ed è questa la
prima sorpresa.
Messner, in
questo angolo
incantato di
monti,
con masi che
praticano l'agriturismo
e l'agricoltura
biologica,
diventa
imprenditore di
cultura. "Ho
comprato il
rudere per 60
milioni nell'83,
per
venirci a
vivere. Allora i
giornali locali
scrissero che
Osolo un matto
poteva comprare
un mucchio di
sassi'. Piano
piano l'ho
restaurato, ma
quando
i miei due
figli, Magdalena
e Simon, hanno
iniziato le
scuole ci siamo
trasferiti a
Merano. Oggi a
Juval veniamo
solo a luglio e
agosto, mentre
in
primavera e in
autunno il
castello è
aperto al
pubblico. Qui ci
sono
oggetti, statue,
indumenti,
feticci,
simboli,
raccolti nei
miei viaggi tra
le culture delle
montagne del
Pianeta,
tibetane, andine,
alpine,
americane,
africane".
Difatti c'è una
copia del
chorten, il
tempietto che
segna l'inizio
della
strada del
pellegrinaggio
intorno al
Kailas, il monte
tibetano sacro a
quattro
religioni:
buddista,
induista,
giainista e
bon-po. Ci sono
statue di
vacche sacre e
dei induisti,
gigantesche
raffigurazioni
di Buddha,
semidei
dell'Africa
nera, figure
mitologiche
delle civiltà
precolombiane,
soli
dorati Inca.
Ossa balene e
affreschi di
letteratura
religiosa e di
artisti
tibetani, come
Milarepa, il
Dante himalaiano
vissuto mille
anni fa.
CAMBIARE PER
VIVERE
Quante vite
pensa di aver
vissuto? "È
semplice",
sorride con il
suo barbone.
"In questi
giorni ho deciso
di concludere la
mia quinta vita,
per iniziarne
una nuova.
Smetterò con la
politica nel
2004, a fine del
mio mandato di
deputato
europeo. Potevo
candidarmi a
Bolzano nelle
amministrative
del 2003,
ma cambio strada
e voglio
realizzare sulla
collina di
Castel Fiammiano,
nel
capoluogo di
provincia, una
nuova struttura
museale. Sarà
il luogo
d'incontro tra l'uomo
e i grandi spazi
montani. Il
castello verrà
restaurato
e il museo si
chiamerà
Montagna lucente
in italiano,
Mountain miss in
inglese e
Zauberberg in
tedesco. Sì, La
montagna
incantata, come
il romanzo
dello scrittore
Thomas Mann".
Torniamo alle
sue vite. "La
prima è quella
in gioventù.
Ero un
arrampicatore,
non ero un
alpinista
classico.
Scalavo le
Dolomiti e
facevo
le vie più
difficili, anche
su ghiaccio.
Poi, per
assideramento,
nel O70
persi le dita
dei piedi (nella
tragica discesa
del Nanga Parbat,
morì anche
il fratello di
Messner, Gunther)
e un po' della
mia capacità di
arrampicare.
Decisi di
cimentarmi sulle
alte montagne,
dove si usano
scarpe grezze e
le
difficoltà sono
legate alle
altezze".
L'EPOPEA DEGLI
OTTOMILA
Seconda vita. "Così
diventavo uno
specialista dell'alta
quota. E per 15
anni
ho fatto non
solo quello, ma
specialmente
quello. É stato
il periodo che
mi
ha reso famoso.
Ho scalato tutti
gli 8.000 metri,
ma anche tutte
le cime più
alte dei
continenti. Le
prime ascensioni
in Sudamerica,
in Africa. Una
cinquantina di
spedizioni in
tutto". Poi è
cambiato
qualcosa? "Nascevano
le
cosiddette
spedizioni
commerciali. C'erano
degli
organizzati che
portavano
anche 50 persone
sull'Everest.
Così l'Everest
era preparato.
Non era più
possibile
trovare quello
che io cercavo.
E mi sono
spostato in un
altro
campo".
Inizia la terza
vita? "Quella in
cui ho
attraversato i
grandi deserti.
Di
sabbia e di
ghiaccio: l'Antartide
è il più
grande deserto
del mondo. Ho
disceso in lungo
la Groenlandia,
sono andato al
Polo Nord, dove
ho fallito.
E ho ancora
progetti in
questo campo.
Seguendo le
tracce di Ernest
Shackleton, che
rimase bloccato
in Antartide tra
il 1914 e 1917,
lo scorso
anno ho
attraversato l'isola
della Geogia del
Sud". Poi ancora
un incidente.
"Nel 1995 cado
dal muro di casa
mia e mi
fratturo il
calcagno.
Bloccato
dall'impedimento,
inizio una
quarta vita
impegnadomi a
studiare i miti
legati alla
montagna".
Quelli dei
grandi alpinisti
del passato. Per
capire cosa li
aveva spinti
nelle loro
imprese. E
chiarisce il
mistero della
morte di George
H. L.
Mallory, che tra
la sera dell'8 e
la mattina del 9
giugno del 1924
perde la
vita sull'Everest.
"Il mito vuole
che fosse
arrivato in
cima. Però è
dimostrabile il
contrario, poiché
l'attrezzatura
di allora non
permetteva di
salire il Second
steps, il
passaggio di 30
metri molto
difficile, sotto
la
cima. Non era
raggiungibile
con
l'equipaggiamento
di allora" (di
La seconda
morte di Mallory
di Messner non c'è
ancora la
versione
italiana).
IL MISTERO DELLO
YETI
E di miti
intriganti come
quello delle
montagne sacre,
che visita in
tutto
il mondo, o
dello yeti
(vedere a lato).
"L'uomo delle
nevi fa parte
dell'immaginario
himalayano. È
la somma della
leggenda,
raccontata da
millenni, e di
un fatto
zoologico: la
presenza
dell'orso del
Tibet. Io ho
provato a
mettere insieme
questi due
aspetti.
Sentendo mille
volte dalla
gente del posto,
che non conosce
ancora la radio
e la
televisione, la
loro storia
dello yeti. Mi
hanno
raccontato, con
qualche
differenza e
nomi diversi (ce
ne sono un
centinaio per
individuarlo:
tshemo, migiö,
rish, hish,
drish) sempre la
stessa cosa". E
puntualizza:
"Poi ho studiato
le tracce, le
possibilità di
vita sull'Himalaya
e ho
scoperto che lo
yeti era grande
come un orso,
ammazzava gli
yak che vivono
sul Tibet,
girava di notte,
aveva il pelo e
puzzava come un
orso. È ovvio
che incontrarlo
di notte era
molto
pericoloso,
nessuno vedeva
mai
esattamente ciò
che gli capitava
a tiro. Vedeva
qualcosa di
grande, su due
zampe, che
urlava, nero,
puzzolente e
raccontava ciò
che ricordava".
Progetti futuri?
"Un museo
dolomitico, una
scuola in
Pakistan e un
paio di
film".
Box 1
Le imprese
alpinistiche:
DALL'EVEREST AL
POLO SUD
Reinhold Messner,
nasce nel 1944,
arrampica già a
5 anni e a 20
colleziona
500 scalate
(Alpi Centrali e
Dolomiti). In 50
anni di attività
apre vie
nuove, si
distingue per le
ascensioni in
solitaria e, dal
1969,
intraprende
più di 100
spedizioni in
tutto il mondo.
- I 14 Ottomila.
È il primo a
scalarli tutti.
Inizia con il
Nanga Parbat
(8.125 m) nel
O70 e in
solitaria nel
O78. Seguono:
Manaslu (8.156
m), 1972;
Hidden Peak
(8.068 m), O75;
Everest (8.846
m), senza
maschera d'ossigeno
nel
O78 e in
solitaria
nellO80; K2
(8.611 m), 1979;
Shisha Pangma
(8.012 m),
1981; Kangchendzönga
(8.598 m), Broad
Peak (8.048 m) e
Gasherbrum II
(8.035
m) nellO82; Cho
Oyu (8.222 m),
1983; Annapurna
(8.091 m) e
Dhaulagiri
(8.167
m) nell'85;
Makalu (8.485m)
e Lhotse (8.511
m) nell'86.
- Principali
traversate a
piedi. I due
8.000,
Gasherbrum I e
Gasherbrum II,
nell'84; l'Antartide,
toccando il Polo
Sud nel 1989-90;
la Groenlandia
nel
O93; il deserto
dei Gobi,
Mongolia, nel
O98; l'isola
della Georgia
del Sud
nel 2000.
Box 2
I consigli di
Messner:
MEGLIO ANDAR
PIANO
A chi va in
monotagna e non
vuole rischiare
la pelle, vuole
godere la natura
e non rovinarne
la bellezza,
Messner da buon
maestro ricorda
tre regole
fondamentali.
Eccole:
- Fare passi
lenti. "In
montagna chi fa
i passi lunghi e
veloci non va
molto
lontano", spiega
il grande
alpinista. "Ci
sono tanti
pericoli, i
rischi sono
grandi e si
impara
lentamente. Si
migliora
attraverso i
tentativi,
facendo
errori e
correggendoli
per andare
avanti".
- Evitare il
turismo di
massa. "Una
buona regola è
quella di
scegliere le
montagne dove
gli altri non
vanno. Se
andiamo tutti
sull'Everest, o
sul
monte Bianco,
favoriamo l'affollamento
d'alta quota".
- Non lasciare
tracce. "Le
impronte nella
neve le porta
via il vento.
Però
gli altri segni
(rifiuti, parti
di attrezzature)
non vanno
lasciati,
altrimenti le
future
generazioni non
troveranno più
la natura, come
quella
che abbiamo
conosciuto noi".
Box 3
Libri e
avventura:
IO RACCONTO L'UOMO
Nello
studio-libreria
del castello di
Juval, Reinhold
Messner (sotto)
trova
la serenità per
scrivere i suoi
libri. Ne ha
pubblicati dal
1970 ben 32: gli
ultimi sono "Annapurna"
(Vivalda, 2000,
pag. 154, lire
29.000) e "Yeti,
Leggenda e verità"
(Feltrinelli,
1999, pag. 237,
lire 30.000). I
suoi
volumi, spesso
ricchi di
bellissime foto,
sono l'altra
faccia delle
imprese:
quella della
divulgazione.
Pagine che fanno
rivivere l'avventura
e le
ragioni che
spingono a
realizzarla. "Tento
di descrivere i
sentimenti
dell'anima.
Quello che un
uomo prova in
quei momenti. L'avventura
non è una
gara sportiva,
ma un confronto
profondo con se
stessi".
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