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FAMIGLIA
CRISTIANA N.
21/2000 ESCLUSIVO / CASO ALPI Ecco perché è morta Ilaria Tangenti, traffico d’armi e rifiuti tossici: l’ultima pista della giornalista Rai
Bettino Craxi con Siad Barre
Ilaria
Alpi in Somalia
Diversi
documenti e
testimonianze
affermano che la
Alpi stava
arrivando al
cuore dei
malaffari che
legavano la
Somalia
all’Italia e
ai Paesi
dell’Est, dai quali
provenivano gli
armamenti,
pagati col
permesso di
seppellire in
loco le
sostanze nocive. di
BARBARA
CARAZZOLO,
ALBERTO CHIARA e
LUCIANO
SCALETTARI
Il
premio Saint
Vincent ai
nostri inviati Barbara
Carazzolo,
Alberto Chiara e
Luciano
Scalettari, gli
inviati di Famiglia
Cristiana che
da due anni e
mezzo stanno
conducendo
l’inchiesta
sul caso Alpi,
hanno vinto
l’edizione
2000 del
prestigioso
Premio Saint
Vincent (ex
aequo con
Espresso
e
Panorama)
per il servizio
pubblicato dal
nostro giornale
nel giugno 1999. Il
29 maggio, al
Quirinale, il
presidente della
Repubblica,
Carlo Azeglio
Ciampi,
consegnerà il
riconoscimento.
uomini
armati a
Mogadiscio a
bordo di un
fuoristrada simile
a quello usato
dagli assassini
di Alpi e
Hrovatin
un
bidone con
sostanze
sospette su una
spiagga somala Da
anni custodisce
i suoi segreti.
Segreti di
morte. Quale
mistero nasconde
Bosaso, piccola
città del
Nord-Est della
Somalia
affacciata sul
golfo di Aden,
ridotta a un
ammasso di
rovine da 10
anni di guerra
civile? Quale
mistero ha
intravisto
Ilaria Alpi,
inquietante al
punto da
costarle la
vita? Un fatto
è certo: tra il
16 e il 20 marzo
1994 la Alpi lavorò
a Bosaso con
l’operatore
Miran Hrovatin.
Qualche ora dopo
aver rimesso piede
a Mogadiscio, i
due giornalisti
furono uccisi in
un agguato
condotto da
sette killer.
Cosa videro,
esattamente? La
domanda è senza
risposta, perché
da allora omissioni,
coperture,
depistaggi,
silenzi hanno
impedito ai
familiari, e a
tutti gli italiani,
di sapere.
Nonostante ciò,
sono molti gli
indizi che
meritano
ulteriore attenzione
e che potrebbero
gettare luce
sull’intera
vicenda. Oltre
due anni di
lavoro
permettono a Famiglia
Cristiana di
pubblicare
elementi utili a
squarciare il
velo sui
malaffari che
hanno visto
intrecciarsi a
Bosaso traffici
d’ogni genere: armi,
rifiuti tossici,
scorie
radioattive,
tangenti e
riciclaggio di
denaro sporco. In
questo intricato
scenario
potrebbero
nascondersi
movente e
mandanti del
duplice omicidio. Marzo
1994. Ilaria
Alpi sta
seguendo tracce
di questi
traffici
illegali. Al
processo celebratosi
un anno fa
contro Hashi
Omar Hassan
(accusato
dell’omicidio,
ma definito
dalla seconda
Corte d’assise
di Roma “un
capro
espiatorio”, e
quindi assolto; a
ottobre ci sarà
l’appello),
qualcuno ha
sostenuto che
Ilaria e Miran
giunsero a
Bosaso per caso.
È invece vero
il contrario. La
loro, fu una
scelta voluta. «Ilaria
intendeva da
tempo recarsi a
Bosaso»,
dichiara a Famiglia
Cristiana Alberto Calvi,
l’operatore
Rai che la
accompagnò in
Somalia per ben
quattro volte (la
prima nel 1992,
le rimanenti nel
1993): «Non ci
andammo prima
perché
impegnati a
seguire i fatti
di cronaca a
Mogadiscio e
perché non
avevamo soldi e
scorta a
sufficienza;
c’era il
rischio di
lasciarci la
pelle». Anche i
genitori non
hanno dubbi: «Che
Ilaria volesse
andare a Bosaso,
lo provano gli
appunti da lei
scritti prima di partire
per il suo
ultimo viaggio e
ritrovati in
redazione, a
Roma». Il suo
caporedattore al
Tg3, Massimo
Loche, ha dal
canto suo
confermato in
udienza che «sin dalla
partenza da Roma
Ilaria aveva
intenzione di
recarsi a Bosaso». Di
Bosaso, e del
rilievo che
assume in
relazione a
diversi affari
illeciti, parla inoltre
Guido Garelli,
uno “007”
abituato a
muoversi con
disinvoltura
sullo scacchiere internazionale,
uomo dal passato
avventuroso.
Garelli dichiara
di aver lavorato
soprattutto per
l’intelligence
dell’Autorità
territoriale del
Sahara (l’area che
da anni punta a
staccarsi dal
Marocco,
amministrata dal
Fronte Polisario),
ma è
considerato da
molti vicino
anche ai servizi
segreti
statunitensi e
italiani. Il 27 maggio
1999, in una
lettera scritta
a Famiglia
Cristiana dal
carcere in cui
è attualmente detenuto,
Garelli racconta
che il 4 maggio
1994, nemmeno
due mesi dopo il duplice
omicidio, a
Nicosia,
nell’isola di
Cipro, incontrò
Ilija Fashoda,
«un cittadino somalo,
in possesso di
passaporto
jugoslavo», con
il quale parlò
del delitto. “Lei
ficcava il naso
negli affari del
sultano” L’uomo
gli disse: «Ero
al Nord della
Somalia mentre
quella
giornalista
ficcava il naso
negli affari di
Bogor, il
sultano di
Bosaso, e
immaginavo che
l’avrebbero
minacciata di
non andare più
in là di tanto.
Quello che di
sicuro le ha
creato dei
problemi è
il fatto di aver
“grattato”
le questioni
della
cooperazione. Ho
saputo con
certezza», è
sempre Fashoda
che parla, «che
la giornalista aveva
ripreso delle
scene nel Nord
della Somalia,
con delle lunghe
carrellate sulle
casse di
materiale in
mano alle
“bande” di
Bosaso: tu sai
che origine
avevano quelle
armi, no?».
Garelli non dice
se ha replicato.
Alcune risposte
si trovano
invece
nell’inchiesta condotta
dalla Procura di
Torre
Annunziata, in
provincia di
Napoli (pm Paolo Fortuna),
e dai
Carabinieri di
Vico Equense, al
comando del
maresciallo
Vincenzo Vacchiano,
i cui atti
all’inizio del
1999 sono stati
trasmessi alla
Procura di Roma
e consegnati al
pm Franco Ionta,
titolare delle
indagini sulla
morte dei due
giornalisti. “Siad
Barre voleva
armi ad alta
tecnologia” Diversi
testimoni
raccontano agli
inquirenti un
articolato
sistema di
traffici di armi,
rifiuti
pericolosi e
scorie
radioattive, i
cui proventi
alimentavano in
parte conti
neri o finivano
in tangenti. Un
sistema gestito
da faccendieri
italiani e
stranieri, che
chiamano in
causa complicità
politiche legate
in special modo
all’area socialista.
Testimoni e
faccendieri
fanno
ripetutamente i
nomi di Paolo
Pillitteri e
di Pietro Bearzi,
all’epoca
rispettivamente
presidente e
segretario
generale della Camera
di commercio
italosomala,
stretti
collaboratori di
Bettino Craxi,
nonché i nomi
di uomini
dell’Intelligence
dell’Italia
e di altri
Paesi. In
particolare, gli
investigatori di
Torre
Annunziata,
sulla base del
materiale
raccolto, ritengono
che Ilaria Alpi
possa essere
stata uccisa non
tanto per aver
raccolto informazioni
e prove su
presunti
trasporti di
armi fatti con i
pescherecci
della società
italo-somala
Shifco, quanto
per aver
scoperto a
Bosaso depositi
di armi
trasportate da
Hercules C-130
italiani e
ancora recanti
l’indicazione
della loro
provenienza dai
Paesi
dell’Europa
orientale. A
indicare questa
pista è
soprattutto
l’imprenditore
Francesco
Corneli,
ritenuto vicino
ai servizi
segreti siriani,
nonché ex
collaboratore
esterno del
Sisde (servizio segreto
civile
italiano),
ascoltato più
volte nel giugno
1997. Corneli
aggiunge
dettagli inediti:
sostiene che per
fronteggiare la
guerra civile
che lo vedeva
perdente, il
dittatore somalo
Siad Barre, tra
il 1990 e il
1991, chiese ai
suoi referenti
socialisti in
Italia di
procurargli «armamenti
di alta
tecnologia ».
Secondo Corneli,
il Psi si
accordò con il
Pci, per aprire
un canale di
rifornimento con
i Paesi del
blocco orientale.
«Allora e negli
anni successivi»,
conclude Corneli,
«armi
provenienti dall’Europa
dell’Est
furono veicolate
attraverso
l’Italia con
voli militari
che giungevano in
Somalia». Il 7
agosto 1997 un
altro testimone,
Marco Zaganelli,
dichiara: «Nel
periodo in cui
sono stato in
Somalia, io e
tanti altri
abbiamo notato
con cadenza
settimanale la
presenza di
aerei militari
non identificati
del tipo
Hercules che
scaricavano armi in
Somalia». Che
Bosaso fosse
importante non
soltanto per il
suo porto, ma anche
perché vi
potevano
tranquillamente
atterrare aerei
militari da
trasporto, ci
è stato
confermato di
recente da Guido
Garelli. Armi,
insomma.
Dall’Italia
alla Somalia,
via mare e via
cielo. Così nel
1992, nel 1993
e anche nel
1994, sotto gli
occhi della
missione Onu. Ne
parla
diffusamente il
collaboratore di
giustizia
Francesco Elmo,
che ha lavorato
nello studio di
un avvocato svizzero,
a Lugano, dai
cui uffici
transitavano
documenti
relativi a
questi traffici
(da lui spesso
“intercettati”)
e alle relative
operazioni
bancarie.
Francesco Elmo
ha altresì
precisato che le
armi non
finivano
soltanto alle
fazioni somale in
lotta tra loro,
ma pure ad altri
Paesi («Eritrea,
Yemen del Sud,
Sudan»),
oltreché ai
guerriglieri
palestinesi,
irlandesi (Ira)
e baschi (Eta). Nel
corso di
indagini
diverse, altri
inquirenti
avevano
d’altronde
acquisito un documento
datato settembre
1992 che
ricostruiva,
traccia dopo
traccia, una spedizione
di componenti di
carri armati
Leopard 1 e
Leopard 2
fabbricati da
una ditta
tedesca, partiti
dal porto di La
Spezia e
arrivati a
Mogadiscio (ma
forse destinati a
rifornire gli
arsenali
dell’Iran o
dell’Irak). Perfino
il generale
Carmine Fiore,
comandante del
contingente
italiano in
Somalia fra
il 1993 e il
1994, in un
interrogatorio a
Torre
Annunziata, il 3
dicembre 1997,
ammette che «in
quel periodo
entravano
senz’altro
armi, specie
dalla strada costiera
che dal porto di
Obbia arriva a
Mogadiscio. Il
traffico di armi
avveniva con mezzi
navali e anche
con piccoli
aerei che
atterravano su
una striscia di
terra battuta ubicata
a circa 40
chilometri a
Nord-Est di
Mogadiscio». Che
i loschi affari
fossero in pieno
svolgimento
proprio
nell’anno in
cui vennero uccisi
Ilaria e Miran,
lo sostiene
anche Francesco
Elmo. Nel suo
memoriale del
22 agosto 1997
dice: «Nel 1994
un gruppo di
personaggi di
area socialista
erano posti alla
regìa di una
vendita di
armamenti
“libici”
alla Somalia ».
Elmo fornisce
pure dettagli
circa la rotta
della nave che
li trasportava. Armi,
ma non solo. Nei
giorni
precedenti la
sua partenza per
Bosaso, Ilaria
incontra Faduma
Mohammed Mamud,
figlia dell’ex
sindaco di
Mogadiscio,
definita dai
giudici della
seconda Corte
d’assise di
Roma teste «attendibile
e disinteressata ».
Nell’aula-bunker
di Rebibbia, il
16 giugno 1999,
Faduma racconta:
«Ilaria mi
aveva detto che
seguiva una
certa pista, una
pista abbastanza
pericolosa...
Era una
questione
delicata, di cui
non dovevo
parlare con
nessuno, salvo
con qualche persona
che poteva
aiutarci, di cui
potevo fidarmi
ciecamente... Lei
si interessava a
certe cose
orrende che
venivano fatte
sulle coste
somale. Aveva
appreso che
erano stati
scaricati
rifiuti tossici;
cose che noi
sapevamo già.
Ma eravamo
impotenti, non
potevamo farci
niente». «Io
le ho detto»,
prosegue Faduma,
«che dal 1988
le cose avevano
cominciato ad
andare alla
deriva; non
avevamo
guardiacoste,
non avevamo
niente. Avevo
sentito che
in quasi tutto
il litorale
somalo, a Merca,
a Mogadiscio, a
Obbia, nel Moduk, in
Migiurtinia
(l’area di
Bosaso, ndr)
erano sepolti
dei fusti di cui
non si conosceva il
contenuto. Ho
inoltre fatto
notare a Ilaria
che erano
comparse in
Somalia delle
malattie nuove,
e che si erano
registrate morie
di pesci». La
deposizione di
Faduma trova
riscontro nelle
informazioni
rese agli
investigatori da
Marco Zaganelli
il 7 agosto
1997: «Tra il
1987 e il 1989
mi chiamò una
persona che
conoscevo,
prospettandomi
un grosso
affare, perché
era stato
contattato da
alcuni italiani,
i quali dovevano
sbarazzarsi di
un carico di
container fermi
al porto
di Castellammare
di Stabia o a
quello di Gioia
Tauro,
contenenti
rifiuti tossici o
radioattivi, e
volevano un
referente capace
di riceverli e
sotterrarli in
un’area desertica
della Somalia.
Successivamente
seppi che un
carico di
materiale
radioattivo era
stato portato in
Somalia e i
contenitori
sotterrati in
un’area
desertica nel
Nord del Paese».
il
maresciallo
Vacchiano (in
primo piano), già
comandante dei
Carabinieri di
Vico Equense,
all’epoca
dell’inchiesta
Cheque
to cheque (dietro
di lui Licio
Gelli, che
fu sentito
nell’indagine
come testimone);
sbarco
di aiuti
alimentari in
Somalia.
Sotto:
un aereo usato
per il trasporto
di chat
(droga
locale).
il
porto di Bosaso. Il
24 marzo 1999,
in una delle sue
lettere inviate
a Famiglia
Cristiana,
Guido Garelli accenna
all’omicidio
dei due
giornalisti. «Ilaria
Alpi», scrive,
«aveva delle
informazioni buone,
forse molto
buone. Ritengo
che abbia avuto
qualcuno che le ha
dato la
possibilità di
vedere copie di
rapporti...
Bisognerebbe
sentire con
quali accordi
si è giunti a
concedere
l’uso di parti
del territorio
somalo, etiopico
ed eritreo per
interrare
rifiuti»,
operazioni che
sono condotte,
stando al
Garelli, da «banditi
vestiti con le
divise più
strane e
variegate»,
insieme a «membri
di organismi di
informazione e
sicurezza
domestici e più
in generale
occidentali,
operanti a
mezzo servizio
per conto di
imprese
pubbliche e
private delle
potenze industriali». Più
avanti, nel
corso della
stessa lettera,
Guido Garelli
annota: «Ilaria
Alpi ha toccato il
segreto più
gelosamente
custodito in
Somalia, lo
scarico di
rifiuti pagato
con soldi
e armi da non
meno di
vent’anni. La
regìa di tutto
questo è
appannaggio dei servizi
d’informazione
coinvolti in
quello che è
sicuramente il
business più
redditizio del
momento. Non mi
riferisco solo
al Sismi
(servizio
segreto militare
italiano, ndr)
e al Sisde; vi
sono anche gli
organismi
omologhi dei
Paesi che hanno
“usato” vari
Stati
dell’Africa
per smaltire
porcherie». Il
30 aprile 1999,
citando un
rapporto da lui
stesso stilato
nel marzo 1994,
poco dopo
la tragedia,
Garelli ricorda
che ipotizzò
sin da subito
l’intervento
dell’Intelligence italiana
e somala nella
vicenda, perché
«era chiaro che
Ilaria era
capitata su uno
dei punti
sensibili che la
Somalia cercava
affannosamente
di proteggere e
che l’Italia
aveva la
necessità di
coprire». Nell’informativa,
Garelli rammenta
di aver messo in
evidenza «il
rapporto che esisteva
tra il traffico
di rifiutie la
fornitura
d’armi».
Alpi,
Li Causi,
Rostagno:
intrecci
sospetti Da Mogadiscio a Trapani
soldati
italiani di
pattuglia a
Mogadiscio.
a
sinistra:
Francesco
Cardella; a
destra: Mauro Rostagno ai tempi del suo impegno politico attivo Lugubre
matrioska,
la Somalia cela
misteri nel
mistero. Ci
sono tre nomi, e
altrettanti
delitti, che si
legano: Ilaria
Alpi, Vincenzo
Li Causi,
Mauro Rostagno.
La giornalista
della Rai venne
assassinata
insieme
all’operatore Miran
Hrovatin a
Mogadiscio, il
20 marzo 1994.
Vincenzo Li
Causi, uomo
del Sismi
(servizio
segreto militare
italiano), per
un certo tempo
attivo presso la
struttura di
Gladio operante
a Trapani (il
centro
Scorpione), fu
ucciso a Balad,
in Somalia pochi
mesi prima: era
il 12 novembre
1993. Mauro
Rostagno, ex
leader di Lotta
Continua,
giornalista e
fondatore,
insieme a
Francesco
Cardella, della
comunità Saman
per il recupero
dei
tossicodipendenti,
venne trucidato nei
pressi di
Trapani il 26
settembre 1988. Questi
omicidi,
apparentemente
senza nesso tra
loro, hanno un
comune
denominatore: la
Somalia. Secondo
quanto
dichiarato ai
magistrati da
Carla Rostagno, sorella
di Mauro, il
fratello avrebbe
visto e filmato
l’arrivo a
Trapani, in un
aeroporto abbandonato
(già usato da
un gruppo di
Gladio), di
velivoli
militari
italiani da
trasporto che
scaricavano
aiuti umanitari
per imbarcare
armi e
ripartire. Rostagno
avrebbe dato
copia della
registrazione a
Francesco
Cardella. “Li
stiamo armando
invece di
aiutarli” Tutte
queste
circostanze sono
state confermate
da Sergio Di
Cori,
giornalista amico
di Rostagno che
ne raccolse le
confidenze
nell’ 88,
prima che questi
fosse ucciso.
«Quelle armi
vanno in Somalia»,
gli disse con
sicurezza
Rostagno: «Noi stiamo
armando la
Somalia mentre
ufficialmente
stiamo aiutando
quei poveri cristi».
Dall’inchiesta
Cheque
to cheque,
condotta dalla
Procura di Torre
Annunziata, è emerso
che esistevano
rapporti dei
servizi segreti
italiani sulla
morte di
Rostagno ordinati
da Bettino Craxi. Copia
di essi fu
ritrovata
durante una
perquisizione
della sede
romana del
gruppo craxiano
Giovane Italia.
Cardella
conosceva l’ex
segretario del
Psi; Giuseppe Cammisa,
stretto
collaboratore di
Cardella, era in
Somalia nei
giorni della
morte della
Alpi e di
Hrovatin:
Cardella
l’aveva
inviato perché
si occupasse di
aiuti umanitari e
della
costruzione di
un ospedale a
Bosaso. Anche
sulla morte di
Vincenzo Li
Causi non è
stata fatta
finora piena
luce. Si sa che
operò per
Gladio a
Trapani, che
dal 1991 il
Sismi lo aveva
inviato
ripetutamente in
Somalia e che il
12 novembre
1993 morì in un
agguato dalla
dinamica strana,
compiuto da
“banditi” somali.
Stando ad alcune
testimonianze
raccolte da
inquirenti
italiani, Li
Causi si sarebbe
interessato
all’operazione
Urano (un grosso
progetto di
smaltimento di rifiuti
tossiconocivi e
di scorie
nucleari, in
Somalia e in
altri Paesi
africani) e
avrebbe manifestato
una crescente
inquietudine. S’è
confidato con
Ilaria Alpi?
Secondo il
maresciallo dei
Carabinieri
Francesco Aloi,
che prestò
servizio presso
il comando della
missione Ibis
in Somalia, i
due si
conoscevano. Che
Ilaria avesse
contatti
professionali con
un uomo del
Sismi in Somalia
l’hanno anche
affermato, senza
però
specificarne il
nome,
l’operatore
della Rai
Alberto Calvi e
Giancarlo
Marocchino, un
imprenditore italiano
a lungo presente
in Somalia
dall’84 al
’99. BarbaraCarazzolo
, Alberto Chiara
, Luciano
Scalettari
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