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AIRONE ottobre 1999
 
PROTAGONISTI PER NATURA


di Antonio Lopez

SONO Il rifugio per fenicotteri rosa e lupi, cervi e aquile reali.
Proteggono valli da pesca, lagune, canneti e praterie di salicornia nel
delta del Po; giganteschi abeti bianchi a Campigna, a nord di Forlì. Vi si
trovano "vulcanetti" di fango a Nirano; doline e grotte carsiche nei Gessi
Bolognesi; laghetti alpini e calanchi spettacolari sui monti di Parma,
Reggio e Modena. E non mancano i borghi antichi come a Comacchio, a est di
Ferrara, e le abbazie come quella di Monteveglio, vicino Bologna. Parliamo
delle aree protette dell'Emilia Romagna, 13 parchi regionali, 12 riserve
naturali e un parco nazionale, quello delle Foreste Casentinesi, monte
Falterona e Campigna (vedere le schede di ognuno a pag. 164) condiviso con
la vicina Toscana, che insieme tutelano il sette per cento circa del
territorio dell'intera regione.
Diverse per la natura e la storia, queste aree verdi per nascere, crescere e
affermarsi hanno dovuto superare problemi non facili. Istituite in gran
parte nel 1988 (10 parchi regionali e 12 riserve), legge regionale n. 11
"Disciplina dei parchi e delle riserve naturali", hanno aspettato anni per
vedere aperti i primi centri visita e realizzati i progetti di studio più
importanti. Il maggiore impulso si è avuto negli ultimi due, con l'arrivo di
più finanziamenti e le nomine dei dirigenti, così sono fioccate numerose le
iniziative di tutela, di studio, di educazione ambientale.
Lucilla Pregati, architetta di 45 anni, da circa uno è il direttore del
Parco regionale del delta del Po. "Un parco pensato nazionale, voluto
interregionale dalla legge dello Stato sulle aree protette, la numero 394
del 1991, ma mai decollato per mille ragioni. Ed evito commenti", sorride la
dinamica dirigente,"ma da quando, nel dicembre del 1995, i 9 comuni
emiliano-romagnoli e le due province di Ravenna e Ferrara si sono accordati,
almeno il nostro ha cominciato a funzionare".
Un parco a metà. Quella del delta è una storia lunga, e merita qualche
approfondimento. Il nostro è l'unico dei grandi estuari europei non ancora
riconosciuto parco nazionale. E non perché non ne abbia il valore ambientale
(vedere servizio a pagina 136) o siano mancate le proposte di istituzione.
La ragione principale sta nel fatto che gli amministratori delle due
Regioni, il Veneto e l'Emila Romagna che si dividono le sue sponde, in 20
anni (vedere Airone 180 a pag. 30) non hanno mai trovato un accordo per
farlo. Nonostante i "rinvii" e gli "ultimatum" da parte dei numerosi
ministri che si sono succeduti all'Ambiente: da Alfredo Biondi, il primo,
fino a Edo Ronchi, l'ultimo. Così dopo decenni di trattative, oggi si è
cambiata decisamente rotta e ognuna delle Regioni sta facendo il suo parco.
Il 31 dicembre scorso il Veneto ha perimetrato una zona di tutela molto
vicina al fiume, vincolando 10.000 ettari; mentre per gestire gli altri
50.000 circa che interessano la sua foce, ha elaborato un semplice piano
d'aria. L'Emilia Romagna, invece, ha vincolato 60.000 ettari di superficie,
di cui un terzo a tutela integrale e protetta e gli altri di preparco.
"Il parco è formato in ugual misura da ambienti acquatici (valli di
Comacchio e Bertuzzi, Pialasse del Ravennate, valli di Campotto e Argenta),
campi coltivati e boschi: quelli della Mesola e le pinete di Ravenna e
Cervia", chiarisce la direttrice, "ma ci sono 40.000 abitanti che vivono
all'interno dei confini e ben 7 milioni di turisti che premono all'esterno
ogni anno". E non mancano le forti pressioni economiche e il bisogno di
lavoro dei suoi abitanti.
"Il nostro più che a un parco naturale assomiglia a un distretto economico,
che ha al suo interno aree di grandissimo pregio ambientale", parla chiaro
la dottoressa Pregati, "e basta qualche esempio per capirlo. A parte i
complessi industriali di Ferrara e Ravenna (quest'ultima vanta il secondo
porto commerciale d'Italia) vicini ai confini, nella sola Sacca di Goro -
nel parco - ci sono ben 1.200 lavoratori che con le loro famiglie vivono di
pesca alle vongole. Oltre ai pescatori ci sono i cacciatori e i raccoglitori
di tartufi: nel preparco sono autorizzati a cacciare dalle due province
3.000 tesserati residenti; mentre sono in 4.000 le persone iscritte alle
associazioni per la raccolta dei frutti del sottobosco nelle pinete di
Cervia e Ravenna. E come se non bastasse, alcuni comuni ferraresi hanno i
tassi di disoccupazione più alti della regione".
Cosa pensate di fare? "Proviamo a giocare la nostra parte con l' aiuto dei
comuni, se si protegge il delta si protegge la loro ricchezza fatta di
turismo e pesca. E solo in virtù di questa collaborazione che stiamo
conseguendo i primi risultati", risponde la Pregati. E, dati alla mano,
chiarisce il suo pensiero:"oggi, per esempio, il parco ha la sua sede a
Comacchio. Ci lavorano tre persone e ne sono in arrivo altre sei. C'è un
comitato tecnico-scientifico di 11 esperti coordinato dal professor Giorgio
Celli, entomologo dell'università di Bologna, che aiuta i rappresentanti del
Consorzio dei comuni e delle province a prendere le decisioni. Funzionano 4
centri visita, che saliranno a 13 in tre-quattro anni. E in sei mesi abbiamo
triplicato il numero delle nostre iniziative".
E i finanziamenti? "Quei pochi che abbiamo li usiamo bene. C'è un fisso
regionale di 300 milioni l'anno per le spese di gestione, più altrettanti
che ci arrivano dai 9 comuni e le due Province del parco. Poi utilizziamo
l'introito dei tesserini pagati dai cacciatori, quasi 400 milioni l'anno,
per risanare l'ambiente e tabellare il pre-parco; e con i fondi per i
progetti (centri visita, ricerche ambientali, sentieristica) presentati alla
Regione, 5 miliardi in due anni, e alla Comunità Europea, per il recupero
delle zone umide, facciamo il resto", commenta soddisfatta, "e anche il
bilancio ambientale è positivo. Grazie agli studi in corso e al buon
rapporto istaurato con i protezionisti e alcuni cacciatori, stiamo
riperimetrando le stazioni del parco, allargandone alcune per dare maggiore
protezione agli animali".

Un modello nazionale. Se per il Parco del Delta la messa in cantiere di
decine di progetti di qualificazione ambientale sono una novità, nel Parco
nazionale delle Foreste Casentinesi, tra Romagna e Toscana (vedere Airone
Parchi numero 4 dell'aprile 1998), queste azioni sono di norma. E i
risultati anche. "In circa quattro anni di attività abbiamo investito 42
miliardi in opere e progetti ecosostenibili, con l'80 per cento che sono
andati o stanno per andare in porto", spiega con un pizzico di orgoglio Enzo
Valbonesi, 45 anni, presidente dal 1993 dell'area protetta. "Il nostro motto
è collaborare con tutti dai comuni, alle cooperative, alle associazioni
protezioniste", aggiunge, "così le iniziative non si sono rallentate.
Abbiamo fatto tabellare tutti i confini dell'area protetta (36.426 ettari di
cui circa la metà in Romagna), inaugurato le due sedi del parco, una a Santa
Sofia e l'altra a Pratovecchio, aperti 3 uffici d'informazioni e 9 centri
visita, resi agibili 250 chilometri di sentieri e 5 percorsi didattici, 10
aree di sosta e un giardino botanico. Sono, inoltre, decine le ricerche
scientifiche in corso sulla fauna e la flora del parco. Studiamo dai
pipistelli delle grotte agli uccelli delle radure di montagna, dai cedui di
castagno invecchiati agli alberi da frutto adattatisi ai nostri luoghi. E ci
fanno visita 600.000 escursionisti l'anno".

Comuni in azione. Non tutte le realtà sono uguali e non sempre i progetti
vanno in porto. Ecco la conferma. "Abbiamo da 10 anni la legge regionale per
istituire i parchi e le riserve, ma non tutte le aree naturali indicate sono
state protette", puntualizza Stefano Corazza, responsabile dell'ufficio
parchi della Regione Emilia Romagna. "Sono state tutelate quasi il 70 per
cento di quelle previste, ma mancano all'appello ambienti importanti come la
montagna piacentina con l'alta valle del Trebbia (vedere a pag. 32) e Nure,
i fiumi Conca e Marecchia, la Vena dei Gessi Romagnoli (vedere a pag. 152)
di Faenza. Questo perché non sempre riusciamo ad accordarci con le
popolazioni locali".
Ed entra nel merito: "se la gente non vuole il parco, il parco non si fa,
questa è la regola. Ci vuole il consenso degli abitanti per far funzionare
le aree protette e anche per questo le finanziamo al 50 per cento, lasciando
che siano poi i comuni e le province a farsi carico del resto".
I risultati gli danno ragione e succede spesso che i comuni, per far fronte
alle spese, si consorziano anche con città fuoi dai parchi. É il caso di
Parma, che finanzia i Boschi di Carrega fuori dal suo territorio. A Bologna,
addirittura, si è costituito un Coordinamento che raccoglie i 5 parchi e le
due riserve regionali. "Sette debolezze unite possono fare una forza",
assicura Forte Clò, assessore provinciale all'Ambiente, "e per farlo occorre
che i comuni ricchi della valle aiutino quelli poveri dei monti, altrimenti
le aree protette non decolleranno mai. Così la natura avvicina anche i
municipi e responsailizza i cittadini, che pagano e meritano una migliore
gestione".
A questo punto si può tirare un primo bilancio regionale. Dal 1991 al 1997
si sono investiti nei parchi cica 40 miliardi. Ora si sta mettendo a punto
un sistema dei vari ambienti naturali protetti, collegato da corridoi
ecologici, per salvaguardare almeno il 10 per cento del territorio. Le 12
riserve naturali sono gestite direttamente dai comuni dove hanno sede,
mentre i 13 parchi regionali hanno un presidente e un direttore, compresi
gli ultimi tre istituiti nel 1995 e di recente inaugurati: quello dei laghi
di Suviana e Brasimone e dell'abbazia di Monteveglio, in provincia di
Bologna, e dell'Alta Val Parma e Cedra in quella di Parma.
E, soprattutto, "Siamo in grado di misurare la qualità e il valore ecologico
di ogni area protetta con banche-dati informatizzate sulla flora spontanea e
la fauna, sugli ambienti e gli itinerari possibili. E chi volesse conoscere
i nostri parchi può farlo   consultando le schede del nostro sito Internet",
rivela Corazza.
Zanzare, no grazie. C'è un altro settore dove l'Emilia-Romagna primeggia. È
quello della lotta alle zanzare con metodi naturali. Si chiama lotta
larvicida ed è il risultato di una ricerca di microbiologica, finanziata
dall'assessorato regionale al Turismo (legge n. 15 del 1991) con un miliardo
l'anno, per combattere i fastidiosissimi insetti nelle aree turistiche
costiere del Parco del Delta.
Il risultato è stato straordinario. Nel comune di Comacchio, usato per la
sperimentazione, la presenza di culicidi si è ridotta in sei anni di
interventi di oltre il 90 per cento. Mentre l'uso dei prodotti chimici è
sceso dall'88 al 29 per cento (vedere i grafici a pagina 29). L'azione è
semplice da capire, un po' più complicata da mettere in pratica.
"Le prendiamo in contropiede quando sono ancora larve", scherza l'entomologo
Romeo Bellini, 42 anni, responsabile tecnico del Centro di ecologia
applicata del delta del Po, "le assaliamo con uno spruzzo di batteri
Bacillus thuringensis  varietà israelensis, che le larve ingeriscono e così
muoiono". Quali sono i vantaggi di questo metodo? "Inquina pochissimo, ed è
ideale nei parchi. Poi interviene selettivamente poiché questi bacilli sono
tossici solo per le larve delle Culex pipiens e Aedes Meigen, le due specie
di zanzare presenti sul litorale tra Ravenna a Comacchio, e non per i pesci
o i macrocrostacei casomai se ne cibassero. Questo ci consente di fare una
lotta a basso impatto ambientale". Dove intervenite e come? "La costa
interessata va da Lido di Volano a Punta Marina, mezzo milione di presenze
turistiche l'anno, per una fascia di cinque chilometri larga. Siamo una
decina di tecnici impegnati più altrettanti operatori che utilizzano
dall'elicottero, al diffusore a spalla, al fuoristrada alla barca a seconda
della necessità. Ma l'azione più importante avviene prima, quando occorre
fare la mappa dei focolai di sviluppo larvale". Che significa? "Vanno
censiti tutti i canali, i fossi, le scoline, i pozzetti, le risaie e ogni
altro deposito d'acqua utilizzato dalle zanzare per svilupparsi. Questi dati
sono poi inseriti in computer e aggiornati anno per anno, tenendo conto
dell'efficacia dei bacilli".
E per le zanzare adulte? "A loro i thuringensis non fanno effetto e perciò
usiamo i pesticidi, anche se in misura ridotta e controllata", interviene
Giorgio Celli, infaticabile scienziato e volto noto televisivo, tra gli
ispiratori di questo progetto, "grazie a 16 stazioni di rilevamento, dotate
di trappole di anitride carbonica, misuriamo il livello i densità degli
insetti adulti catturati, e così decidiamo d'intervenire".

Educare all'ambiente. Ma i parchi non vivono se non c'è gente attenta che li
ami e li frequenti. Un centro che da 18 anni ha fatto della divulgazione
delle scienze naturali nelle scuole la sua principale attività è quello di
Villa Ghigi di Bologna, 10 addetti per 900 milioni di fatturato l'anno. Il
suo motore umano è un filosofo, Mino Petazzini, 43 anni, di cui 17 passati
nel centro. "Siamo nati da un accordo tra il comune e sette associazioni
naturalistiche e viviamo di attività di divulgazione, libri, mappe per i
parchi regionali, allestimenti dei centri visita", spiega, "siamo stati i
primi a partire. Abbiamo seminato bene, perché oggi sono tanti a fare
educazione ambientale".
La fanno i parchi, che si gemellano apposta come quello del Delta con le
Foreste Casentinesi. La fanno le fondazioni note come Cervia Ambiente, con
premi internazionali e iniziative di prestigio. O piccole realtà come gli
"sportelli verdi" che aiutano gli insegnati nella provincia di Modena. E se
qui i parchi funzionano, è anche un po' merito loro.


  

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