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AIRONE n. 193  maggio 1997
 

VIAGGIO NELL' ITALIA DEI VELENI

di Antonio Lopez

Discariche illegali di rifiuti tossici, ecomafia, industrie e lavorazioni a rischio, molti piani che non decollano.
Il Belpaese paga ancora i danni di decenni di cattiva gestione. Con qualche eccezione che lascia ben sperare



SVENTRATA, ridotta a una groviera. A vederla dal mare la collina di Pitelli
con il suo ventre aperto, polveroso e puzzolente di rifiuti, è il risultato
della peggiore offesa che si poteva arrecare a uno dei golfi più suggestivi
del Mediterraneo, quello di La Spezia. Da questa collina della vergogna,
dove sono state sepolte sotto gli occhi e l'indifferenza di tutti tonnellate
di sostanze tossico-nocive, parte il nostro viaggio nell'Italia dei veleni.
Un' inchiesta nelle zone di crisi ambientale e nelle industrie più
pericolose all'indomani di un riuscito convegno sulle "aree a rischio
chimico industriale", organizzato da Airone e La protezione civila italiana
a Ravenna (18 e 19 aprile) alla ricerca della strada per ripulire il Bel Paese.


Collina di veleni e misteri


"A Pitelli sono stati rinvenuti più di cento fusti di rifiuti tossici ed è
stata confermata la presenza della diossina. Tra le molte tonnellate di
veleni sotterrati, probabilmente, ci sono anche quelli provenienti da Seveso
e dall'Acna di Cengio, le panne usate per arginare la fuoriuscita del
petrolio della petroliera Haven, esplosa e inabissatasi al largo di Genova
nell'aprile 1991, e i residui delle lavorazioni  militari individuati alla
fine dello scorso anno sia qui che in altre discariche dello spezzino".
L'accusa  è di Stefano Lenzi, segretario regionale del Wwf Italia. E non è
il solo macigno che si abbatte su questa discarica, nell'occhio del ciclone
da almeno un ventennio. Qui un operaio, Giuseppe Stretti, muore soffocato
nel 1984 (Si spegne a casa durante la notte, "di giorno era stato investito
da una nube giallognola sprigionatasi dal fusto bucato che stava sotterrando
con la pala meccanica): ma si pensa che siano morte almeno altre due
persone.

Arresti e malaffare


Che la discarica sia stata al centro di loschi traffici lo dimostra
un'inchiesta amministrativa della magistratura spezzina, che in 113 pagine
ricostruisce la sua storia di concessioni illegittime, firme false, progetti
scomparsi e abusi non perseguiti. A essere messi sotto accusa sono Regione,
Provincia, Comune e da analizzare sono le posizioni di quasi tutti i sindaci
che si sono succeduti a La Spezia dal 1979 a oggi. Ma l'inchiesta più
clamorosa è quella condotta dal sostituto procuratore Luciano Tarditi, della
procura di Asti. Seguendo i percorsi dei detriti dell'alluvione piemontese
del 1994, il 28 ottobre scorso fa scattare le manette a 13 persone per
"associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale", mentre 40
sono gli indagati. Ci sono dirigenti delle Ussl, geologi della Regione,
funzionari civili del ministero della Difesa e due ammiragli. Ora la
discarica è chiusa (anche la Regione Liguria si è pronunciata in tal senso)
e un collegio dei periti, nominati dal tribunale di La Spezia (mentre il
sostituto procuratore Silvio Franz ha ereditato l'inchiesta di Asti), sta
analizzando i suoi rifiuti. Ma questo non è il solo allarme lanciato dalla Liguria.

Velenosa Liguria
 A puntare l'indice accusatorio è ancora Lenzi: "Cromo esavalente di
probabile provenienza Stoppani, metalli pesanti prodotti da materiale Snam e
addirittura tonnellate di derivati da lavorazioni medicali di Farmitalia
vennero censiti nel 1992 vicino Albenga, in provincia di Savona, dove furono
rinvenuti 20 mila bidoni di sostanze tossico-nocive. C'è da chiedersi come
sia stato possibile costruire un traffico di così tali dimensioni e di
garantire un sistema criminale tali da trasformare parte della Liguria
nella più grande discarica di veleni del Nord Italia".
Ecomafie e  rifiuti
La sua domanda ha ancora poche risposte certe, ma tutto lascia intendere che
questo immenso traffico illegale porta diritto alle cosiddette ecomafie: a
quell' intreccio perverso tra finanza occulta e controllo del territorio,
tra attività criminali e management capace di pilotare la  spesa publica e
che solo per la monnezza fattura ogni anno nel nostro paese 6.000 miliardi
di lire (vedere Airone 171, pag. 32).
Alza il tiro Lorenzo Miracle del osservatorio ambiente e legalità di
Legambiente: "Tutte le discariche indagate (Valle Scura, Val di Bosca, Bosco
di Checco, Le Gronde, Santalò, Saturnia, Magliolo, Tovo San Giacomo) erano
autorizzate e previste nel piano regionale di smaltimento, ancora in
vigore". E precisa: "I comitati di affari, i faccendieri sbrigarifiuti sono
nomi e volti ben noti alla magistratura, per aver già subito processi e
condanne. Per esempio, l'imprenditore spezzino Orazio Duvia inquisito per
Pitelli era socio in affari con Giorgio Di Francia e Francesco La Marca, in
passato condannati nel processo nato dall'operazione Adelphi della Procura
di Napoli, che smascherò gli interessi della camorra nello smaltimento
abusivo dei rifiuti". (Grazie alle dichiarazioni del pentito Nunzio Perrella
furono arrestate, nel marzo 1993, 21 persone. I reati contestati andavano
dall'associazione di stampo mafioso alla corruzione continua. Il processo è ora in appello).

La nuvola che fa paura


Porto Marghera. L'ultimo suo incidente è di sabato 15 marzo scorso: brucia
un essiccatoio dello stabilimento Montefibre e una nuvoletta scura (ossido
di carbonio, anitride carbonica, vapori nitrosi in miscela e tracce di acido
cianidrico) sorvola Marghera e parte di  Mestre. Tanta paura, qualche
irritazione e un po' di nausea per una dozzina di persone. Pesanti le
polemiche sollevatesi perché l'allarme ai cittadini è stato dato con almeno
tre ore di ritardo, a incendio spento. "È incredibile", puntualizza Corrado
Clini, direttore generale Aree a rischio del ministero dell'Ambiente, "che
un'azienda che gestisce in sicurezza il suo impianto non sia in grado di
dire in pochi minuti cosa sta succedendo. E non si capisce come Vigili del
fuoco e Ussl, che quell'impianto conoscono bene, non siano in grado di dire
in pochi minuti quali siano i rischi che si corrono".

Scelta di ieri, problemi di oggi  "Nella zona industriale di Porto Marghera
troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono  nell'aria
fumo, polvere o esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano nell'acqua
sostanze velenose, che producono vibrazioni e rumori". È un passo
significativo delle Norme tecniche di attuazione del Piano regolatore di
Venezia del 1962, rimasto in vigore fino al 1990. "E da solo spiega per
quale sciagurata decisione il più grande polo chimico italiano si trova ai
bordi della laguna di Venezia", denuncia Lucia Venturi, esperta di industrie
a rischio di Legambiente.
L'elenco delle attività produttive concentrate a Marghera è impressionante:
polo chimico, alluminio, cantieristica navale, petrolifero-raffinazione,
siderurgia. D'altra parte il Petrolchimico con decine di produzioni (cloro,
sbiancanti ottici, acido cloridrico), il Montefibre e lo stabilimento
Agrimont (fertilizzanti, ammoniaca e tripolifosfato) hanno un totale
occupati al 1995 di 11.790.

La laguna non ringrazia


"Ci sono 2.000 camini che emettono 240.000 tonnellate anno di inquinanti,
tra cui i cangerogeni nitrile acrilico e ammine aromatiche", continua
Venturi, "metre vanno bonificati ben 5 milioni di tonnellate di terreni
inquinati e di accumuli di rifiuti pericolosi. Anche il rischio sanitario è
grave: non siamo più negli anni Settanta, quando dal O71 al 74 ci furono 51
incidenti e oltre 1.200 intossicati, ma  i bambini di Mestre e Marghera
hanno un incidenza di malattie respiratorie 2/3 volte superiore alla media
nazionale". E c'è chi ha fatto di più. Per l'alto numero di decessi (si sono
costituiti parte civile i familiari di  117 morti per cancro) e malattie dei
lavoratori addetti alla lavorazione del cloruro di vinile all'interno del
Petrolchimico, il sostituto procuratore veneziano Felice Casson ha richiesto
nel dicembre 1996 il rinvio a giudizio di 27 alti dirigenti di Enichem e
Montedison: il processo si è aper- to il 3 marzo scorso e le accuse
documentate vanno dall'omicidio colposo alla strage.

Zone  a rischio ambientale
Sono 14 le aree nazionali sottoposte a gravi fenomeni sanitari a causa
dell'industralizzazione. Per cinque di queste i livelli di guardia devono
ancora rimanere alti (Brindisi, Taranto, Caltanisetta-Gela, Siracusa -Priolo
e il Suicis) e così il Governo Prodi ha riconfermato la dichiarazione ad
alto rischio decretata 6 anni fa (vedere grafico di pag. XX). "Purtroppo
poco si è fatto in questo periodo per migliorare lo stato di questi luoghi",
denuncia pubblicamente il sottosegretario all'Ambiente, Valerio Calzolaio. E
bastano due dati per dargli ragione: nella zona di Brindisi la mortalità per
tumore è superiore del 48 per cento alla media nazionale, a Taranto è del
22, stando al recente rapporto di Ambiente e Salute, centro italiano
dell'Organizzazione mondiale della  sanità. Non si sono fatte le bonifiche e
nemmeno i piani per il risanamento. Anzi. "I piani", è  il lapidario
giudizio di Duccio Bianchi, esperto di gestione dei rifiuti dell'istituto di
ricerca Ambiente Italia di Milano, "hanno rappresentato uno dei più
clamorosi fallimenti italiani. Si sono sprecati tra i 20 e i 40 miliardi
solo per pagare i progetti e nulla più". E affonda nello specifico: "Troppi
enti sono chiamati a decidere. Manca personale qualificato per effettuare i
controlli. Le procedure sono lunge e non si concludono. I controlli non si
fanno e le industrie continuano a non pagare i danni". Ma come si esce da
questa situazione? Quali strumenti vanno utilizzati prima?

Cosa ha insegnato Seveso
Ventanni fa l'incidente: era il 10 luglio 1976. Ci sono voluti 12 anni per
avere una legge per controllare le industrie a rischio di incidente
rilevante, il Dpr n. 175 del 17 maggio 1988 (che ha recepito la direttiva
Cee, n. 501 del 24.6.1982, detta Seveso), ma il bilancio della sua
applicazione presenta molti lati oscuri. "Siamo stati capaci di controllare
le istruttorie solo di metà delle industrie a rischio. Mancano mezzi e
uomini per farlo", conferma Clini. E  quante ce ne sono in Italia? Risponde
Rino Pavanello, chimico e segretario nazionale di Ambiente e Lavoro
(associazione di docenti universitari e tecnici; che pubblica banche dati,
dossier, software, consulenze gratuite sul grande rischio industriale, Z
02/27002662) : "La legge dell'88, classifica le industrie in base alla
quantità di sostanze e alla loro pericolosità. In Italia ci sono 220 aziende
di classe A, quelle in teoria più a rischio, con un totale di 700 impianti.
800 di classe B con 1500 impianti. E  un numero imprecisato di classe C".
Nel caso malaugurato che tutte esplodino e le nubi tossiche prodotte vadano
in tutte le direzioni, cosa succede? "Si potrebbero avere circa 1 milione di
morti e 2 o 3 milioni di feriti o intossicati". I problemi, però, non sono
solo teorici, ma anche pratici. "Occorre snellire le istruttorie (sono
almeno 10 le autorità competenti tra ministeri, Cnr, Ispel, Iss, Ussl) e
affidare il controllo del rischio a dei comitati regionali", chiarisce
Pavanello, "in questa direzione, relatore il verde Massimo Scalia, sta per
essere pubblicata una nuova legge; e darà anche maggiore informazione ai
cittadini". Ed esempi positivi non mancano.

Ravenna, leader d'Italia


Ravenna: secondo porto commerciale d'Italia con 10.000 metri di banchine
attrezzate e sebatoi petroliferi per 1.797.500 metri cubi. Il suo polo
chimico di 300 ettari, dà lavoro a circa 3.300 addetti con un fatturato di
2.000 miliardi. Federico Zerbo,direttore dello stabilimento Enichem, 15
impianti e depositi di classe A, spiega: " I nostri impianti sono sempre
sotto controllo e in un anno abbiamo fatto ben 84 prove di emergenza nei
reparti. E per rendere i reattori più sicuri spederemo 6 miliardi in tre anni".
Qui per la prima volta si è affrontato il rischio industriale insieme a
quello del trasporto delle sostanze pericolose. Così è nato il progetto
Aripar (analisi rischio industriale e portuale dell'area di  Ravenna) per
verificare lo stato dell'area portuale e ricalibrare il modello di sviluppo.
"È una specie di piano regolatore dei rischi portuali e industriali",
chiarisce Claudio Miccoli, assessore alla protezione civile della città, "in
10 anni si sono ridotti gli incidenti portuali del 75 per cento. Si è resa
più sicura le viabilità, si sono  migliorati i sistemi di monitoraggio".
Speriamo diventi la regola anche nelle altre aree a rischio italiane.


   
box
Trasporto merci
UN TELEFONO PER LE EMERGENZE
Si chiama Siet e sta per Servizio informazioni emergenze trasporti. Ha sede
a Porto Marghera e fornisce giorno e notte (per telefono e fax) notizie
sulla pericolosità, su come trattare e quali precauzioni prendere in caso di
incidenti, almeno 1.300 sostanze. E non è la sola iniziativa Enichem fuori
dalle fabbriche per l'emergenza nel trasporto delle merci pericolose. Sono
dislocate in tutta Italia altri 10 centri di pronto intervento, contattabili
all'occorrenza. Eccoli: Gela, Priolo, Brindisi, Terni, Ravenna, Ferrara,
Mantova, Pieve Vergonte, Porto Torres e Sarroch-Assemini. tel. 041/ 2912304.


box 2
Rifiuti nucleari


I RISULTATI DEL NOE E I PERICOLI CHE ARRIVANO DA EST
La stima dell'Anpa (agenzia nazionale per l'ambiente) rileva 20 siti
utilizzati per lo stoccaggio provvisorio di scorie radioattive per circa
23.000 metri cubi di rifiuti pari a oltre 9 milioni di Giga Becquerel. Sono
l'eredità lasciataci dalle nostre centrali nucleari (sotto quella di Caorso),
all'indomani del Referendum del 1987 che le ha fatte chiudere. Ma la vero
problema sembra un altro.
"In Italia si importano materiali ferrosi radioattivi", denuncia Nicola
Raggetti, comandante del Noe (nucleo operativo ecologico) dei Carabinieri.
"Da luglio O96 la nostra Squadra materiali radioattivi ha fatto 200
controlli, accertando 50 infrazioni, segnalato alla magistratura 70 persone
e effettuato 70 sequestri", e continua, "ferro e alluminio inquinati
arrivano dall'est, dove molte delle centrali nucleari, che hanno una vita
media di 25 anni, più 10 di cessata attività, sono arrivate al capolinea".
Per far fronte al pericolo si sono attrezzate di rilevatori sia le nostre
industrie del ferro che le dogane: e quelle di Gorizia, Tarvisio e Trieste
hanno respinto al mittente lo scorso anno ben 202 carichi.


box. 3
lavori in corso
LA CHIMICA DEL DUEMILA
Mille miliardi all'anno spesi per rispettare l'ambiente e migliorare la
sicurezza delle fabbriche. In attesa che il Parlamento Italiano recepisca la
II Direttiva comunitaria Seveso, entrata in vigore il 3 febbraio scorso
(n.96/82CE del 9 dicembre 1996, ha due anni di tempo per farlo) l'industria
chimica italiana ha deciso di giocare all'attacco. Con il Responsible Care,
programma internazionale volontario, 100 aziende con 272 siti produttivi, un
fatturato di 37.000 miliardi e 67.500 addetti, sono impegnate al
miglioramento continuo nella sicurezza, nella salute e nell'ambiente. E in 6
anni di attenzioni hanno dimezzato la produzione di rifiuti, ridotte del
70-90 per cento le immissioni in aria e del 50 quelle in acqua e del 40 gli
incidenti in fabbrica.

box 4
Aree d'Italia a rischio di crisi ambientale


Nei riquadri sono indicate le 14 aree italiane dichiarate a elevato rischio
di crisi ambientale dalle leggi numero 305 del 1989 e 195 del 1991 (con il mese e l'anno della dichiarazione).

Lambro-Olona-Seveso, 10/1987
Numero comuni: 381
Abitanti: 4.857.963
Superficie: 3.336 kmq
Cause: inquinamento industriale
e urbano
Piano di risanamento: da adottare

Massa Carrara, 07/1995
Numero comuni: 17
Abitanti: 200.466
Superficie: 1.157 kmq
Cause: rifiuti speciali e aree
industriali dismesse
Piano di risanamento: da adottare

Po Polesine, 02/1989
Numero comuni: 52
Abitanti: 264.020
Superficie: 1.962 kmq
Cause: industrie zootecniche
e piccole industrie
Piano di risanamento: da adottare

Burana, Po di Volano, 09/1989
Numero comuni: 41
Abitanti: 386.953
Superficie: 2.596 kmq
Cause: industrie zootecniche
Piano di risanamento: da adottare

Conoidi, 02/1989
Numero comuni: 76
Abitanti: 1.146.453
Superficie: 3.556 kmq
Cause: industrie ceramiche
e zootecniche
Piano di risanamento: da adottare

Orbetello, 04/1994
Numero comuni: 1
Abitanti: 15.476
Superficie: 227 kmq
Cause: pressione antropica
e itticoltura
Piano di risanamento: da adottare

Napoli, 02/1987
Numero comuni: 92
Abitanti: 3.000.000
Superficie: 1.200 kmq
Cause: industrie chimiche
e petrolifere
Piano di risanamento: da adottare

Portoscuso, 11/1990
Numero comuni: 5
Abitanti: 62.835
Superficie: 383 kmq
Cause: lavorazioni piombo, zinco,
alluminio e attività estrattiva
Piano di risanamento: adottato, 1993

Sarno, 08/1992
Numero comuni: 22
Abitanti: 418.818
Superficie: 378 kmq
Cause: industrie conciarie
Piano di risanamento: da adottare

Gela, 11/1990
Numero comuni:3
Abitanti: 104.783
Superficie: 676 kmq
Cause: industrie petrolchimiche
e raffinerie
Piano di risanamento: adottato, 1995

Manfredonia, 07/1995
Numero comuni:1
Abitanti: 58.157
Superficie: 352 kmq
Cause: industrie chimiche
Piano di risanamento: adottato, 1996

Brindisi, 11/1990
Numero comuni: 4
Abitanti: 126.949
Superficie: 548 kmq
Cause: industrie chimiche
e petrolchimiche-BDS
Piano di risanamento: da adottare

Taranto, 11/1990
Numero comuni: 5
Abitanti: 279.977
Superficie: 505 kmq
Cause: raffinerie, cementifici, centrali elettriche e siderurgia
Piano di risanamento: da adottare

Priolo, Augusta, 11/1990
Numero comuni: 6
Abitanti: 209.517i
Superficie: 569 kmq
Cause: industrie petrolchimiche,
raffinerie e attività portuali
Piano di risanamento: adottato, 1995


  

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