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AIRONE
n.
171 LUGLIO 1995
LE MANI SULL' AMBIENTE
L'ecomafia, come lavora e come la si combatte
Il giro d'affari è di ben 14.500 miliardi. A gestirlo sono mafia,
camorra e 'ndrangheta. Scopriamo il ruolo, i danni
del malafae sull'ambiente egli uomini che si battono per vincerlo
di Antonio
Lopez
Le chiamano "ecomafie". Sono le associazioni criminali, i clan
piccoli e
grandi, che hanno trovato nel trasporto e nello smaltimento dei rifiuti,
nelle attività di escavazione, nell'abusivismo edilizio, le nuove frontiere
del business illecito. Un intreccio perverso tra finanza occulta e controllo
del territorio, tra attività criminali e management con in più il potere
mafioso di pilotare a piacere la macchina della spesa pubblica. "Mafia,
camorra e 'ndrangheta gestiscono in Italia un giro d'affari di ben 14.500
miliardi di lire l'anno. Producono un effetto disastroso sull'ambiente e con
questo losco traffico stringono un cappio al collo all'economia sana,
moderna e rispettosa delle regole". A lanciare l'allarme è Ermete
Realacci,
presidente di Legambiente. E lo fa, mentre dall'altra parte del
Mediterraneo, sulle rive del Nilo a Il Cairo, in Egitto, per la prima volta
le Nazioni Unite hanno puntato la loro attenzione sul rapporto tra malavita
e devastazione ambientale. Ai primi di maggio, durante il nono Congresso
mondiale dell'Onu sulla criminalità (un vertice internazionale che si tiene
ogni cinque anni), hanno infatti dedicato un seminario di studi di due
giorni sui crimini contro l'ambiente. Sono stati presentati e analizzati più
di 100 casi relativi a 11 paesi, e l'Italia, purtroppo, in questo settore ha
fatto scuola. Il bilancio lo ha tirato Herman F. Woltring, direttore
dell'Unicri, l'istituto dell' Onu che si occupa della criminalità e della
giustizia, e questo è il suo magro bottino: "moltissime le multe date
ai
singoli e alle piccole imprese, pochi i successi riportati contro le
organizzazioni criminali colpevoli dei più grandi disastri ambientali. E
mentre le ecomafie agiscono internazionalmente, i governi hanno finora fatto
poco per combatterle".
In Italia, però, il fronte è già aperto. "Con
quelle di Napoli e Firenze
sono almeno 15 le procure mobilitate: tra distrettuali per i reati di mafia
e circondariali per reati ambientali. Sappiamo per certo che alla
criminalità organizzata il traffico dei rifiuti frutta di più di quello
della droga e per questo stiamo mettendo in movimento tutto il potenziale
repressivo e di risposta dello Stato, dall'impiego dei Ros (i Reparti
operativi speciali dei carabinieri) a quello della guardia di finanza",
chiarisce Alberto Maritati, procuratore nazionale antimafia aggiunto.
Originario di Lecce, un brillante passato di pretore "ambientale"
a Otranto,
Maritati da circa un anno si è imbarcato in questo nuovo e difficile
compito, che così spiega: "la Procura nazionale antimafia provvede a
coordinare le investigazioni. E, soprattutto, fa in modo che si utilizzino
in maniera più efficace le informazioni acquisite da ciascuna procura; come
nel caso di un'attività di riciclaggio che coinvolga non solo l'Italia ma
anche i paesi stranieri".
Ma c'è una questione che al procuratore nazionale sta a
cuore. E va
subito al sodo: "I clamorosi ritardi di comuni, province e regioni in
materia di rifiuti hanno creato l'urgenza di un servizio da svolgere. E la
criminalità organizzata lo ha saputo sfruttare in maniera tempestiva,
applicando i metodi e le regole del profitto più sfrenato. Abbiamo una
gamma
impressionante di situazioni da verificare ma ci scontriamo con interessi di
grande spessore, poiché le emergenze non riguardano solo i rifiuti solidi
urbani, ma anche i nocivi, gli infetti, i radioattivi e forse quelli
nucleari".
I signori della spazzatura. Tastiamo più a fondo il polso del malaffare
ecologico nel nostro paese. Bastano pochi ma significativi esempi per farlo.
Ci aiuta in questo Enrico Fontana, 37 anni, giornalista e coordinatore per
Legambiente dell'Osservatorio permanente su ambiente e legalità costituito
insieme a Eurispes e Arma dei carabinieri: questo centro studi, sorto nel
dicembre del 1993, si avvale di un comitato tecnico-scientifico formato da
esponenti della Guardia di finanza, del Corpo forestale dello Stato, della
Procura generale della Corte dei Conti, dell'Istituto superiore della
Sanità, dell'Enea e dei servizi tecnici nazionali della Presidenza del
Consiglio dei Ministri, e ha prodotto lo scorso anno Le ecomafie, il primo
rapporto sul ruolo della criminalità organizzata nell'illegalità
ambientale.
"Sono la Campania, la Puglia, la Basilicata, la Calabria e la Sicilia a
essere le più colpite dalla piaga del traffico dei rifiuti. Il fenomeno,
però, interessa anche regioni del centro nord come le Marche, il Lazio e la
Toscana: da queste ultime due, per esempio, sono partite centinaia di
migliaia di tonnellate di rifiuti urbani e industriali, tra il 1990 e 1993,
poi scomparsi nel nulla", spiega il giovane dirigente. E aggiunge:
"Le rotte
accertate sono due. Una tirrenica che sfrutta l'autostrada
Firenze-Roma-Napoli e una adriatica per i carichi che dall'Emilia-Romagna e
la Lombardia vanno in Puglia. E' bastata una banale verifica tramite
viacard: i tir uscivano a caselli diversi dai siti finali di smaltimento. I
camion, per esempio, lasciavano l'autostrada a Colleferro, a Cassino o a
Caserta invece che a Napoli, nelle cui discariche avrebbero dovuto
depositare - si fa per dire - legalmente il loro carico². Le stesse
autorizzazioni, infatti, erano illegali poiché in Campania è vietato lo
smaltimento dei rifiuti extraregionali. Dove finiscono dunque i rifiuti?
Il gioco vale la candela. "Più che un gioco
è un grosso affare. Il
prezzo di mercato per un chilogrammo di rifiuto oscilla intorno alle 150
lire per quelli urbani e supera le 1.000 lire per quelli tossico-nocivi: i
più facili da occultare. Circa 28.000 tir hanno attraversato mezza Italia
per disperdere il loro carico venefico in cave abusive, in aperta campagna
o, nel migliore dei casi, illegalmente in discariche autorizzate campane o
pugliesi. Non dovendo Opagare' lo stoccaggio o l'incenerimento le ³aziende²
smaltitrici, producendo una montagna di documenti falsi, possono così
incassare ingenti somme con pochissima spesa: e con il consenso
inconsapevole degli amministratori toscani, emiliani, laziali che pagano per
smaltiti a norma di legge rifiuti che non lo sono. Il prezzo lo pagha il
territorio. Lo paghialmo tutti noi. Si sono sventrate montagne e trasformati
litorali in gruviera, come quello domizio-flegreo tra Napoli e
Caserta, per
far posto a carichi di veleni", puntualizza Fontana. E cifre alla mano
analizza il fenomeno nei dettagli: "In Campania su 459 impianti
esistenti
ben 316 non sono autorizzati, in Puglia e Calabria è ancora peggio; sono
illegali 254 su 308 nella prima e 294 su 330 nella seconda. Da un'inchiesta
voluta dal ministero dell'Ambiente nel 1990, risulta che più del 60 per
cento delle circa 2.000 discariche illegali presenti in Italia sono al Sud.
Ma il problema più grave è quello dei rifiuti industriali. Se ne producono
ogni anno circa 34 milioni di tonnellate e solo la metà di questi sono
smaltiti a norma di legge. Una stima di Assoambiente, l'associazione di
categoria degli smaltitori di rifiuti, è più ottimista e parla del 30 per
cento di smaltimento illegale. Però aggiunge che se si dovessero bonificare
i siti inquinati occorrerebbe spendere ogni anno circa 15.000 miliardi (a
fronte dei 1500 che annualmente i clan guadagnano solo per il trasporto
illegale dal nord al sud). Praticamente per ogni lira che guadagna la
camorra, lo Stato ne perde dieci. E le difficoltà da superare non sono
poche. Visto che ci sono regioni come la Calabria che riescono a smaltire
appena un decimo dei rifiuti industriali da loro prodotti, mentre per le
altre del sud il dato oscilla tra il 10 e il 40 per cento".
Ci troviamo di fronte a una holding che, solo per i rifiuti,
maneggia
ogni anno circa 6.000 miliardi di fatturato. Ma come funziona? "Le
ecomafie
sono il cuore della criminalità imprenditrice, che attraverso il controllo
del territorio entra direttamente nell'economia reale. Spesso hanno
l'aspetto di società di intermediazione, commerciali e di trasporto, che
garantiscono Ola soluzione del problema'. E la riprova di ciò è data dal
fatto che nelle inchieste giudiziarie sono quasi sempre le stesse società a
comparire², chiarisce Fontana. ³Prima si vende la sabbia e la breccia
aprendo cave abusive, poi dentro si smaltiscono i rifiuti (spesso senza
alcuna accortezza e inquinando falde, seppellendo sotto pochi centimetri di
terriccio vere bombe chimiche). Una volta riempite le buche le si trasforma
in terreno edificabile (naturalmente per quartieri abusivi. Secondo la
Confcommercio almeno la metà dell'attività edilizia nel Meridione è sotto
il
saldo controllo della criminalità organizzata. E negli ultimi 10 anni
complessivamente si sono costruite ben 435.000 case abusive). Dagli atti
ufficiali risulta che sono circa 60 i clan coinvolti².
Qualche caso? "Clamoroso è quello dell'emergenza
rifiuti nelle provincia
di Roma nell'estate del 1991. Ai comuni di Pomezia, Nettuno, Veletri e
Colleferro la Regione Lazio vietò di scaricare i rifiuti nella
megadiscarica
di Malagrotta, che da quella data poteva ricevere solo dal comune di Roma.
Ebbene. Alle ditte di raccolta si presentarono emissari della camorra
offrendo, ad alto costo, di smaltire i rifiuti in Campania. E così è stato
fatto. Un altro esempio di totale mancanza di controllo pubblico sul
territorio ci viene da un'indagine della magistratura di Bari. Si scoprono
nel parco regionale di Lama Balice, nel comune di Bitonto, discariche
abusive per oltre 30.000 tonnellate di rifiuti, provenienti sia dal
nord
sia dal centro Italia. Inquietanti sono le modalità di smaltimento. I
camion
provenienti da Bologna, Piacenza, Como o Frosinone venivano quasi sempre
accompagnati di notte, fatti girare a vuoto per confondere gli autisti e
quindi fatti scaricare". Con quali connivenze? Dove erano i controlli?
I cavalieri della legalità. La situazione è grave. Ma colpi pesanti
vengono
sferrati da più parti per sgominare la piovra della monnezza. E a darli
sono
i magistrati, i prefetti, le forze dell'ordine, le associazioni ambientali,
i colleghi della carta stampata, gli amministratori e i privati cittadini.
Dopo la Campania anche in Basilicata e in Puglia,
dove una recente e
severa ordinanza del prefetto di Bari Corrado Catenacci (comissario
straordinario per l'emergenza colera) ha esteso l'obbligo a tutta la
regione, ora è vietato smaltire i rifiuti extraregionali. In soli tre anni
il Noe, nucleo operativo ecologico, reparto speciale del carabinieri
istituito nel 1986 e già Airone d'oro un anno dopo per l'impegno
ambientale,
ha effettuato un centinaio di sequestri di discariche nelle 5 regioni del
Sud. Valore sequestrato: 50 miliardi. Persone denunciate: circa 800. Il
servizio che opera alle dipendenze del ministro dell'Ambiente e in sintonia
con gli altri reparti dell'arma, ha un efficente centro elaborazione dati e
presto il suo organico specializzato salirà a circa 140 uomini, con
l'apertura delle nuove sezioni territoriali di Torino, Venezia, Bari e
Palermo. Il nuovo comandante Nicola Raggetti, marchigiano di 47 anni, parla
chiaro ed è ottimista: "La gente non ci deve vedere più solo come i
carabinieri che vanno a reprimere, ma come i collaboratori che possono
aiutarla a rispettare l'ambiente. Per questo teniamo volentieri conferenze
nelle scuole e nelle sedi di associazioni, anche perché l'educazione ha un
grosso peso nella lotta alla criminalità e per questo siamo fiduciosi per
il
futuro".
Segnali incoraggianti arrivano anche da Napoli. Qui è partita
la prima
inchiesta che ha illuminato la tangentopoli dei rifiuti. E' quella promossa
dai sostituti procuratori Aldo Policastro, Giuseppe Narducci e Giovanni
Melillo della Direzione distrettuale antimafia della Procura della
Repubblica di Napoli (Airone d'argento 1994 per l'impegno civile).
Ricordiamola brevemente. Nel 1992 è un collaboratore di giustizia,
l'imprenditore Nunzio Perrella, fratello del boss Mario Perrella del clan
familiare di Rione Traiano, affiliato ai clan camorristici di Fuorigrotta, a
raccontare di un giro di affari miliardario sullo smaltimento illegale di
rifiuti extraregionali. Le manette scattano a fine marzo del 1993 per 21
persone. I reati contestati vanno dall'associazione di stampo mafioso alla
corruzione continua. Oltre alla camorra sono implicati falsi imprenditori,
gestori di discariche, politici corrotti e logge massoniche deviate. Si
accerta il meccanismo delle tangenti: su ogni chilogrammo di rifiuto 10 lire
vanno ai camorristi, che vigilano sul trasporto; 25 lire ai politici
(esponenti dell'ex Partito liberale, come l'ex assessore provinciale
Raffaele Perrone Capano) per le autorizzazioni illegali, il resto al gestore
della discarica consenziente. "Il processo è attualmente in corso, ma
le
inchieste non si fermano", assicura Narducci. Anche se il loro compito
non è
agevole e leggi permissive ne intralciano il lavoro. "Per il trasporto
e lo
smaltimento illecito dei rifiuti non è previsto il reato di associazione
per
delinquere. Per poter intervenire occorre che si contesti l'ipotesi di reato
di truffa o l'associazione mafiosa, altrimenti il tutto si risolve in una
multa da pagare o in un sequestro da scontare", puntualizza Policastro.
E sempre da Napoli c'è la testimonianza di due
colleghi che da più di
10 anni sono una spina nel fianco del malaffare. Sono Andrea Cinquegrani e
Rita Pennarola, rispettivamente direttore e condirettore de La voce della
Campania, mensile che hanno ereditato da Michele Santoro, ultimo direttore
nel 1980. Hanno rilanciato il giornale nel 1984 e sono autori di libri
che
hanno fatto storia, e non solo all'ombra del Vesuvio: citiamo Grazie sisma
sul terremoto dell'Irpinia, 'O ministro dedicato alle malefatte di Paolo
Cirino Pomicino e Sua sanità per quelle di un altro ex, Francesco De
Lorenzo. Questo il loro guiness da primati: 70 tra citazioni civili di
risarcimento danni e querele ricevute, ma mai una condanna. E Cinquegrani ci
ricorda: "L'ecomafia l'abbiamo scoperta nove anni fa parlando di
imprese di
pulizie e di calcestruzzo. Erano i due settori dove la camorra riciclava il
denaro sporco. Pochi investimenti e facili guadagni, assicurati dalle
connivenze politiche e dal monopolio imposto. Ora il clima è cambiato.
Alcuni dei vecchi protagonisti sono morti o sono in carcere, le imprese di
pulizia stanno chiudendo e non ci sono più i profitti del passato. La
camorra sta cercando nuovi settori per lucrare, fuori della Campania e anche
all'estero".
Smaltimento illegale di rifiuti radioattivi? Nucleari?
Quali saranno le
nuove vie del traffico nazionale e internazionale del malaffare? Questo non
lo sappiamo ancora. E' certo però che il futuro si gioca tutto sulle
capacità dei governi di affinare strumenti idonei e capaci di contrastare
un
fenomeno dai mille volti, una criminalità che usa la ruspa al posto della
lupara e che ha imparato a giocare in borsa assai meglio che nelle bische
clandestine. Se pensiamo che a differenza di ben 15 paesi il nostro non
prevede ancora nel Codice Penale reati contro l'ambiente, che per poter
trasportare veleni tali da poter inquinare tutte le falde di una regione
basta una bolla, cosiddetta ecologica, falsificabile da uno scolaretto, ci
rendiamo conto di quanta strada c'è ancora da percorrere. E il primo passo
sarà quello di rovesciare la scala dei valori nel Codice penale come nella
mente di tutti noi.
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