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AIRONE n. 176  dicembre 1975
 

IL MEDITERRANEO CHIEDE AIUTO 



Ogni giorno è inquinato da grandi quantità  di petrolio
e lo avvelenano valanghe  di sostanze chimiche. Mentre
 sono numerosi i traffici illegali di rifiuti, anche gestiti
dalle ecomafie, a solcare  i suoi mari. Sono solo alcune
e gravi emergenze  del Mare Nostrum. Un mare
 sempre in bilico tra vita e morte e che non smette mai
di stupire. Scopriamo chi sta combattendo la sfida
 per poterlo salvare

di Antonio Lopez

Sono venuti da ogni porto, paese, città perché soltanto insieme possono
stendere una diagnosi e stabilire una cura. Si sono incontrati a Roma, con
le facce serie ma determinate di medici al capezzale di un ammalato grave.
Sono i sindaci delle città del Mediterraneo che per tre giorni, dal 22 al 24
novembre, hanno messo a punto le tante, diverse, grandi e piccole terapie
per curare il loro mare. Quasi in 200, con i funzionari Onu, gli assessori e
i presidenti di province e regioni, i tecnici, i ricercatori e i
protezionisti, sono stati accolti dal sindaco Francesco Rutelli che, insieme
al collega di Barcellona, Pasqual Maragall, all'Iclei (l'International
Council for Local Environmental Initiatives) e a Ecomed (l'agenzia per lo
sviluppo sostenibile del Mediterraneo), ha promosso il Mediterranean Local
Agenda 21: la prima conferenza internazionale per l'applicazione a livello
locale degli impegni per lo sviluppo ecocompatibile sottoscritti a Rio de
Janeiro nel 1992. Dimitris Avramopoulos, sindaco di Atene, Sali Kelemendi
primo cittadino di Tirana, Sami Menkara di Tripoli, Aown Shawa di Gaza, Anna
Sanna di Sassari, solo per citarne alcuni, hanno discusso di risorse idriche
ed energetiche, di smaltimento di rifiuti, di introduzione di tecnologie
pulite e di valorizzazione del patrimonio ambientale. Questo perché... "Sono
le città i luoghi dove hanno origine la maggior parte dei problemi
ambientali. Ed è nelle città che ci sono le risorse, le idee e soprattutto
gli uomini per poterli risolvere", spiega con semplicità il sindaco Rutelli
( vedere intervista).
I guai del Mare Nostrum non sono pochi e per affrontarli ci vuole davvero
tutta la buona volontà di motivati amministratori. Bastano poche cifre per
capirlo. Ogni anno questo piccolo mare, che ha un tempo di ricambio lento
(ci vogliono circa 80 anni perché le sue acque si rinnovino), riceve
valanghe di veleni: 358.000 tonnellate di fosforo, 1.042.000 di azoto,
60.000 di detergenti, 130 di mercurio, 4.820 di piombo, 2.760 di cromo,
25.700 di zinco, 90 di pesticidi, 2.618 di materiali radioattivi e 428
miliardi di scarichi civili e industriali. Questo fa sì che le tracce di
pesticidi (Ddt) e di composti tossici del cloro (Pcb) presenti nei nostri
pesci siano superiori centinaia di volte rispetto ai valori accumulati dalle
stesse specie nell'oceano Atlantico. E non solo. A questi problemi se ne
aggiunge uno incontrollabile: la cosiddetta bomba demografica. L'impatto
della popolazione sul Mediterraneo avrà sempre più peso in futuro: tra 30
anni, dei circa 391 milioni di abitanti attuali passeremo a 594 milioni. E
nello stesso periodo si conteranno quasi 340 milioni di turisti (contro i
circa 100 milioni stimati adesso), ammassati d'estate sulle sue coste.

Un mare di petrolio. "Il Mediterraneo è il bacino del pianeta più inquinato
da idrocarburi. Ogni anno finiscono in mare 635.000 tonnellate di petrolio
e, in dieci anni, gli sversamenti a causa di incidenti sono cresciuti del 30
per cento", accusa Gianni Squitieri, ex direttore di Greenpeace Italia, ora
alla guida di Ecomed. E aggiunge: "Da Gibilterra al Bosforo circola un
quinto del traffico petrolifero mondiale. Circa 15 milioni di barili di
greggio vengono trasportati ogni giorno dalle superpetroliere, 12 milioni
provengono dai paesi del Medio Oriente. Ed è un traffico destinato ad
aumentare, anche perché i maggiori consumatori, gli Stati Uniti, tendono a
ridurre la loro produzione interna di petrolio". "Spesso navigano vecchie
carrette. Navi che non hanno il doppio scafo: che non è la panacea di tutti
i mali, ma almeno riduce il disastro", ribatte Ermete Realacci, presidente
di Legambiente. E quando ne succede uno, come quello della Haven, esplosa e
inabissatasi al largo di Genova nell'aprile del 1991? Risponde: "Per quel
sistema di scatole cinesi che sono le compagnie di navigazione non si riesce
a far pagare al proprietario della petroliera neppure il dovuto per i danni
causati".
È proprio quello che sta avvenedo alla ripresa del processo Haven. "Gli
armatori stanno tentando di far ricadere la colpa del disastro ( 5 vittime e
144.000 tonnellate di petrolio versato), sul solo comandante Grigorakakis,
affondato con la nave. Mentre il Fondo internazionale per l'inquinamento
idrocarburi (Iopcf), alla cui disponibilità finanziaria l¹Italia
contribuisce per il 17 per centro (secondo paese dopo il Giappone), non ha
alcuna intenzione di riconoscere il danno ambientale. Anzi. Dichiara di
voler pagare solo 70 miliardi di lire, una piccolissima parte dei 1.200
miliardi stimati a suo tempo da Eni e Iri", denuncia in un dettagliato
dossier il Wwf Italia. "Ben diverso l¹iter legale relativo al caso della
superpetroliera Exxon Valdez, che con uno sversamento di 40.000 tonnellate
di greggio avvenuto sulle coste dell¹Alaska ha risarcito ben 8.000 miliardi
per i danni economici diretti e ambientali", accusa Giancarlo Bonifai,
avvocato di battaglie legali in difesa della natura ligure.
Ma la rabbia vera è per le conseguenze ecologiche del disastro Haven, che
nessun prezzo può ripagare. A parlare è il biologo Paolo Drei, esperto del
Wwf: "In fondo al mar Ligure si sono depositati circa 50.000 tonnellate di
petrolio. Ciò oltre ad aver ridotto per due anni del 50 per cento il pescato
nel mare compreso fra Arenzano e Noli, provocherà danni per altri 10. Danni
alle praterie di posidonie, dove come sappiamo si trova il repato maternità
di gran parte della fauna costiera. Danni a tutta la vita di un mare che
vanta tra l¹altro un'alta presenza di cetacei: i nostri cugini marini".
Una triste storia che non deve più ripetersi. Una storia che però può
insegnare qualcosa. E Stefano Lenzi, segretario del Wwf ligure, senza mezzi
termini, lancia la sua proposta: "Occorre che l¹Italia esca dall¹Iopcf e che
il nostro Parlamento si dia una legge per definire in maniera più chiara i
costi ambientali derivati dai disastri ecologici provocati dall¹uomo: così
come hanno fatto negli Stati Uniti nel 1990, all¹indomani del disastro della
Exxon Valdez, con l¹adozione dell¹Oil Pollution Act, la normativa
attualmente in vigore".

20.000 scorie sotto i mari. Esiste un'altra grave emergenza, più nascosta.
Per scoprirla ci vuole il massimo dell'attenzione e dei mezzi che uno Stato
moderno possa mettere in campo. "Il Mediterraneo è un crocevia per i
traffici di rifiuti tossici, nocivi e radioattivi. La rotta principale va da
est a ovest, con qualche variante da nord a sud, e l'Italia è un porto di
questa politica del crimine. Il sospetto inquietante è che alcune di queste
navi, cariche di veleni, siano state affondate al largo delle nostre coste",
denuncia il verde Massimo Scalia, presidente della Commissione parlamentare
d'inchiesta sui rifiuti, istituita con voto unanime della Camera lo scorso
giugno per indagare sulle cosiddette ecomafie (vedere Airone 171/luglio
'95).
Non è un caso che su questi gravi illeciti stiano indagando diverse procure
italiane, e che numerosi magistrati di primo piano si stiano adoperando (dal
procuratore capo di Napoli, Agostino Cordova, a quello di Matera, Nicola
Pace; al sostituto di Reggio Calabria, Francesco Neri, solo per citarne
alcuni) per sgominare questo business illecito, non solo via mare ma anche
via terra, che frutta in Italia al crimine organizzato dai 6.000 ai 10.000
miliardi l'anno. Un fronte di malaffare che alla criminalità organizzata,
intreccia massoneria deviata, amministratori, imprenditori senza scrupoli e
fa dire al capace Alberto Maritati, procuratore nazionale antimafia
aggiunto: "É rinato un nuovo triangolo, un nuovo accordo tra sacra corona
unita, 'ndrangheta e camorra proprio intorno all'illegalità ambientale".
Si sospetta siano una ventina le navi affondate misteriosamente. In realtà
le indagini più avanzate, ne hanno di fatto individuate tre. Due motonavi
battenti bandiera maltese: la Anni, affondata in acque internazionali al
largo di Ravenna, nell'agosto del 1989. E la Euroriver, inabissatasi nel
novembre del 1991 all'altezza dell'isola Solta, di fronte all'ex Yugoslavia.
E poi la Jolly Rosso, una vecchia conoscenza per chi si è interessato del
traffico dei rifiuti negli ultimi dieci anni: era una delle carrette spedite
ad avvelenare con fusti tossici il Libano. Nel dicembre del 1990 si arena di
fronte a Vibo Valentia Marina, in Calabria. A bordo sono ritrovate le mappe
di siti adatti per l'affondamento di scorie radioattive. Documenti assai
simili a quelli elaborati da un ingegnere italiano, tale Giorgio Comerio di
Garlasco, Pavia, titolare di società con sede a Malta, e al centro delle
indagini della magistratura italiana. "É un 'operatore ecologico', nel senso
che traffica in rifiuti radioattivi", spiega Lorenzo Miracle, 30 anni, uno
dei curatori del recente dossier sui rifiuti radioattivi in Italia di
Legambiente. E aggiunge: "Con fondi della Cee, Stati Uniti, Giappone,
Svizzera e Canada, ha realizzato uno studio per seppellire in mare
attraverso dei siluri (chiamati penetratori) i rifiuti. Un progetto costato
circa 200 miliardi e presentato ai governi stranieri".
Inchieste giudiziarie su presunti traffici di rifiuti radioattivi riguardano
ancora la Calabria. Drammatica è la storia di due pescatori vittime di uno
"strano" incidente durante una battuta di pesca. Secondo quanto riportato
dal settimanale Cuore i due uomini nel rimuovere una palla di fango,
verosimilmente una sorgente radioattiva, impigliatasi nella rete avrebbero
avvertito dei forti bruciori alle mani e agli occhi. Entrambi in seguito si
sono ammalati di leucemia mieloide: Fausto Squillaciotti è vivo, suo cugino
Augusto purtroppo è deceduto. Ma non è la sola storia inquietante. Numerosi
sono stati gli allarmi circa la presenza di radioattività su tratti della
costa calabra lanciati quest¹estate. E addirittura il procuratore di
Catanzaro, Domenico Porcelli, un magistrato abituato a lavorare in silenzio,
ha dovuto tenere a luglio una conferenza stampa per tranquillizzare i
villeggianti della costa jonica sulla inesistenza del pericolo di
radioattività del mare. Però ha denunciato di "sentirsi sotto osservazione,
con i telefoni sotto controllo" E questo suo allarme è rimasto ancora senza
una risposta.
"Nel nostro codice penale non esiste il reato ambientale. Per lo smaltimento
abusivo dei rifiuti si pagano solo delle ridicole multe o si sequestra la
nave. Mentre, a parte i gravissimi danni ecologici, l'affare dei rifiuti
radioattivi, la gran parte derivati da produzione mediche, ospedaliere e
scientifiche (quelli più facilmente smaltibili illegalmente), vale centinaia
di miliardi di dollari", come puntualizza Enrico Fontana, coordinatore
dell'Osservatorio permanente su ambiente e legalità, costituito da
Legambiente insieme a Eurispes e Arma dei carabinieri. Come si esce da
questa intricata situazione? Può bastare il meritorio impegno della procura
nazionale antimafia, dei giudici, delle forze dell'ordine, dei protezionisti
e di altri volenterosi cittadini? E perché i nostri magistrati sono spiati?
Intanto c¹è chi cerca di svolgere con più efficacia il proprio lavoro
istituzionale.
A dichiararlo è il presidente della commissione parlamentare sulle ecomafie,
il deputato Massimo Scalia: "Noi stiamo usando per davvero i poteri
dell'autorità giudiziaria, riconosciutici dalla legge. Abbiamo effettuato
sopraluoghi nelle discariche sequestrate, sentito gli inquirenti, e cercato
in particolare di formare un fronte compatto contro la criminalità
organizzata. Però per inibire maggiormente il traffico dei rifiuti c¹è
bisogno di una legge specifica sui reati ambientali e occorre, inoltre,
istituire un'agenzia nazionale che provveda allo smaltimento finale di
quelli radioattivi".

Natura e progetti. Eppure qualcosa si muove a favore del nostro mare. "Si
sono formate reti di città medie e grandi (Med-cities e Med-urbs, promosse e
finanziate rispettivamente dalla Banca mondiale e dall'Unione europea) che
hanno avviato programmi per la riduzione dei consumi energetici e il riciclo
di acqua e rifiuti", spiega Franco La Torre, responsabile di Ecomed. C'è un
nuovo interesse anche da parte della Comunità europea che ha stanziato ben
11.000 miliardi alla difesa dell'ambiente del Mediterraneo. E si sono
attivati numerosi centri di ricerca da Malta a Valbonne (Francia), da Split
(Croazia) a Tunisi, da Palermo a Marsiglia, per studiarlo e soccorrerlo.
Antonio Canu, responsabile delle oasi e riserve del Wwf Italia, aggiunge:
"Ogni anno la nostra associazione investe circa tre miliardi e mezzo per la
tutela di animali, piante e parchi. Il nostro programma internazionale
coinvolge tutti i paesi costieri e quest'anno prevede ben 12 progetti di
conservazione".
Il Mediterraneo va più protetto: appena l' 1 per centro lo è di fatto. Va
inquinato meno: ci sono le tecnologie e le conoscenze per farlo. Occorre
l¹impegno dei Governi e, soprattutto, quello dei sindaci: i nuovi attori di
questo risanamento rispettoso dell¹ambiente. Indispensabile affinché il
nostro mare continui a rimanere la "culla delle civiltà".
box
INTERVISTA AL SINDA CO  RUTELLI
Si chiama "Roma sostenibile". Ed è il nome della locale Agenda 21, l¹agenda
del ventunesimo secolo, che l¹amministrazione comunale, capeggiata da
Francesco Rutelli, si è data per qualificare la propria politica ambientale.
I primi risultati non sono mancati. Sono stati destinati a parchi e verde
agricolo 562 chilometri quadrati, circa la metà del territorio romano. Sono
state istituite ben 17 nuove aree protette, più 10 parchi urbani in
periferia. Si sono ridotte le precedenti previsioni di sviluppo edilizio per
38 milioni di metri cubi, pari a una nuova città di 400.000 abitanti. E per
reprimere il nuovo abusivismo edilizio sono state eseguite ben 200
demolizioni. Incontriamo il sindaco Rutelli, promotore della prima
conferenza internazionale Mediterranean Local Agenda 21, che propone Roma
capitale mediterranea dell¹ambiente.

Airone: Ospitare decine di sindaci è servito a far conoscere meglio i
problemi del Mare Nostrum. Ma quali sono le soluzioni concrete per aiutarlo?
Rutelli: Sono le nuove politiche ambientali. Le città ricche del nord devono
aiutare quelle povere del sud. Devono cooperare per trasferire le tecnologie
ecocompatibili, le conoscenze consolidate, aiutandole a smaltire meglio
scarichi e rifiuti, a migliorare il prelievo idrico e tutelare le foreste.
Per questo motivo a Roma è nata Ecomed, l'agenzia per lo sviluppo
sostenibile del Mediterraneo che, per esempio, con il contributo delle
nostre aziende municipali ambientali Acea e Ama, ha avviato interventi di
cooperazione con Beirut, Tirana, Il Cairo e Tunisi.
A: Perciò ogni città, grande o piccola, deve pianificare il proprio sviluppo
sostenibile come richiesto nella Conferenza di Rio, svoltasi nel 1992?
R: Non solo. Deve farlo entro il 1996. E in questo, oltre alla saggia
politica delle risorse, l'innovazione tecnologica può giocare un ruolo
determinante sia al sud che al nord. Sulle coste africane, per esempio,
l'uso dell'energia solare può servire per riscaldare e illuminare in ogni
stagione dell¹anno. Mentre nelle metropoli europee, maggiori responsabili
dell'effetto serra, con il rilancio delle lienee tramviarie (come a Roma),
il controllo elettronico del traffico in città, si possono evitare
intasamenti e inquinamento.
A: Ma di concreto cos'altro avete fatto?
R: L'operazione "bollino blu", per sempio, che prevede il controllo
obbligatorio dei gas di scarico, sta riducendo del 20 per cento le emissioni
di monossido di carbonio e di idrocarburi. O ancora. L'accordo con Agip e Ip
che permette l'uso di benzine e gasolio meno inquinanti d'Italia. Si sta
generalizzando la raccolte differenziata dei rifiuti. Si è favorito l'uso di
lampadine a basso consumo energetico, proponendone l'acquisto a rate a
640.000 famiglie. 75 are verdi saranno date in uso privato per favorire lo
sport e l'agriturismo. Infine stiamo trasformando lo zoo  cittadino in un
parco della biodivesità.
A: A quando il prossimo appuntamento per il Mediterraneo?
R: Sarà nel maggio '96 perché con le Nazioni Unite organizzeremo il primo
seminario sulle tecnologie ambientali. (a.l.)


BOX 2
1. Le Popolazioni  e le città
                        1990     2000     Aree urbane     % su Stato
                  (migliaia di abitanti)       (ettari)
Albania            3.256        3.862          10.249                 0,36
Algeria           25.012     32.401          59.544                 0,03
Cipro                    740         824             6.864
0,74
Egitto              53.153    66.013            46.987               0,05
Francia           56.735    59.965          554.586               1,01
Grecia            10.089    10.493          107.334                0,81
Israele              4.739      6.250               6.391
O,31
Italia                57.003    57.274         421.891                1,40
Libano              2.470       3.312             4.926
0,47
Libia                 4.206       5.559             1.004
0,00
Malta                    354          379               -
-
Marocco           25.009    30.947            36.809             0,08
Siria                 12.116    16.925               9.189             0,05
Spagna            38.959    39.879          343.757             0,68
Tunisia                8.074    9.670                8.869             0,05
Turchia             56.098    69.694          137.591             0,03
Ex Yugoslavia 23.500    24.650           268.141            1,05


Totale           381.513    438.097     2.024.131           0,54%


Fonte: Ecomed-Adn kronoss, 1995


  

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