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FAMIGLIA
CRISTIANA N.
5/2001 - 62
AMBIENTE E NATURA Inquinati &
scontenti
Una
splendida zona
della Maremma
devastata dai
residui della
lavorazione
dell’acido
solforico, corsi
d’acqua
diventati rossi,
discariche di
rifiuti
pericolosi a
cielo aperto. I
cittadini
protestano e
incolpano
l’Eni. Che
parla di
lentezze delle
amministrazioni
locali. E
intanto non
cambia nulla. di
BARBARA
CARAZZOLO - foto
Catholic Press Paesaggi
aridi, fanghi e
polveri: sembra
la Luna, invece
è Scarlino
gli
impianti di
Scarlino nei
quali viene
prodotto
l’acido
solforico
corsi
d’acqua
inquinati e
discariche a
cielo aperto
corsi
d’ acqua
inquinati e
discariche a
cielo aperto Possibile
traduzione
italiana di
Galapagos:
Maremma. Basta
mettere arsenico
e mercurio al
posto del
petrolio, pozzi
d’acqua dolce,
fiumi e terreni
al posto del
mare, discariche
a cielo aperto
invece delle
vecchie
petroliere, e il
disastro è
fatto. Non ci si
può nemmeno
appellare al
caso o alle
condizioni
meteo, perché
qui è tutta
mirabile opera
dell’uomo.
Come dire che
ognuno ha le
Galapagos che si
merita. Siamo
in Toscana,
nella
provincia
di Grosseto, tra
il mare e le
colline
metallifere, in
una zona che sta
cercando di
uscire dalla
crisi economica
causata dalla
chiusura delle
miniere, grazie
al turismo e
all’agricoltura, magari
biologica. Ma
nell’area, pur
ricca di
torrenti, canali
e falde
acquifere,
d’estate manca
l’acqua. Alcuni
pozzi sono stati
chiusi perché
pesantemente
inquinati da
arsenico e
mercurio. I
cittadini,
riuniti in
comitati,
protestano e
segnalano. La
magistratura sta
indagando. Ma le
questioni aperte
sono davvero
tante. Troppe.
Per anni,
infatti, prima
la Montedison e
poi l’Eni
hanno estratto
dalle miniere
della zona, e
lavorato
nell’impianto
chimico di
Scarlino, la
pirite
necessaria a
produrre acido
solforico. Le
scorie di
lavorazione,
ceneri ricche di
metalli pesanti come
piombo e
arsenico, sono
state
ammucchiate
qua e là,
in discariche a
cielo aperto,
senza
particolari precauzioni.
Una di queste,
nella zona detta
Casone di
Scarlino, non
recintata e a
pochi passi
dalla strada
provinciale, ha
fruttato poche
settimane fa una
condanna in
primo grado ai
dirigenti della
società che ha
acquistato dall’Eni
gli impianti.
Parte degli
scarti della
vecchia
produzione,
inoltre,
classificati
come terra
sterile dall’Eni,
sono stati dati
negli anni
scorsi agli
agricoltori per
costruire argini
e strade
poderali, e
utilizzati
anche, con
una lieve
copertura di
terriccio, per
bonificare parte
delle discariche
stesse che, per
altro, sono andate
a coprire e
distruggere le
belle paludi
della zona. Quando
nel ’92, sia
per motivi
economici sia
per le pesanti
ricadute
sull’ambiente,
l’Eni mise a
punto un
diverso modo di
produrre acido
solforico,
utilizzando lo
zolfo e non più
la pirite, le
miniere furono
progressivamente chiuse
e si cominciò a
parlare di messa
in sicurezza,
ripristino
ambientale e
bonifiche varie. A
parole, tutti
d’accordo. Ma
in realtà...
Racconta Roberto
Barocci, un ex
consigliere
provinciale di
Rifondazione
comunista che, a
fianco dei
comitati dei
cittadini, dei
Verdi e della
Coldiretti, ha
denunciato fin
dall’inizio le
inadempienze e
le lentezze
della società e
delle
amministrazioni
locali, rette da una
maggioranza di
Centrosinistra:
«Tutta questa
storia è piena
di inspiegabili
lentezze, strani
accordi, rinvii ingiustificati.
C’è da
chiedersi chi
governa,
davvero, nel
nostro Paese».
E fa degli
esempi. «Nella
primavera del
’96, il
comitato di
minatori denunciò
lo stoccaggio
nella miniera di
Campiano di
rifiuti nocivi e
di ceneri di
pirite.
L’intento
era quello di
impedire la
chiusura della
miniera, perché
questo avrebbe
significato
anche
l’interruzione
del drenaggio
delle acque di
falda e quindi
il contatto tra
i rifiuti e le
acque, con
conseguente
inquinamento. Le
ceneri di
pirite, infatti,
sono piene di
arsenico, piombo
e cadmio ma,
secondo le
analisi
presentate dall’Eni,
non avrebbero
ceduto
all’acqua i
metalli in
quantità
tossica. Tant’è
vero che, nel
corso degli
anni, le
ceneri sono
state usate per
fare strade
poderali, argini
e opere di
bonifica delle
discariche».
l’ex
consigliere
provinciale di
Rifondazione
comunista
Roberto Barocci,
uno dei più
attivi
sostenitori dei
Comitati
cittadini sorti per
denunciare la
pericolosità
della
situazione. Un
gruppodi medici
di famiglia ha
chiesto alla
Regione di
accertare se
nella zona
sonoin aumento
le malattie da
inquinamento. Franco
Bernabè (Eni):
“Errori ci
sono stati, ma
in passato”
l’
ex
amministratore
delegato dell’
ENI
Bernabè Ascoltato
il 7 luglio 1998
dalla
Commissione
parlamentare
d’inchiesta
sui rifiuti,
l’allora
amministratore
delegato
dell’Eni
Franco Bernabè
parlò di
impegni precisi
assunti
dall’azienda
sul fronte
ambientale. Ecco
uno stralcio del
suo intervento: ´Fin
dal 1992 abbiamo
avviato
un’operazione
di trasparenza e
di comunicazione
a livello
ambientale,
sollecitando le
nostre imprese a
migliorare gli
strumenti,
l’organizzazione
e le metodologie
basate sul
principio della
prevenzione del danno
ambientale.
L’Eni ha
emanato nuove
linee guida che
hanno anche
l’obiettivo di
tutelare il
territorio e
l’incolumità
pubblica al
di là dei princìpi
normativi
vigenti. Abbiamo
voluto dare
indicazioni più
tassative e
ampie di quanto
previsto dalla
legge. Le società
caposettore
stanno cercando, su
mia precisa
indicazione, di
rimuovere le
conseguenze che
dovessero ancora
emergere come
frutto di
situazioni di
insensibilità verso
le problematiche
ambientali,
caratteristiche
delle gestioni
del passato”.
“L’Eni” ,
continuava
Bernabè, ´ha
dato e ancora più
darà precise
direttive alle
società di
procedere
sollecitamente a
tutte le
indagini e alle
bonifiche di
quei terreni che
sono oggi
proprietà delle
singole società
del gruppo,
anche se essi ci
sono pervenuti
dall’esterno,
da fusioni o
acquisizioni.
Enitecnologie, la
società di
ricerca
scientifica del
gruppo, ha messo
a punto
tecnologie
d’avanguardia
per il
risanamento dei
siti. Ribadisco che
per la
risoluzione dei
gravi problemi
ambientali,
frutto delle
gestioni del
passato, occorre
determinazione nel
risolvere in
tempi rapidi i
problemi che
dovessero ancora
emergereª. b.car.
scorci
della zona
inquinata
scorci
della zona
inquinata “Materiali
pericolosi
corrodevano i
camion” Continua
Barocci: «Ma
qualcosa non ci
quadrava: i
camionisti che
avevano lavorato
per l’Eni
dicevano di aver
trasportato
nella zona
materiali
pericolosi, che
corrodevano i
pianali dei
camion. Facemmo
delle indagini e
chiedemmo a
Comuni, Provincia
e Regione di
ripetere le
analisi e di
inserire le
miniere e i
bacini di
decantazione
della zona nel piano
bonifiche. Tutto
inutile. Cominciammo
a capire il
motivo di queste
omissioni
quando,
studiando una
relazione
tecnica
dell’Università di
Bologna, ci
rendemmo conto
che le analisi
fornite
dall’Eni erano
parziali.
Tant’è vero
che il direttore del
dipartimento di
Scienze e
tecnologie
chimiche
dell’Università
di Siena,
professor Tiezzi,
ci certificò la
non validità di
queste analisi
prodotte dalla
società per
ottenere dalla
Regione Toscana
che le ceneri di
pirite fossero
utilizzate in
superficie. Ma
allora, come
erano stati
fatti i
controlli dai
vari uffici
pubblici?». «Iniziammo
una verifica su
più aree della
Provincia e ci
accorgemmo che
il caso di
Campiano non era
isolato »,
aggiunge Marco
Stefanini, della
federazione
toscana dei
Verdi. «Ipotizzammo
che la chiusura
di alcuni pozzi
di acqua
potabile, a
Massa Marittima
e Follonica, per
inquinamento da
arsenico e
mercurio, poteva essere
messa in
relazione con le
discariche. Ora
anche la
magistratura sta
indagando ed è
venuto fuori che le
ceneri di pirite
prelevate
nell’azienda,
che nel
frattempo
l’Eni ha
ceduto alla
Nuova Solmine,
sono fuori norma
per il contenuto
di arsenico e
per la cessione
di piombo, rame
e cadmio. I
minatori avevano
ragione». La
battaglia
continua. Da una
parte si
sostiene che
l’eccessiva
presenza di
arsenico e di
mercurio è
diffusa in
tutta la zona ed
è dovuta alla
caratteristica
geologica del
territorio,
situato a
ridosso delle
colline
metallifere, e
dai movimenti
naturali delle
falde. Quindi
l’Eni non dovrà
procedere a
tutte le
bonifiche,
costose e
complicate, ma,
in alcuni punti,
solo al più
semplice
ripristino
ambientale.
Dall’altra
parte i
cittadini
sostengono che
le analisi fatte
per dimostrare
che c’è
arsenico anche
nei campi
lontani dalle
discariche e
dalle miniere
sono ancora una
volta parziali.
«Il terreno
analizzato è
stato prelevato
vicino alle
strade poderali
costruite
proprio con le ceneri
di pirite»,
segnala Renzo
Fedi, presidente
della sezione
comunale di
Follonica della
Coldiretti.
il
Verde Marco
Stefanini, uno
degli artefici
della battaglia
per il
disinquinamento della
zona “Costringiamo
le parti a una
trattativa” Nel
frattempo i
responsabili
dell’Eni,
ascoltati dalla
Commissione
parlamentare
d’inchiesta
sui rifiuti, che sta
per presentare
una relazione,
lamentano
un’eccessiva
lentezza delle
istituzioni
nell’approvare
i piani di bonifica
presentati
dall’azienda. Su
21 progetti
relativi ad
altrettanti siti
proposti nel
’97, infatti,
solo quattro
sono ormai
definitivi, e gli
altri 17 in
lista
d’attesa. «La
situazione è
complessa »,
ammette Massimo
Scalia,
presidente della
Commissione parlamentare.
«Quella zona è
molto inquinata
e l’Eni, come
a Marghera e
altrove, ha
pesanti
responsabilità. L’ambiente
non è mai stato
considerato
importante dal
mondo
industriale. Ma
il principio che
“chi inquina
paga” è
difficile da
applicare, perché
non sempre si
riescono a
dimostrare le
connessioni
dirette. La
soluzione? Una
trattativa fra
tutti i soggetti
interessati,
cittadini
compresi, perché
si arrivi a
soluzioni
concordate, e
questo è
possibile
soprattutto
quando
l’azienda è
interessata a mantenere
una presenza su
quel territorio.
Oppure fare come
Erin Brockovich,
protagonista di
quel film con
Julia Roberts in
cui i cittadini
portano la
battaglia nelle
aule dei
tribunali. E a
volte riescono
a vincere». BarbaraCarazzolo
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