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FAMIGLIA CRISTIANA N. 13/2000 - 42
Ogni
anno in Italia
si producono
circa 80 milioni
di tonnellate di
scorie pericolose,
metà delle
quali sparisce.
A
“piazzarle”,
da noi e
all’estero,
sono personaggi
in gran parte
vicini a mafia,
camorra,
’ndrangheta e
sacra corona
unita. di BARBARA CARAZZOLO ALBERTO CHIARA LUCIANO SCALETTARI
fusti sospetti in Somalia Lucrano
su sostanze che
avvelenano
fiumi, laghi,
mari, falde
sotterranee,
campi un tempo
fertili:
sostanze altamente
inquinanti,
talvolta
mortali. Ogni
anno, in Italia,
si producono
circa 80 milioni
di tonnellate di
rifiuti speciali
e pericolosi.
Della metà di
essi si perdono
le tracce. A
smaltirli
illegalmente ci
pensano imprenditori
senza scrupoli,
in gran parte
collegati a
camorra,
’ndrangheta,
sacra corona
unita, mafia. Un
fatturato in
costante
aumento. Per il
1999, si parla
di 5.268
miliardi di
lire, 1.524
miliardi in più
rispetto al
1998. Più in
generale, lo
scorso anno le
Forze
dell’ordine
hanno accertato
26.508 reati
contro
l’ambiente, dall’abusivismo
edilizio alle
discariche
illegali,
individuando 138
cosche
coinvolte,
contro le 110
censite
all’inizio del
1999. A
denunciare
natura, attività
e business delle
ecomafie è
l’annuale
rapporto di
Legambiente,
presentato nei
giorni scorsi a
Roma, davanti al
ministro
dell’Interno,
Enzo Bianco, a
quello
dell’Ambiente,
Edo Ronchi, e
al
sottosegretario
ai Lavori
pubblici, Gianni
Mattioli. Il
presidente di
Legambiente,
Ermete Realacci,
era già
salito al
Quirinale, per
consegnare in
anteprima il
dossier Ecomafia
2000 al
capo dello
Stato. E proprio Carlo
Azeglio Ciampi
ha affermato con
chiarezza: «È
dovere delle
istituzioni
arginare
l’illegalità,
attraverso un’attenta
politica di
prevenzione e
una corretta
gestione del
territorio, con
strumenti
normativi
adeguati ed efficaci».
il ministro dell’ interno Enzo Bianco
I
traffici, però,
non accennano a
fermarsi. Il 10
marzo le autorità
marittime di
Porto Torres
(Sassari) hanno bloccato
un carico di
rifiuti speciali
trasportati
dalla la
Campania, la
Calabria, la
Puglia e la
Sicilia. Ma
il business dei
rifiuti segue
sempre di più
le rotte
internazionali,
come Famiglia
Cristiana sta
documentando da
tempo.
Complessivamente,
emerge un
intreccio tra
imprenditori
italiani e
stranieri,
trafficanti
internazionali di
armi e
stupefacenti,
persone
insospettabili,
logge
massoniche,
criminalità
organizzata. Il
tutto, non
di rado, con il
complice
silenzio o,
peggio, con
l’attiva
collaborazione
dei Servizi
segreti di
diversi Paesi.
Al riguardo,
hanno indagato o
stanno indagando
le Procure e le
Direzioni
distrettuali
antimafia di
Asti, Milano, Venezia,
Genova, Roma,
Torre Annunziata
(Napoli),
Salerno, Reggio
Calabria,
Catania,
Palermo. Le
attività
investigative,
svolte sia in
Italia sia
all’estero,
evidenziano come
molti si muovano
con grande disinvoltura,
confidando in
una sorta di
impunità.
Nell’aprile
1999, ad
esempio, un
testimone
racconta dettagliatamente
il tentato
smaltimento di
scorie
radioattive,
precisando che,
in gergo,
l’uranio viene
detto “il
dolce giallo”.
Un imprenditore
del
Nord-Est, dal
canto suo,
avvicinato da un
mediatore
settentrionale che
gli propone un
“affare” in
Africa, chiede
alle
rappresentanze
commerciali in
Italia della
Germania e
della Svizzera
informazioni su
come
“gestire”
rifiuti
radioattivi; quindi,
si rivolge al
consolato
portoghese, per
conoscere chi
opera nel
settore dello
smaltimento dei
rifiuti
pericolosi.
Amore di
precisione, o,
chissà, forse
qualche
scrupolo... Dal
1997, poi, il
sostituto
procuratore
della Repubblica
di Asti, Luciano
Tarditi, lavora
per far luce su un
traffico di
rifiuti
tossico-nocivi
con la Somalia.
La figura
centrale è
Giancarlo
Marocchino, dal
1984 residente
a Mogadiscio,
sospettato
di essere
il referente in
loco per le
spedizioni.
Intercettato, lo
si è sentito sollecitare
l’invio di
5.000 fusti di
rifiuti tossici
in Somalia. Lui,
pur
proclamandosi
sempre
innocente, ha finito
per confermare
l’esistenza di
un business di
rifiuti. In una
memoria
difensiva, il
suo avvocato
Stefano Menicacci
ha infatti
scritto: «La
verità è che
Marocchino dà
fastidio agli
americani i
quali, armi in
pugno, lo
imbarcarono su un
aereo per
l’Italia (fu
espulso dal
comando Onu a
seguito di un
supposto
traffico
d’armi, nel
1993, e poi riammesso,
ndr)
perché i suoi
camion non
saltavano in
aria, mentre
quelli americani
della
petrolifera
Comecon e
gli altri pieni
di scorie
nucleari sì».
Nel
gennaio di
quest’anno,
invece, sono
finiti in
manette, accusati
di associazione
a delinquere di
stampo mafioso,
numerosi
appartenenti
alle famiglie
calabresi dei
Piromalli e dei
Molè, attive a
Gioia Tauro, uno
dei porti di
partenza, di
arrivo o di
transito dei
carichi di
rifiuti. Dall’Italia
e dall’estero.
Nel corso delle
indagini,
Alberto
Cisterna,
sostituto
procuratore
antimafia di
Reggio Calabria,
ha raccolto le
dichiarazioni di
un killer della
’ndrangheta,
Giuseppe Morano.
Costui ha
fornito elementi
circa il
crescente interesse
della
’ndrangheta
per i rifiuti:
«Dovevano fare
una società,
non lo so se la
stanno facendo,
so che
era in
sospeso... Una
persona che
aveva molti
agganci... Diciamo
uno che aveva a
che fare con
quella discarica
che hanno
scoperto a La
Spezia...
Diceva: “Possiamo
fare una
discarica qua a
Serrata (in
Calabria, ndr)...
Magari ci
mettiamo un
capannone
vicino, con
i macchinari per
bruciare
dei rifiuti
tossici.
L’importante
è che ci danno
a noi la
gestione,
l’appalto della
discarica”».
Morano va oltre
e fa il nome di
un noto
finanziere
implicato in due
vicende di
Tangentopoli, il
cui arresto, da
quanto gli era
stato riferito,
sembrava aver
provocato il
blocco del
progetto. La
cosa aveva
allarmato le
cosche, timorose
di vedere
sfumare il
business e
preoccupate
dalle possibili
conseguenze
delle eventuali
ammissioni dell’uomo
d’affari. Proprio
in seguito a una
delle inchieste
pubblicate da Famiglia
Cristiana,
riguardante la
Somalia, Guido
Garelli – un
personaggio
coinvolto nel
progetto Urano
(smaltimento di
materiale, anche
nucleare, in una
depressione del
deserto
dell’ex Sahara
spagnolo) – ha
scritto al
giornale
fornendo, dal
carcere in cui
si trova
attualmente
rinchiuso, una
serie di notizie
ora al vaglio
della
magistratura:
nomi, luoghi,
porti di
partenza e di
arrivo, sostanze
trasportate, società
coinvolte (in
buona parte dei
casi controllate
da un paio di
multinazionali,
una americana,
l’altra
francese). I
Paesi pattumiera
più
“gettonati”
dai trafficanti
internazionali
sembrano essere
quelli africani,
soprattutto Somalia,
Nigeria,
Etiopia,
Eritrea, Sudan,
Libia. Garelli,
poi, definisce
la Romania una
“pietra
miliare” di
questi traffici,
seguita – in
Europa – dalla
Bulgaria e da
alcune zone
dell’ex
Jugoslavia. «In
Somalia»,
precisa Garelli,
in una delle sue
lettere, «a 64
chilometri da
Obbia, in
direzione
nordovest, c’è
un fabbricato,
in parte in
cemento armato,
che misura 150
metri, per 30 di
larghezza e 10
di altezza. È
interrato per
circa sei metri.
Terminato nel
1990,
accoglie
i rifiuti più
pericolosi o più
tossici, tra cui
il cobalto
usato negli
ospedali.
Origine: Italia,
Francia,
Germania,
Benelux, Spagna.
Di questi
depositi ci hanno
parlato anche
altri tre
testimoni.
Fabbricati
simili in
Somalia ce ne
sono altri due,
uno a Jarribam,
terminato nel 1987;
un altro a
Talfek,
completato
nel 1986.
E ce n’è uno
anche in
Etiopia, a Doplo
Domo, terminato
nel 1984.
Tutti sono sorti
in zone
dichiarate
“militari”,
irraggiungibili.
Ancora oggi sono
sorvegliati da
gente armata, che
dispone, tra
l’altro, di
missili
spalleggiati». Il
traffico,
secondo Garelli,
era una fonte «robustissima
» di denaro.
Laggiù, a suo
dire, sono stati
inviati e interrati
carichi di «arsenico,
cadmio,
mercurio, fenoli,
cianuri,
solventi
clorurati,
amianto (e i
suoi residui in
polvere e
fibre), acidi
impiegati nel
trattamento dei
metalli», nonché,
sostiene Garelli,
scorie nucleari
di varia
natura e
materiali
contaminati da
elevati tassi di
radioattività.
Le indagini, tra
mille difficoltà,stanno
verificando se
le sue
affermazioni
sono
attendibili. Barbara Carazzolo Alberto Chiara e Luciano Scalettari
la
discarica di
Pitelli, alla
Spezia, oggetto
di indagini
della
magistratura
Il ministro dell’Ambiente, Edo Ronchi Ronchi:
´Nuovi
strumenti contro
i crimini
ambientaliª Non
si possono
intercettare né
arrestare in
flagranza, a
meno che contro
di loro i pm
indaghino anche
per altri reati,
ritenuti più
gravi. I
trafficanti di
rifiuti hanno
vita facile, si
lamentano da
tempo le forze
di polizia e i
magistrati
impegnati in
prima linea
contro le
ecomafie. Oltre un
anno fa, il
ministro
dell’Ambiente,
Edo Ronchi,
aveva presentato
un disegno di
legge che
dettava nuove
norme contro i
crimini
ambientali,
riformulando la
natura degli
stessi,
inasprendo le
pene e
legittimando così
la possibilità
di ricorrere a
varie tecniche
investigative. L’esame
del Parlamento
procede però a
rilento, secondo
Ronchi: ´Quel
testo s’è
arenato al Senatoª.
Intervenendo
alla
presentazione
del rapporto Ecomafia
2000,
curato da
Legambiente, il
ministro ha
allora avanzato
una proposta: ´Dal
disegno di legge
governativo (ora in
discussione
congiunta alle
Commissioni
Ambiente e
Giustizia di
Palazzo Madama, ndr)
si può
stralciare
l’articolo che
riguarda il
traffico di
rifiuti
pericolosi e
inserirlo nel
decreto
“Ronchi quater”,
che ha un iter
più speditoª,
ha detto
il responsabile
dell’Ambiente. Che
ci sia bisogno
di mettere
rapidamente a
punto ´strumenti
normativi
adeguati ed
efficaciª,
capaci di ´arginare
l’illegalità ª
di cui si
macchia ´una
criminalità
sempre più
insidiosaª,
l’ha
d’altronde
autorevolmente
ribadito il
presidente della Repubblica,
Carlo Azeglio
Ciampi. Dal
canto suo, il
ministro
dell’Interno,
Enzo Bianco, ha
assicurato il
suo appoggio a tutte
quelle
iniziative volte
a far approvare
quanto prima le
nuove norme
contro i crimini
ambientali,
annunciando che
la lotta
alle ecomafie
proseguirà con
un maggior
coordinamento
delle forze
dell’ordine
(Polizia,
Carabinieri,
Finanza,
Forestale)
affiancate dalla
Dia, forte della
sua esperienza
antimafia.
Il
senatore dei
Verdi, Massimo
Scalia Sicilia
e Sardegna: che
fine fanno le
scorie? Il
senatore Massimo
Scalia,
presidente della
Commissione
parlamentare
d’inchiesta
sul ciclo dei
rifiuti, lancia
l’allarme: ´Sui
rifiuti
pericolosi non
abbiamo dati
sicuri, ma solo
stime. Una
cosa, però, è
certa: oltre il
50 per cento,
forse il 60,
sfugge allo
smaltimento
regolareª. –
Dove vanno a
finire questi
rifiuti? ´Possono
finire ovunque.
In Sicilia e
Sardegna, per
esempio, non
esistono
discariche per lo
smaltimento dei
“pericolosi”
e, in teoria,
tutto dovrebbe
essere
trasportato nel
continente. Ma
da un’indagine
su tutte le
Capitanerie di
porto delle due
isole è emerso
che risultano imbarcate
pochissime
quantità di
rifiuti
pericolosi. I
casi sono due: o
le autorità non
dimostrano una
sufficiente
attenzione a
questi carichi,
oppure gran
parte di essi
sono stati
smaltiti illegalmente
nel territorio
delle due
regioniª. –
Quindi è anche
un problema di
controlli? ´I
controlli, che
oggi sono
demandati a
troppi soggetti,
sono il punto
centrale sia
dell’attività di
contrasto degli
smaltimenti
illeciti, sia
della possibilità
di comprensione
dell’intero
processo. Proprio
per avere un
quadro più
chiaro, la
Commissione sta
lavorando alla
raccolta e all’analisi
dei dati
relativi alle
maggiori
industrie
produttrici di
rifiuti
pericolosi, che
sono quelli
con il maggiore
impatto
sanitario e
ambientale.
Subito dopo,
occorrerà
trovare
strumenti più
precisi per
controllare la
quantità e la
tipologia di
tutti i rifiuti
prodotti, per
monitorare il
territorio e per
combattere le
ecomafieª.
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