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AIRONE n. 245  settembre  2001

AMAZZONIA: UN SUCCESSO FIRMATO ITALIA.


Fuoco, si può sconfiggere


Per la prima volta, nell'immenso polmone verde del Sudamerica calano gli
incendi. Diminuiscono fino all'80 per cento nel settore brasiliano, che
dell'Amazzonia costituisce i tre quarti. Il merito è di un programma di
cooperazione italiano. Protagonisti la nostra ambasciata, l'associazione
ecologista Amici della Terra, 2.500.000 tra contadini, allevatori,
raccoglitori di caucciù, latifondisti, sindaci. Che assieme a istituti
scientifici e al governo del Brasile lanciano la sfida del nuovo millennio
per salvare questa foresta primaria grande come l'Europa e vitale per il
mondo intero. I risultati sono incoraggianti, e Airone ve li racconta in esclusiva


Di ANTONIO LOPEZ


BRASILE. Sorvoliamo il Mato Grosso a bordo di un piccolo bimotore
Beechcraft. Abbiamo lasciato l'aeroporto della capitale Cuiabà, città di
433.000 abitanti, e ci dirigiamo verso nord ad Alta Floresta, distante 900
chilometri all'interno dell'Amazzonia brasiliana. Siamo in uno dei
cosiddetti stati del "fronte del fuoco", un gigantesco arco che a sud del
Rio delle Amazzoni parte dall'Acre, passa per la Rondônia, il Mato Grosso e
raggiunge il Parà di Belèm, fin quasi sulle rive dell'Atlantico, e stringe
la foresta in una morsa mortale: gli incendi ogni anno bruciano 12.000
chilometri quadrati di boschi, un'estensione grande come l'Abruzzo.
Il risultato è sotto i nostri occhi. Impressionante. Anonimo. La foresta
tropicale è scomparsa. Al suo posto riluce sotto il sole dell'estate
sudamericana, come una triste metafora nel gioco della vita, un'immensa
scacchiera con caselle rosse di deserto, gialle di pascoli secchi, verdi di
campi di soia. Che assediano fazzoletti di bosco e sparuti fiumi, relitti di
un'Amazzonia che non c'è più.
"Fino a vent'anni fa era ancora Oboscaglia grande' (è la traduzione di Mato
Grosso)", sbotta un ex ministro dell'Ambiente di questo stato, Sérgio
Henrique Guimarães, oggi coordinatore dell'Istituto ambientale Centro de
Vida di Cuiabà e nostra guida d'eccezione, "l'hanno ridotto così gli incendi
e vent'anni di politica dissennata. È un paradosso. Da una parte il governo
brasiliano dice che vuole difende l'Amazzonia, dall'altra finanzia mille
volte di più la coltivazione della soia da esportare nel mondo, che per
essere coltivata fa bruciare gli alberi della foresta". Il Brasile con 25
milioni di tonnellate l'anno è, dopo gli Stati Uniti, il secondo produttore
di questo legume: e tra gli stati della Federazione il Mato Grosso è il
principale, con 9 milioni di tonnellate l'anno.
Ma non è il solo "paradosso" che scopriremo in questo viaggio, mentre grandi
nuvole di fumo e un odore acre, che riempie la cabina, ci riportano alla
realtà: gli incendi. È questa la ragione della nostra presenza. Scopriamo
perchè avvengono e chi li combatte.

Disboscamento selvaggio
La regione amazzonica è grande circa 5 milioni di chilometri quadrati, un
enorme manto forestale vasto come tutta l'Europa occidentale. Ma fino a oggi
per i nove stati sudamericani (Suriname, Guyana, Guyana Francese, Venezuela,
Colombia, Ecuador, Perù, Brasile e Bolivia) a cui appartiere è stata vista
più come terra di conquista, che patrimonio mondiale da salvare. Il 70 per
cento della sua superficie ricade nei confini brasiliani e, secondo
Greenpeace, solo in questo paese si sono deforestati negli ultimi 30 anni
560.000 chilometri quadrati di foresta, pari a un'area più grande della
Francia.
"Ma non è il legname la causa principale di tale distruzione. È l'inzio del
massacro, un pretesto per aprire strade illegali e permettere che il fuoco e
i coloni vi entrino: prima per tagliare le piante di pregio (mogano, cedro,
castagna del Brasile), poi per ottenere suoli a buon mercato. Così si
abbatte e si brucia ciò che rimane", denuncia Roberto Smeraldi, fiorentino
di 41 anni, da 12 in Brasile dove dirige l'associazione ecologista Amici
della Terra. "L'Amazzonia è anche una regione dove vivono 22 milioni di
abitanti. E una chiave dello sviluppo economico del Brasile è l'agricoltura.
Per commercializzare soia, riso, grano, mais, e abbassare i prezzi di
trasporto si realizzano strade e idrovie fino ai terminal cerialicoli
dell'Amazonas e del Parà, da cui le navi partono per l'Europa e gli Stati
Uniti".
C'è anche l'eredità di una cattiva riforma agraria che per 20 anni ha
consentito lo scempio. "La gente arriva in foresta dal nord-est, dal
Maranhão, dalle aree povere del paese, senza strumenti per fare agricoltura.
La fa con sistemi primitivi. Con il taglia e bruci. Cerca di sopravvivere.
Fa il lavoro sporco col macete e le motoseghe, ma la loro attività non regge
per più di due o tre anni: senza alberi le piogge dilavano l'humus del
terreno e la fertilità cala. Così si spostano e vendono il loro pezzettino
di terra, avuto dallo stato per vivere. Con il risultato che la metà delle
zone aperte sono abbandonate o sottoutlizzate e si diffonde la malaria: nel
2000 il 97 per cento dei casi in Brasile si sono avuti in aree di riforma
agraria", risponde Smeraldi.

Il piano salvamazzonia
Ma dopo decenni di allarmi finiti nel nulla, da quest'anno la tendenza si è
invertita. In silenzio e senza clamori. Per la prima volta gli incendi in
Amazzonia si sono ridotti, con punte dell'80 per cento in alcuni municipi
del Mato Grosso e dell'Acre. E si iniziano a riforestare aree disboscate.
"Si è fatto un lavoro di prevenzione con le comunità locali che ha dato
risultati sorprendenti", ha dichiarato il presidente della Repubblica
brasiliana, Fernando Henrique Cardoso. Quel lavoro di prevenzione si chiama
Fogo, emergência crônica (Fuoco, emergenza cronica), ed è un programma di
cooperazione italiana partito nel 1999. "Ha coinvolto 11 municipi; 72 tra
organizzazioni locali, comuni, ong, sindacati, istituti scientifici,
proprietari terrieri e mobilitato più di  2.500.000 persone", spiega
Vincenzo Petrone, 54 anni, ambasciatore d'Italia in Brasile e un passato di
direttore generale per la cooperazione e lo sviluppo al ministero degli
Esteri.
Puntualizza: "Gli unici che possono salvare l'Amazzonia sono i suoi
abitanti. Se non parte da loro la battaglia è persa, per questo abbiamo
cercato il loro aiuto e lo abbiamo ottenuto. Non abbiamo dato soldi, ma
suggerito metodi di lavoro, formato operatori per aiutarli a vivere meglio,
per salvare la foresta e utilizzare le aree disboscate". Quanto si è speso?
"Un miliardo e mezzo nel primo anno. Poco più di due nel secondo. Ma i
benefici prodotti sono stati cento volte superiori. E continueremo su questa
strada".
La squadra di lavoro è essenziale. É costituita dall'ambientalista Roberto
Smeraldi, da Agostino Miozzo, esperto di emergenze nella cooperazione allo
sviluppo, e da una decina di funzionari dell'ambasciata italiana. Ma il
grosso del lavoro è affidato agli esperti sul campo, come Sérgio Guimarães,
responsabile per il Mato Grosso, o l'agronomo Clovis Franco, coordinatore
dell'Acre.
"I municipi coinvolti sono Acrelândia, Rio Branco, Senador Guiomard e Xapurì
nell'Acre. Alta Floresta, Carlinda, Guarantà do Norte, Matupà, Novo Mundo e
Peixoto de Azevedo nel Mato Grosso e Marabà nel Parà", chiarisce Franco
Perlotto, 44 anni, un passato di alpinista (2.000 ascensioni in Italia e nel
mondo), direttore del Progetto fuoco per l'Ambasciata, "a programma avviato
si sono aggiunti altri 13 comuni, e il territorio in sui operiamo oggi è di
120.000 chilometri quadrati, poco meno di metà della nostra Italia".
Un altro risultato evidente è stato quello sanitario. "Da luglio a settembre
i cieli erano scuri di fumo. Ce n'era così tanto che gli aereoporti di Rio
Branco, capitale dell'Acre con 250.000 abitanti, di Alta Floresta e Marabà
venivano  chiusi per lunghi periodi. I fumi degli incendi facevano ammalare
bambini e anziani", ricorda Marìlia Carnhelutti impegnata nel progetto ad
Alta Floresta. Ed è stata la "salute" la chiave di accesso alla realtà
locale. "Asma, allergie, bronchiti acute erano un problema serio da
affrontare. E sono serviti a far capire che non si poteva andare più avanti
con i fuochi. Andava rimossa la causa delle loro malattie", spiega Roberto
Smeraldi. "Così è stato. Nell' emergenza ci siamo avvalsi  del Centro studi
di pneumologia del policlinico di San Paulo e abbiamo dotato le strutture
sanitarie locali di strumenti e farmaci. Abbiamo formato 1.500 agenti di
salute per l'assistenza immediata e per insegnaare alle famiglie di
contadini, di proprietari terrieri, di lavoratori rurali e raccoglitori di
cauciù a non bruciare e a prevenire gli incendi. Sono dei volontari e c'è
costata solo la formazione, ma il risultato è stato grande. Le malattie
acute si sono ridotte della metà e gli aeroporti oggi non si chiudono più".

il riscatto del popolo
La gente ha fatto il resto. Ad Alta Floresta, città cresciuta in fretta con
la febbre dell'oro degli anni Novanta, oggi ha 47.000 abitanti, piccoli
agricoltori come Paulo Arcari, nonno italiano, o Ercio Luedke, che ci mostra
un bosco cresciuto in appena cinque anni, praticano l'agricoltura
sostenibile integrando il reddito agricolo con la pescicoltura. C'è un
vivaio dove si coltivano piantine per riforestare le aree aperte. "Per
rendere più produttivi i terreni usiamo specie autoctone, come il mogano, la
noce brasiliana, il caffè, il cacao, la palma pupunha: solo ad Alta Floresta
abbiamo impiantato 3.000 ettari di palmeti. E per spiegarlo abbiamo tenuto
corsi a 1.600 produttori rurali in vari municipi del Mato Grosso", rivela
Carlos Barroso Teixeira, agrozootecnico ministeriale.
A Guarantà do Norde è tutto il paese ad accoglierci. Qui gli incendi si sono
ridotti del 90 per cento e sono molti i discendenti di immigrati italiani.
Come Darci Zanon che dirige una cooperativa di 540 soci per riforestare
l'Amazzonia. O Paulo Fernando Torrezan, che ha un'azieda di 10.000 ettari e
alleva 2.000 vacche, ma 8.000 ettari sono di foresta: "Ci sono sei sorgenti
che ci servono per vivere, non brucerò mai il bosco". Il suo sindaco, Lutero
da Silva, punta tutto sull'economia sostenibile: "Con la segatura delle
piante non bruciate e il letame facciamo concime. Ne produciamo 12
tonnellate al mese". Come si sono messi d'accordo contadini e fazenderos? " I
primi pensavano che fossero gli altri ad accendere i fuochi. E viceversa. Si
sono chiariti e sono finiti gli incendi".
Il viaggio finisce nell'Acre, lo stato che ha conservato il 90 per cento di
foresta. A Xapurì, il paese di Chico Mendes, leader dei raccoglitori di
gomma morto per  difendere l'Amazzonia, Raimundo Mendes de Barros, il cugino
che ne ha raccolto l'eredità ci dice: "il fuoco è una cultura del popolo
della foresta, e per cambiare la cultura ci vuole cultura".


Box 1

INVITO AL VIAGGIO


La Riserva del rio Cristallino, 700 ettari, è un piccolo santuario naturale
con giaguari, lontre giganti, anaconde, scimmie dalla testa bianca, 4 specie
di caimani e 570 di uccelli, la più alta concentrazione dell'Amazzonia. È
stata una delle mete della nostra inchiesta e si trova a circa 3 ore di
viaggio (fuoristrada più barca) da Alta Floresta. Deve la sua salvaguardia
all'azione di una coraggiosa imprenditrice locale, Vitória da Riva Cavalho,
che ne ha fatto una riserva privata e lo stato del Mato Grosso ha istituito
intorno un parco nazionale di 66.700 ettari. Un segno dei tempi, di un paese che sta cambiando in meglio.

Nella riserva c'è un lodge attrezzato con camere e ristorante, si possono 
fare escursioni guidate sul fiume e  nella foresta. E straordinarie
osservazioni da una alta 50 metri.

informazioni


Internet: Amici della Terra e Programa Fogo: www.amazonia. org.br; Riserva
del rio Cristallino: www.cristalinolodge.com.br; istituti di ricerca
brasiliani: www.imazon. org.br e www.socioambiental.org.br;  Greenpeace:
www.greenpeace.it; Wwf internazionale: www.panda.org.

La bibioteca ideale


Per approfondire gli argomenti trattati nel reportage segnaliamo i seguenti
volumi: La stagione del fuoco di Andrew Revkin (Modadori, Milano 1990, pagg.
381, lire 34.000); Il vecchio che leggeva romanzi d'amore di Luis Sepùlveda
(Guanda, Parma 1993, pagg. 132, lire 20.000); I gironi infernali
dell'Amazzonia di Fabrizio Carbone (Theoria, Milano 1993, pagg. 106, lire
14.000); La terra degli invisibili di Franco Perlotto (Tropea, Trento 1996,
pagg. 132, lire 16.000); Amazzonia grida dalla foresta di Lays Machado e
Fabio Beltrame (Prospettiva, Roma 1998, pagg. 93 , lire 15.000); Brasile di
Luciano Del Sette (Clup, Milano 1987, pagg. 577, lire 35.000).


Box 2
BRASILE: LA FORESTA STRETTA D'ASSEDIO


Quella brasiliana, con circa 3,5 milioni di chilometri quadrati, costituisce
il 70 per cento dell'intera Amazzonia. Ne sono interessati nove stati della
federazione: Acre, Amazonas, Roraima, Rondônia, Parà, Amapà, Mato Grosso,
Tocantins e la parte ovest del Maranhão. In questa mappa, aggiornata al 2000
(fonte: Istituto Socioambiental, importante centro di ricerca brasiliano),
si possono apprezzare le aree protette (unità di conservazione federali e
statali, riserve indigene), la foresta, la savana e soprattutto il fronte
del disboscamento che va quasi dall'Atlantico fino ai confini con Bolivia e
Perù. I 24 municipi interessati dal progetto di cooperazione italiano sono
negli stati dell'Acre, del Mato Grosso e del Parà, e interessano un
territorio grande quasi la metà dell'Italia.
In tutta l'Amazzonia sono presenti la metà delle specie di animali e piante
presenti sulla Terra. L'aria complessiva tutelata, tra aree protette,
foreste nazionali e riserve estrattive, è di circa 1.200.000 chilometri
quadrati, più di un quinto di tutta la regione che interessa nove stati
sudamericani. Ma spesso la protezione è solo sulla carta. Molte delle zone
salvaguardate lo sono perchè isolate. Ma quelle prossime a strade, idrovie e
altre vie di comunicazione sono sistematicamente sottoposte a saccheggi e incendi.



 

  

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