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AIRONE
n.
247
novembre 2001
PROCESSO
AL LUPO
Ritorna,
sulle montagne
italiane, la
paura del
predatore? Per i
pastori è un
assassino
spietato da
combattere con
ogni mezzo; per
i protezionisti,
una
vittima che paga
colpe non sue;
per zoologi ed
etologi, un
ingrediente
irrinunciabile
per la salute
dei boschi. Dove
sta la verità,
e come si può
costruire una
convivenza
accettabile? "Airone"
ha cercato la
risposta con
un'indagine a
tutto campo,
ascoltando la
voce di chi lo
avversa, di chi
lo protegge, di chi
lo studia.
di Antonio
Lopez
"Mai
come ora,
abbiamo subito
tante perdite".
Accusano i
pastori
dell'Amiata, in
provincia di
Grosseto. "Ci
sono morte dall'inizio
dell'anno
2.000 pecore per
378 aggressioni.
Che siano lupi,
cani o
fringuelli vanno
eliminati!". La
condanna, non
solo a parole,
è stata emessa.
E diversi
episodi
alimentano una
tensione già
alta, che ha
toccato i toni
più aspri
durante la
campagna
elettorale delle
amministrative
della scorsa
primavera.
Alcuni sono
drammatici, come
quello del
cucciolo di
pastore tedesco,
scambiato per
lupo anche dai
veterinari dell'Asl,
fucilato alla
periferia di
Scansano. O le
foto, di due
presunti lupi
abbattuti,
inviate il 19
aprile
alla redazione
locale della "Nazione":
mentre i corpi
sono svaniti nel
nulla.
"Altri sfiorano
il paradosso",
racconta Neso
Cini, direttore
del Parco
faunistico del
monte Amiata
(vedere il box
3). "Come la
denuncia fatta
ai
carabinieri di
Roccalbegna
perchè c'era un
elicottero che
lanciava animali
scuri. Lupi,
insomma. Poi
abbiamo letto
sulla stampa che
era un
paracadutista
recuperato da un
elicottero
militare". E, a
testimoniare che
gli allevatori
amiatini fanno
sul serio, il 28
settembre una
rappresentanza
di Coldiretti,
Cia e Unione
agricoltori,
Provincia di
Grosseto, e dei
comuni
di Scansano e
Roccalbegna,
incontra a Roma
il presidente
della
Commissione
agricoltura
della Camera,
Giacomo de
Ghislanzoni
Cardoli, e
consegna un
dossier sulle
stragi degli
ovini. Stima: 5
miliardi di
danni in tre
anni.
Obiettivi:
chiedere
modifiche
legislative in
difesa della
pastorizia,
ottenere
indennizzi
rapidi ed equi,
prevenire il
bracconaggio.
La zona calda è
quella dei
comuni di
Arcidosso,
Roccalbegna e
Semproniano.
Qui solo tre
pastori
accettano di
farsi
intervistare. "In
due attacchi ho
perso 28 pecore,
su 130 che ne
avevo", denuncia
Angelo
Marzocchi, 42
anni,
titolare di un'azienda
agricola di 50
ettari a
Roccalbegna,
paese agricolo
di 1.200
abitanti. "Molte
erano gravide
così al danno
degli animali
morti,
valore di
mercato 350.000
lire a capo e ne
rimborsano
appena 150.000,
si
aggiunge quello
della perdita
degli agnelli (3
pecore ne danno
5 ogni anno)
che coinvolge
anche gli ovini
sopravvissuti,
abortiscono per
lo stress
indotto dall'attacco".
Gli fa eco
Massimiliano
Ottaviani, 29
anni, di
Scansano, 50
capi persi in
due anni su 500
ovini di
proprietà: "Dal
1998 la musica
è cambiata. Le
predazioni sono
aumentate,
nonostante
vigiliamo e di
notte gli
animali sono
chiusi in
recinto. Le
pecore
spaventate danno
meno latte,
basta vedere i
buoni di
consegna. In un
anno ho perso 29
milioni,
recuperandone
poco più di
quattro compreso
gli indennizzi
di 20 capi persi".
E non tutti gli
allevatori,
1.200 circa in
tutta l'area
amiatina,
denunciano le
aggressioni.
"C'è da
anticipare anche
le spese per lo
smaltimento
delle carcasse,
che per
legge vanno
cremate", si
infervora
Gomario Serriddu,
pastore sardo di
Roccalbegna, che
nel 1997 ha
contato nel suo
gregge 83
aborti. E
aggiunge:
"È tempo di
finirla con
questi lupi e la
burocrazia".
Ma ci sono i
lupi sull'Amiata?
"L'analisi di un
escremeto da noi
raccolto e
inviato all'Istituto
nazionale per la
fauna selvatica
ha dimostrato
che il
lupo c'è. E che
si era anche
cibato di
capriolo. Ma c'è
bisogno di studi
più
approfonditi per
censirne la
consistenza",
risponde Cini. "Dati
certi della
presenza del
predatore li
abbiamo fino
agli anni
Settanta: quando
ne fu
ucciso uno a
Stribugliano,
vicino
Arcidosso. E nel
1989, quando se
ne
trovarono altri
due, morti
sempre nell'area
amiatina. Questo
non significa
che sia sempre
lui l'autore
delle predazioni",
aggiunge il
direttore del
parco faunistico,
"ci sono cani
randagi. Altri
che pur avendo
padroni, sono
liberi di vagare
di notte. E
attacchi
in quest'area li
hanno sempre
fatti.
La realtà è
che sul lupo si
vuole speculare
con i rimborsi,
e si vuole anche
la possibilità
di eliminarlo. I
nuovi pastori
hanno scordato l'antico
rapporto con il
carnivoro,
occorre che
ritornino a
vigilare sugli
ovini come
si faceva prima,
che li
ricoverino di
sera e si dotino
di recinzioni
antilupo. Anche
se questo costa
più soldi e
fatica ma è la
sola strada da
percorrere".
"Il rischio che,
come si è fatto
in passato,
durante la
stagione della
caccia al
cinghiale
(apertura a
novembre) si
risolva il
problema a colpi
di
pallettoni è
alto", confessa
Luisa Vielmi,
naturalista di
28 anni,
stegista
per sei mesi al
Parco dell'Amiata.
Lei i lupi li ha
sentiti l'agosto
scorso.
"Stavo insieme a
due poliziotti
della Provincia,
Massimo
Scoccianti e
Francesco
Scaterugli, che
mi hanno aiutato
nella ricerca
sia dei dati
sulle
aggressioni che
a usare il wolf
howling (l'ululato
registrato che
si
trasmette per
ottenere la
risposta dei
lupi), e ho
avuto prima la
conferma
di un individuo
isolato. Poi, in
un'altra
occasione, di un
branco con i
cuccioli, 4 o 5
animali in tutto".
Ci sono anche
cani randagi? "Tanti.
Ogni
volta che si
lancia un
richiamo,
rispondono".
Luisa conosce
ogni zolla di
questo
territorio, ne
ha risalito
corsi d'acqua,
attraversato
boschi e
pernottato in
saccoapelo in
mille angoli, in
nome della
passione della
sua
vita: il lupo. "Negli
ultimi tre anni
le predazioni da
canidi sono
aumentate.
Secondo le Asl
ci sono stati
1.675 capi morti
e dispersi nel
1998; 1.861 nel
1999 e 933 nei
primi sei mesi
del 2000. Ma il
problema è che
le pecore non
sono custodite.
Gli allevatori
potrebbero avere
anche
finanziamenti
per realizzare
sistemi di
prevenzione, ma
non lo fanno.
Non ne
sono informati.
E alla Comunità
montana, dal
1995 a oggi,
sono arrivate
appena due
richieste di
finanziamenti".
"Nulla di nuovo
sotto il cielo",
incalza lo
zoologo Luigi
Boitani
dell'Università
la Sapienza di
Roma, tra i
maggiori
studiosi al
mondo del
predatore e
autore del Piano
d'azione per la
conservazione
del lupo in
Europa. "Qualcuno
ha la memoria
corta. I lupi in
Toscana ci sono,
più o
meno, sempre
stati. Si sono
già dimenticati
che nel 1994
abbiamo fatto
una
conferenza a
Pistoia,
scortati dalla
celere e i mezzi
corazzati della
polizia, che
divideva noi
relatori da un
pubblico di 5
pullman di
pastori
sardi,
arrabbiati e che
urlavano e
volevano
ammazzarci. Il
problema non è
il
lupo killer. Il
carnivoro che
ammazza le
pecore: anche
300 in una
volta,
come successe a
quelli da noi
radiocollarati
nel Parco d'Abruzzo
negli anni
Ottanta. Questo
è nella norma
sia prima che
dopo la legge
del 1973, che ha
protetto il lupo
perchè ridotto
a un centinaio
di esemplari
rischiava
l'estinzione. La
novità della
specie è il suo
espandersi sulle
Alpi, come
avevamo già
previsto e
scritto sulle
pagine di
Airone. E va
chiarito che un
solo lupo, non
fa una
popolazione.
Quello ammazzato
in Svizzera il 2
ottobre
scorso, il
Oterrore del
Bernina' che
aveva sbranato
100 animali
(come ha
titolato il
Corriere della
Sera), era un
lupo solo,
isolatissimo e
sfigatissimo.
Perchè il suo
simile più
vicino era in
Slovenia o sotto
il
Parco del Gran
Paradiso. E
perchè un paese
ricchissimo come
la Svizzera, non
si è potuta
permettere il
costo di 100
pecore, all'80
per cento
finanziate
dallo Stato, per
farlo
sopravivere. I
problemi veri
per questo
animale, oggi
patrimonio di
tutta l'Europa,
sono la mancanza
di una politica
unitaria di
conservazione,
il bracconaggio,
le esche
avvelenate, il
randagismo su
cui
non si è fatto
niente in 20
anni".
Ci sono altri
animali che
fanno più danni
del nostro
imputato. Dalla
verde
Toscana ci
spostiamo in
quel di Ozzano,
nella periferia
di Bologna, dove
ha
sede l'Istituto
nazionale di
fauna selvatica.
"Il danno che
provoca il lupo
in Italia è
contenuto, vale
insieme a quello
dei cani vaganti
sui tre
miliardi l'anno.
Il cinghiale,
per esempio, ne
provoca
annualmente uno
10
volte superiore
nelle aree di
conpresenza ". A
parlare è il
ricercatore
dell'Infs Piero
Genovesi,
coordinatore
della redazione
del Piano d'azione,
voluto dal
Ministero dell'Ambiente
per la
conservazione
del lupo in
Italia.
"Non è detto
che il carnivoro
crei più danni
agli armenti. In
uno studio
fatto lo scorso
anno in Francia,
sappiamo che
prima che
arrivassero i
lupi i
cani predavano
tra lo 0,5 e il
2,5 del numero
complessivo di
pecore e capre.
Lo stesso
impatto che si
registra in
Toscana (2,1 per
cento del
totale)
dovuto alla
predazione di
lupi e cani
insieme",
aggiunge lo
studioso,
"purtoppo c'è
una ipocrisia di
fondo. Il lupo
è protetto
dalla legge e ciò
ha portato,
grazie alla
presenza dei
parchi e all'aumento
delle prede in
natura
(cinghiali,
caprioli, cervi,
daini), a
un'espansione
della specie che
ha allargato il
suo areale e
vanta circa
500-550 animali
in tutt'Italia.
Ciò
vuol dire un
due-millesimo
dei vaganti che
frequentano gli
stessi ambienti,
come attesta il
censimento fatto
da noi e mirato
solamente alle
zone rurali
d'Italia,
escludendo le
città, che
stima in
1.200.000 i cani
che hanno anche
un proprietario
ma che sono
lasciati liberi
di vagare. Sono
loro i
responsabili
della
grandissima
parte dei danni.
Però da noi si
tollera il
bracconaggio del
lupo, anche se
è più protetto
che in Francia o
Svizzera".
E in trent'anni
di protezione,
mai nessun
bracconiere è
stato arrestato
o
denunciato. "In
16 anni di
lavoro ho
analizzato circa
270 carcasse di
lupi,
giunti
avvelenati o
sparati",
racconta
Vittorio Guberti,
veterinario
dell'Infs. "Ci
arrivano sempre
dai soliti
posti, di solito
aree protette
dell'Appennino.
E sicuramente
non sono tutti
quelli che ogni
anno si
ammazzano nel
nostro paese.
Per avvelenarli
i bracconieri
usano nei
bocconi
di carne,
fialette di
cianuro o
stricnina,
oppure miscele
di veleni usati
in
agricoltura".
Veleni che
colpiscono anche
cani da tartufo,
come è successo
in Romagna alle
porte del Parco
nazionale delle
Foreste
Casentinesi, e "dove
lo scorso anno
tra Santa Sofia
e Premilcuore ne
sono morti 80",
rivela
Ettore
Centofanti,
coordinatore del
canile di Forlì.
Ma ci sono anche
buone novità.
Nella stessa
regione sono
stati
sequestrati
(e denunciati i
gestori) in un'azienda
faunistica
venatoria 5
chili di pani
di stricnina,
che veniva
distribuita ad
altre
associazioni
venatorie
romagnole per la
lotta ai nocivi:
volpi e corvi.
Mai successo in
Italia.
Esempi
interessanti di
studio e di
convivenza con
il lupo stanno
funzionando
dalle Alpi
piemontesi al
Parco d'Abruzzo.
"Il lupo ci ha
premiati perchè
è
venuto a
riprodursi da
noi nel 1996 e
ci aiuta a
mantenere bassa
la
popolazione di
cervi", spiega
Elio Pulsoni
direttore del
Parco del Gran
Bosco di
Salbertrand,
Torino. "La
nostra politica
è quella di
risarcire
subito il danno,
circa mezzo
miliardo l'anno,
perchè oltre ai
lupo abbiamo
orsi e linci",
chiarisce Fulco
Pratesi,
presidente del
Parco d'Abruzzo.
"E
diamo in
addestramento ai
pastori cuccioli
di mastini
abruzzesi,
ideali per
difendere le
greggi dagli
aggressori".
Infine, nel
parco del
Pollino, dove è
partita la più
importante
ricerca sul lupo
mai tentata nel
nostro paese. Si
sono
radicollarati 5
individui
apparteneti a 5
branchi diversi,
per studiare
le interazioni
dei gruppi in
uno stesso
territorio,
usando anche il
satellite. Lo
studioso è
Paolo Ciucci
dell'Università
di Roma. Ma
questa è
un'altra storia
e ne parleremo
prossimamente.
box 1
LE LEGGI IN
DIFESA DEL
CARNIVORO
Il lupo è
specie "vulnerabile"
inserita nella
lista rossa dell'Iucn
(Unione
internazionale
per la
conservazione
della natura) ed
è tutelato
dalla
Convenzione di
Berna (1979), di
cui l'Italia è
firmataria, che
ne vieta
l'uccisione, la
cattura, la
distruzione
delle tane e il
commercio degli
esemplari e loro
derivati. La
nostra legge
sulla caccia
(n.157 dell'11.2.
1992, Norme per
la protezione
della fauna
selvatica
omeoterma e per
il
prelievo
venatorio) lo
definisce "specie
particolarmente
protetta" (art.
2)
e ne vieta,
oltre all'uccisione
e la cattura,
anche la
detenzione (art.
30)
con l'arresto da
due a otto mesi
o una multa da
1.500.000 a
4.000.000 di
vecchie lire. La
sua protezione
è stata
ribadita anche
dal Dpr n.357
del
1997 (attuazione
della direttiva
Cee 92/43
habitat) che
prevede lo
studio
della specie e
ne riconosce l'importanza
comunitaria, l'interesse
prioritario e la
rigorosa
protezione.
Tutte le leggi
regionali sulla
caccia
lo proteggono
integralmente,
mentre altre
norme (diverse
da regione a
regione e non in
tutte)
stabiliscono il
rimborso dei
danni causati
(anche
dai cani
randagi) al
patrimonio
zootecnico. La
Regione Toscana,
anche a suo
favore, ha
promulgato la
legge n.39 del
16 agosto 2001
per vietare
l'utilizzo e la
detenzione di
esche
avvelenate.
Box 2
IL DNA: LE
ULTIME SCOPERTE
"Nonostante le
nostre campagne
siano invase dai
cani randagi, la
stragrande
maggioranza dei
lupi italiani
non hanno tracce
di ibridazioni.
Si tratta di
una popolazione
unica, non
contaminata
geneticamente,
ben distinta da
qualsiasi razza
di cane e da
tutti gli altri
lupi europei". A
parlare è
Vittorio Guberti,
responsabile del
laboratorio di
genetica dell'Infs
(Istituto per la
fauna selvatica)
di Ozzano,
Bologna. "Abbiamo
analizzato il
dna di circa 200
animali e solo
in tre individui
abbiamo
riscontrato i
geni
del cane: uno
proveniente dall'Appennino
centrale e due
dalla Toscana".
Non
è la sola novità?
"Abbiamo
scoperto che i
lupi italiani
hanno una
ridotta
variabilità
genetica
rispetto a
quelli europei e
nordamericani. E
questo è
un male, perchè
l'isolamento e
il secolare
declino della
popolazione ne
hanno indebolito
la capacità di
adattamento ai
futuri
cambiamenti di
habitat
e di clima,
riducendo così
la capacità di
sopravvivenza
della specie.
Mentre
un altro studio
in corso ha
confemato che i
lupi che stanno
ricolonizzando
le Alpi (200
campioni
esaminati), come
quelli giunti in
Francia, sono
tutti
originari dal
nostro Appennino".
BOX 3
ITALIA: DOVE
OSSERVARLO DAL
VIVO
Timido, schivo e
diffidente.
Praticamente
impossibile da
osservare in
libertà, a meno
di un colpo di
fortuna. E
inoltre occorre
essere dei veri
esperti per
riconoscerne le
improte, gli
escrementi, il
pelo e le tracce
del
suo passaggio.
Così per vedere
da vicino il
nostro lupo ci
sono le aree
faunistiche, due
le principali,
dove vive in
ambienti
recintati
estesi, è
studiato e
tutelato per il
valore del suo
bagaglio
genetico.
- Area
faunistica di
Civitella
Alfedena.
Si
trova nel cuore
del Parco
nazionale d'Abruzzo,
è stata la
prima realizzata
in Italia negli
anni
Settanta ed è
meta dei circa 2
milioni di
visitatori dell'area
protetta.
Grande 4 ettari,
ospita 3 lupi:
Oscar, un
trovatello
curato dai
guardiaparco,
maschio di 4
anni. E due
femmine:
Martina, 2 anni,
raccolta
ferita sull'Appennino
modenese; e
Barbara, 3 anni,
proveniente dal
centro
recupero Wwf del
monte Amiata.
Centro lupo, Z
0864.890141.
Parco, tel.
0863.910715,
Internet www.pna.it.
- Parco
faunistico del
monte Amiata.
È
un piccolo
miracolo
italiano di
conservazione,
con 200 ettari
di aree
delimitate per
10 lupi, 40
cervi, 16
caprioli, 80
daini, 30
mufloni dell'Appennino
e 6 camosci, i
soli
provenienti
dalle Alpi. "E
dove sono
censite ben 121
specie di
uccelli,
alcuni rari come
il falco lanario,
l'albanella e il
biancone, e
ospitate 28
fattrici del
raro asino
sorcino crociato
di razza
amiatina, anche
lui da
proteggere",
spiega il
direttore Niso
Cini (in basso),
"ci siamo
ispirati ai
wild park
tedeschi, ma la
nostra è una
vera area
protetta dove si
fa ricerca
scientifica e ci
sono sentieri
natura per
25.000
visitatori l'anno".
Il
parco istituito
nel 1989 ad
Arcidosso,
comune
grossetano del
monte Amiata,
ha la più
grande area di
lupi d'Europa,
18 ettari e una
torre di legno
per
l'osservazione.
Peste, di 8
anni, e Ciuffo,
di 6, sono i
genitori da cui
dal
1997 discende il
branco. Si paga
un biglietto di
4.000 lire.
Informazioni:
tel.
0564.966867,
Internet www.parcofaunistico.it.
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