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COMMEMORAZIONE DEL 166° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DELL’ARMA DEI CARABINIERI (tenuta
a Milano dal
Comandante della
Divisione
Pastrengo ,
Generale Carlo
Alberto Dalla
Chiesa, 5 giugno
1980) Ufficiali, Sottufficiali, Appuntati, CarabinieriE’
per noi motivo
di orgoglio che
la massime
Autorità
religiose,
civili e
militari, ed
esponenti del
mondo
dell’economia,
del lavoro,
della cultura,
della stampa di
questa nobile e
laboriosa città
di Milano, ci
abbiano onorato
con la loro
presenza nel
giorno
celebrativo
della festa
dell’Arma. Una
presenza tanto
più ambita e
significativa,
quanto più
scarna ed
austera vuol
essere la
cerimonia; una
presenza per la
quale esprimiamo
gratitudine e
l’assicurazione
che, anche dalla
loro adesione,
sapremo trarre
la forza per il
nostro
procedere; una
presenza,
infine, quella
di magistrati e
funzionari della
P.S., che vorrei
sottolineare per
la solidarietà
che, in Milano,
ci lega nella
difesa del bene
e delle
Istituzioni.
A
voi,
rappresentanti
delle valorose
Armi, di Corpi e
di Servizi, che,
stretti ai
vostri labari e
alle vostre
Associazioni,
rappresentate
idealmente i
tanti e tanti
Caduti nel
cratere della
fede, giunga il
nostro commosso
pensiero.
Agli
uomini in
congedo della
nostra Arma, qui
numerosissimo
– con le
bandiere di
tante Sezioni
– ad esprimere
il loro credo
inalterato in
quei simboli del
valore di
sempre, e la
loro solidarietà
alle fatiche di
commilitoni in
servizio, il
nostro abbraccio
fraterno.
Ed
a voi, infine,
carabinieri
tutti, di ogni
ordine e grado
che, riuniti in
questo cortile,
rappresentate le
migliaia e
migliaia di
colleghi che
servono
l’Italia e le
sue genti
nell’ambito
della I
Divisione “Pastrengo”,
in questo
immenso teatro
di lavoro onesto
e pulito, giunga
il mio orgoglio,
la mia fierezza
di Comandante.
Mentre
celebriamo i 166
anni della
nostra
Istituzione,
nello stupendo
proscenio del
nostro passato
che
d’improvviso
si affaccia,
potrei anche
cogliere –
come noi amiamo
– i valori
della
“tradizione”;
di una
tradizione che
sa di squadroni
e sciabole, di
tappe del
Risorgimento, di
briganti, di
lucerne in
grigioverde
appese ai fili
spinati, di
bende e sangue e
tanto azzurro,
su rocce, su
steppe, su selle
ed acrocori
lontani; di una
tradizione alla
quale noi spesso
ancoriamo il
diritto a
guardare
- senza
iattanza ma a
testa alta –
un qualsivoglia
interlocutore.
Ma
là dove la
realtà incalza
giorno dopo
giorno per dirci
della sua
brutalità,
anche la più
nobile delle
tradizioni
apparirebbe oggi
quale stinta
oleografia, su
cui la patina
della
sufficienza
potrebbe
aggiungersi a
mortificare i
credenti.
E
le genti,
nell’inquieto
succedersi degli
eventi,
pretendono con
l’ansia di chi
crede, di chi
vuol comunque
credere che –
al di là delle
nostre pur belle
tradizioni –
sulle strade,
sulle piazze,
nelle valli
continui a
vivere, a
vibrare a
respirare solo
la storia; perché
la storia non
mente; senza
fiabe, senza
leggende, senza
miti, senza
retorica; con la
forza concreta
ed esclusiva
delle sue verità:
Ecco
perché mentre
poc’anzi
abbiamo deposto
– tutti uniti
– una corona
d’alloro, il
pensiero
commosso
è corso
a quello
stupendo e men
conosciuto
“Monumento al
carabiniere”
che – nella
città di
Torino, culla
dell’Arma –
da oltre
cinquanta anni
custodisce la
volontà ed il
contributo alla
sua
realizzazione da
parte di ben
8.400 Comuni
d’Italia; là,
tra i tanti del
basamento, c’è
un pannello su
cui tre
giovanissimi
carabinieri
appaiono
nell’atto di
sorreggere –
con il corpo
proteso in uno
sforzo immane
– una grossa
parete in
rovina, mentre
un loro
commilitone si
china per trarne
salva una vita
umana, un essere
fragile, una
donna.
Fu
certamente il
terremoto di
Messina del 1908
ad ispirare il
maestro Rubino;
ed è
altrettanto
certo che la
storia fece poi
eco nel 1968 con
il sisma del
Belice quando,
alle tre della
notte, nel
crollo
dell’intero
centro di S.
Ninfa di
Trapani, nel
tumulto di una
terra sconvolta,
io vidi un bravo
Comandante di
Stazione
lasciare la
giovane moglie
incinta ed
avventurarsi da
solo, tra le
macerie, con una
piccola torcia
in mano alla
ricerca di un
gemito; e la
storia si ripeté
più di recente
ad Osoppo, a
Gemona, a
Tarcento ed in
tante altre
località del
Friuli ove i
carabinieri,
nell’immane
disastro,
eressero sulle
tende delle loro
stazioni lo
stemma dello
Stato.
Si,
lo stemma dello
Stato. Contro
gli sciacalli di
sempre, fianco a
fianco con i
valorosi soldati
di tante Armi e
Specialità;
senza nulla
chiedere!
Fu
proprio
in quel
contesto, fu nel
tormento e nel
travaglio di far
tacere la
tradizione e di
dar respiro alla
storia, che
giunsi ad
idealizzare
quegli stessi
giovanissimi tre
carabinieri;
come se quella
grossa parete,
prossima a
rovinare, ed
affidata più
alla forza delle
loro divise che
a quella della
loro fisica
prestanza,
richiamasse
prepotente ad
una situazione
di fondo, da cui
ogni crepa, ogni
precipitare,
ogni rovinio
potrebbe
travolgere e
schiacciare
soltanto
l’inerme,
l’umile,
l’indifeso.
E’
proprio perché
la storia
soccorra nel dar
vigore alle mie
parole, che
intendo
attingere oggi a
qualche verità.
E’
una verità, ad
esempio, che la
Costituzione
nella quale
viviamo, che
molti rammentano
e che ogni
giorno noi
difendiamo, ha
visto tra i suoi
artefici più
autentici 2115
Ufficiali,
Sottufficiali e
carabinieri
caduti ed altri
6500 feriti;
e, fra
tutti, i nostri
martiri di
Cefalonia, delle
Fosse Ardeatine,
di Radicofani,
di Fiesole.
E’
una verità
quella che, alle
vostre spalle,
si affaccia e si
traduce nella
forte figura di
un Salvo
d’Acquisto,
quasi che, con
il petto ampio e
generoso, voglia
difendervi e
dirvi – ancora
una volta –
che quando per
la salvezza del
nostro prossimo
è e deve essere
il tributo della
vita, è con voi
, è con noi la
benedizione
delle contrade
più lontane
d’Italia.
E’
una verità
quella che, a
voi di fonte,
pone taluni tra
i valorosi
tuttora viventi,
e tra
essi – di
quell’epoca
– il
Comandante della
Brigata “Cento
Croci”, poi
elevata dal
C.L.N. al rango
di Divisione
partigiana,
operante al
confine del
Piemonte e della
Liguria; una
figura eroica,
rimasta negli
archivi e nella
leggenda con il
nome di
“Richetto”;
due volte ferito
in
combattimento,
tre volte evaso
dalle mani dei
suoi carcerieri,
protagonista di
decine di
scontri
vittoriosi.
Ebbene questo
“Richetto”
che, già
Comandante
eroico di una
Divisione
partigiana, è
oggi tra noi,
era ed è un
carabiniere
semplice! Si
chiama Federico
Salvestri; fu
decorato allora
di medaglia
d’argento al
V.M.; poi
scomparve come
tanti e tanti
altri
carabinieri nel
vuoto e nel
nulla, in quella
umiltà donde
era emerso,
contento di fare
lo
“stradino”
in un piccolo
paese della
provincia di
Parma.
E’
una verità,
ancora, che
pochi anni
orsono un
sindaco della
provincia di
Genova
appose
sulla facciata
di una nostra
caserma una
lapide in
memoria di ben
sei carabinieri,
trucidati
dell’aprile
1944 sugli
spalti gloriosi
della
Resistenza; una
lapide con la
quale l’eletto
del popolo
chiedeva
al viandante, ad
un qualsiasi
viandante, anche
al miscredente,
di fermarsi e di
onorare quei
caduti, quelle
divise.
E’
una verità,
infine,
che
Autorità
comunali,
regionali,
scolastiche ecc.
siano giunte ad
intitolare a
tanti nostri
martiri strade,
piazze, scuole,
aule, ospedali
d’Italia,
perché ovunque
appunto la
storia
prevalesse sulla
“tradizione”,
perché i bimbi
ed i giovani
sapessero,
capissero come e
quanto – al di
là delle fiabe
– si possa
dare senza
calcolo, con
generosità,
perché gli
altri
sopravvivano,
perché una
famiglia
respiri, perché
la libertà
trionfi.
E
su tutto,
un’altra verità
voglio
aggiungere! Che
la massima parte
di quei corpi
torturati, di
quei Caduti, non
ebbero il culto
sollecito dei
loro cari, né
un fiore deposto
ad immediato
ricordo: perché?
Perché erano
originari di
terre lontane,
perché non
avevano
combattuto in
difesa di un
loro particolare
interesse o di
un loro
campanile; perché
erano davvero
cittadini di una
più grande
terra,
l’Italia, e
difensori di una
più grande
bandiera, quella
tricolore.
Resi
più forti da
queste verità,
che raccolti in
tempi meno
remoti –tra le
inclemenze della
terra e le
inquietudini del
popolo –
ancora palpitano
e respirano,
cari
carabinieri, con
la vitalità di
questi titoli
– che altri
non hanno –
voi rifiutate le
violenze ed il
loro mercato, i
mimetismi ed i
facili baratti,
i giudizi
costruiti
sull’opportunismo;
voi rifiutate da
persone leali,
il falso e
l’insinuazione
eretti a
sistema;
respingete –
anche con il
silenzio – ciò
che di ottuso e
di folle può
travolgere il
bene di ognuno e
di tutti.
Con
queste verità,
che
rappresentano il
vostro
patrimonio più
nobile e più
sano, voi sapete
combattere a
viso aperto e
senza consentire
ad alcuno di
alludere a
massacri o a
suicidi: giacché
non si possono
concedere
giudizi a chi vi
aggredisce con
l’arma della
viltà, a chi si
esalta nel
sangue
dell'inerme, a
chi si accanisce
nella
dissacrazione
dei valori dello
spirito,
dell’uomo e
dello Stato.
Non
saranno le
reiterate
tentate stragi
presso una
caserma
Lamarmora
in
Torino, né
quella spietata
contro la
caserma di
Dalmine (ove
finanche una
donna, una sposa
ed una bimba
erano state
designate ad
essere uccise),
né l’ultima
compiuta con i
razzi contro la
Centrale
Operativa della
Moscova
ove,
mentre i
carabinieri
operatori
raccoglievano
l’invocazione
di un cittadino
bisognoso di
soccorso, il
timer andava
scandendo i
minuti della
tragedia poi
sventata solo
dalla sorte; non
sarà tutto ciò
a flettere la
volontà di
essere o ad
incidere sul
distacco, sulla
serenità, sulla
obiettività del
vostro lavoro.
Attraverso
l’umiltà del
nostro
carabiniere più
lontano, più
sperduto o più
esposto, noi
avvertiamo
d’intorno una
società carica
di vita e di
sapore umano,
così come umano
è il dare a chi
ha bisogno,
aiutare chi
soffre, tendere
la mano
all’indifeso.
Ricordatevi,
cioè, solo e
sempre che la
moltitudine vi
ama, vi vuole,
vi sente;
ricordate
che – al di là
di ogni
consuntivo di
rito, che per il
1979 a parte è
stato
sottolineato ed
illustrato e che
di certo ci
inorgoglisce –
tanti e tanti vi
idealizzano in
quei tre
giovanissimi
carabinieri che
– con uno
sforzo immane
– tentano di
reggere e
reggono
quell’immensa
parete
che sta
per precipitare;
ricordate che i
vostri
sacrifici, le
vostre rinunzie,
le vostre
amarezze
contribuiscono
al civile
convivere, alla
sopravvivenza
della fede, alla
salvezza delle
Istituzioni.
Se
è anche vero
che l’oggi
pretende luci e
ribalte, miti e
prosceni; se è
molti, troppi
amano ed
ambiscono ruoli
e livelli, voi
ricordate che il
popolo buono
preferisce,
invece, scorgere
nel buio di una
tempesta, il
conforto di un
piccolo faro di
periferia, anche
ignoto, di un
faro alla cui
intermittenza,
come se un cuore
battesse, chi
naviga ed è
flagellato dai
flutti si affida
con la
tranquillità,
con la
convinzione, con
la certezza di
ottenere aiuto e
difesa.
E
se è vero che
voi siete, che
voi vivete, che
voi siete capaci
di sentir
battere
la vita
del vostro
prossimo, allora
carabinieri
giovani e
anziani, avete
anche il diritto
di guardare a
testa alta
coloro che vi
hanno preceduto
sulla
via
dell’onore e
che altri hanno
affidato al
tempo ed al
ricordo di
quelli che
verranno, agli
angoli di una
strada o
all’aula di
una scuola.
Ciò
– non
dimenticatelo
mai! -
potrete
fare anche perché
alle vostre
spalle esistono
i bravi
Comandanti di
Stazione; quelli
che la
letteratura ha
consacrato come
i patriarchi
della tribù;
quelli che –
in un collage
fatto tra il
romantico e il
naif –
l’arte, la
cinematografia,
la saggistica
hanno consegnato
alle folle,
quali i custodi
della legge e
dello Stato
nella
periferia
più domestica o
più lontana;
quelli che hanno
arricchito la
nostra storia
con i
nomi di
d’Acquisto e
di Maritano.
Questi
Comandanti di
Stazione, che da
sempre
rappresentano
l’essenza
della nostra
Istituzione, che
da sempre vivono
nell’ombra ,
nel silenzio ed
in modestia, che
da sempre,
invece, allevano
e preparano
generazioni
intere di
carabinieri alla
durezza ed alla
macerazione
della vita
quotidiana,
all’amore per
un dovere che
tutto pospone,
anche la
famiglia, alla
difesa
dell’inerme,
ad un sacrificio
che molto spesso
non paga, al
divenire uomini
anche ora quando
l’anagrafe li
vuole ancora
minorenni,
alcuni di questi
Comandanti di
Stazione oggi
qui ho voluto
inquadrati al
centro dello
schieramento , e
qui li intendo
citare tutti
accanto ai loro
Ufficiali più
giovani, perché
ad essi va la
gratitudine
dell’Arma ed
il mio
“bravo” più
convinto.
Ma
su loro e su
tutti – in
ogni specialità,
in ogni impiego
ed ogni età –
è la fiamma
della nostra
fede comune, del
nostro credo; -
su tutti,
è la volontà
fermissima di
rappresentare
per questi
giovani studenti
– che oggi
sono giunti tra
noi dagli
Istituti
superiori di
Milano –
l’esempio di
una vita pulita,
fatta di
entusiasmo,
costruita sulla
rinunzia; -
su tutti
è l’ansia che
questi bambini,
qui con i loro
insegnanti,
possano avere un
domani sereno,
un civile
convivere,
contro ogni vile
costume, contro
ogni crimine; -
su tutti,
ancora, è la
forza di
resistere, è la
gioia del donare
senza chiedere,
è la rinunzia
per tutta la
vita agli
affetti più
cari, perché il
cittadino possa
avvertire nella
nostra Arma, il
mormorio lontano
di un Piave,
attraverso
le cui acque –
anche se spesso
arrossate -
non
passeranno né
la follia, né
la prepotenza, né
il terrorismo, né
l’ingiustizia
che lo assolve; -
per tutti
e su tutti,
infine, è la
certezza di
mantenere
inalterato lo
smalto della
lealtà verso lo
Stato e le sue
Istituzioni, per
divenire più
degni di chi ci
conforta, di chi
ci stima, delle
nostre genti, ma
anche di quel
passato, di
quella storia,
di quelle verità,
e perché no? Di
quelle
tradizioni di
cui – come
ieri sera ha
detto il nostro
Comandante
Generale –
siamo tanto
fieri, e che
tanti stranieri
ci invidiano!
Generale
Carlo Alberto
Dalla Chiesa
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