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DISCORSO PRONUNCIATO COME VICE COMANDANTE DELL’ARMA USCENTE Roma, 5 maggio 1982 Comandante,
permettimi due
parole; è la
prima volta che
parlo leggendo,
ovvero
affidandomi
alla
lettura. E pur
volendo essere
breve, temo di
non reggere fino
in fondo, anche
se ad un soldato
non si addice
commozione che
traspaia verso
altri soldati.
Gli è che
lascio oggi la
carica di Vice
Comandante
dell’Arma –
con l’orgoglio
e la fierezza di
aver servito per
quaranta anni la
nostra
Istituzione –
ma con l’animo
in tumulto, con
l’emozione che
batte su questa
uniforme di
vecchio soldato.
Sono
ora a
raccogliere
tanti e tanti
ricordi, tante e
tante
fisionomie, per
dir loro la mia
gratitudine.
Ho
sentito dire da
qualcuno che non
si dice
“grazie” a
chi adempie al
proprio dovere,
ed ho incontrato
qualche altro
che riteneva di
essere egli, e
soltanto lui, la
“vestale
dell’Arma”.
Ebbene,
questo è il
momento
dell’umiltà!
Quelle
fisionomie
lontane, sono
qui; stemperate
dal tempo ma non
dalla
gratitudine. Mi
riporto a
quando, poco più
che ventenne, mi
affacciavo alla
mia prima
Tenenza e
schierati erano
dodici, fra
Brigadieri e
Marescialli,
tutti con il
colletto bianco
inamidato, i
guanti calzati,
la sciabola,
alcuni con gli
stivaloni; a
quando, cioè,
senza far
pesare, con
molto garbo,
senza incidere
sul mio amor
proprio, mi
resero
consapevole
della mia
pochezza!
Ebbene, io, a
questa generosità,
a questo garbo,
sono sempre
riandato nel mio
procedere,
mentre nessuna
remora
mi ha mai
colto
nell’attingere
ai consigli ed
ai suggerimenti
dei semplici
Appuntati; anche
da loro la
saggezza e
l’esperienza
poteva essere
raccolta,
soprattutto
perché lo
facevano senza
nulla chiedere o
sperare.
Vecchi
cari
collaboratori di
allora! Fra i
primi non posso
non ricordare il
Brigadiere
Fileni ed il
Maresciallo
Nardone e, tra i
secondi, il
vecchio
Appuntato Ceci,
oggi tutti nel
cielo degli eroi
dell’Arma.
E
perché non
dovrei avvertire
gratitudine per
quanti sempre, e
poi, mi hanno
insegnato (oltre
che donato,
oltre che dato)
e perché non
dovrei
considerare loro
e soltanto loro
le “vestali
dell’Arma”?
E,
nel tempo avanti
ai miei
Maestri, cui
rivolgo un
deferente,
memore pensiero,
perché non
dovrei dire
grazie anche a
mio padre per
avermi offerto
la sua fede ed i
suoi Alamari?
Oggi
sono quindi qui
ad esprimere
gratitudine a
lui, ai tanti
Maestri ed a
tutti i
collaboratori
che, a migliaia
e migliaia, in
questo momento
si affollano,
come fedeli
radunati
nell’immenso
Tempio della
nostra Bandiera.
Qui
io non sarei –
e qui tutti non
saremmo – se
loro non ci
avessero
preceduto e non
avessero donato
ben al di là
del “dovere
compiuto”|
E
grazie
anche a te, mio
Comandante, mio
ultimo
Comandante, per
quanto hai
voluto
generosamente
dire oggi a voce
ed affidare nel
tuo Ordine del
giorno; un
Ordine del
giorno che mi
riempie di
fierezza e di
orgoglio. Ma grazie
per avermi
invitato alla
cerimonia
dell’imposizione
degli Alamari a
Chieti; era la
prima volta in
quaranta anni,
ed essendo anche
l’ultima, la
coincidenza ha
voluto che,
affidando gli
Alamari ad un
giovane
carabiniere, con
un po’ di
enfasi, sì,
d’accordo, io
gli potessi
dire: “E’
come se ti
passassi i
miei!”. E
perché non
dirti grazie
di
avermi
consentito di
rappresentarti a
Pastrengo, nella
cerimonia
di quella
battaglia, di
quella carica?
Ne sono uscito
ricco di
emozione e di
fede; sì,
ancora di quella
fede di cui ho
bisogno, ho
tanto bisogno
per affrontare
la nuova strada.
Ma
grazie
anche di avermi
voluto ieri al
tuo fianco a
Monreale; avrei
dovuto esservi sì
in virtù delle
funzioni
espletate; ma mi
hai tenuto
vicino, anche
perché in quel
momento era
onorata la
memoria di un
Capitano
Medaglia
d’oro, il
Capitano Basile,
mio vecchio
dipendente.
E
quando
stamattina ho
reso visita,
omaggio alla
nostra “urna
dei forti”,
alla nostra
Bandiera, al
primo Istituto,
al massimo
Istituto
d’istruzione,
bene, tutto è
divenuto un
incalzare tale
di emozioni, di
fronte alle
quali è
prepotente ed
incontenibile
ormai la
commozione.
Ecco
perché mi
fermo. Ma non
senza aver
rivolto un
caloroso saluto
ai commilitoni
valorosi
dell’Arma
in
congedo, che ci
hanno preceduto
su questa stessa
strada e non
senza rivolgere
un pensiero
altrettanto
commosso alle
nostre famiglie,
a quelle che,
con noi tutti,
hanno diviso i
sacrifici, i
tormenti, le
ansie, giacchè
anche da loro
– è bene non
dimenticarlo –
l’Istituzione
ha avuto un
alto, un grande
contributo.
Grazie
Comandante ed in
te ringrazio
l’Arma!
Con
me sarà sempre
l’impegno
perché anche
nella nuova
fatica sia il
bottone
dell’Arma a
brillare di
questa sua luce
autentica, di
questa sua luce
che è
genuina, che è
trasparente, che
rifiuta calcoli,
come dicevo
l’altra volta,
e le riserve
mentali. E mi
auguro che la
sorte mi conceda
di garantire a
questa mia
provenienza,
quella fiducia
che mi è stata
data e con la
quale sono
partito.
Viva
l’Arma! Viva
l’Italia!
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