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LA REPUBBLICA Giovedì 25 maggio 2000
Lo
sfogo di Ultimo
con i burocrati
che gli dicevano:
non si può fare. “Non
farò la scimmia
da circo, meglio
tornare nella
giungla”.
Una
rottura fin troppo
annunciata:
qualche mese fa
una scenata
epocale, al
generale Palazzo,
a Roma. Due
anni di richieste
ben motivate, di
lunghe
spiegazioni,
pressioni ed
insistenze. Infine
esasperata
tristezza. Di Liana Milella Roma – Non c’è niente di segreto nella sconfitta di Ultimo. Le sue richieste e le sue sfuriate per difendere un metodo investigativo sono in molti a poterle raccontare. A Roma come a Palermo. Al comando generale dell’Arma, oppure alla procura diretta prima da Gian Carlo Caselli e ora da Piero Grasso. E di dettagli succosi è piena, naturalmente, la sede centrale del Ros, seminascosta nel verde di villa Ada. Quelle stanze sono testimoni anche di una scenata epocale, avvenuta solo qualche mese fa. L’uno davanti all’altro, di mezzo la scrivania, ecco il maggiore Ultimo e il suo comandante, il generale Sabato Palazzo. Il nuovo e il vecchio, la fantasia investigativa e la mentalità burocratica. Il successore di Mario Mori che si irrigidisce e gli grida: “Quello che tu chiedi è impossibile. Bisogna stare con i piedi per terra”. E lui che risponde: “ Se queste sono le regole, allora io non faccio più la scimmia di questo circo. Resto scimmia, questo si, ma preferisco stare nella giungla”. E’ rottura, ma fin troppo annunciata. Al punto da far pensare che sia stata perfino voluta. Due anni di richieste ben motivate, di lunghe spiegazioni, poi di pressioni e di insistenze. Infine di esasperata tristezza. Con una data di mezzo che rappresenta uno spartiacque. E’ la fine di ottobre del ’99 e dall’inizio dell’anno prima il capitano Ultimo, che nel frattempo è diventato maggiore, sta dando la caccia al nuovo capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. Lavora a Palermo in due squallidi stanzoni della caserma Bonsignore alle spalle un ritratto del generale Dalla Chiesa (<per me è un mito>) e uno del subcomandante Marcos. C’è anche lo stemma del suo gruppo, Crimor- Unità militare combattente, con il cobra sullo sfondo. Lo stesso animale che porta tatuato su un braccio. Due anni e settanta uomini. Come settanta? Si, proprio settanta. All’ufficio personale di viale Romania questa faccenda la conoscono bene: <Ultimo vorrebbe il suo gruppo stabile, fisso ma questo non è possibile>. E fanno il verso alle sue accorate richieste: <Se volete che io trovi Provenzano dovete farmi lavorare con i miei uomini, non me li potete cambiare in continuazione. Devono essere i migliori e devono restare fino ad arresto fatto. Invece che succede? Che ogni otto mesi ne arriva uno nuovo, devo perdere tempo ad insegnarli tecniche di pedinamento sofisticate, maturate in anni di esperienza. E quando quello ha imparato, quando potrei metterlo sulla strada, quando potrebbe darmi dei risultati, ecco che se ne va, magari per andare dietro alle prostitute. Ne arriva un altro e il gioco ricomincia daccapo>. A Fine ottobre Ultimo è stanco. Scrive ai capi del suo ufficio ( dall’inizio del ’99 se n’è andato Mori trasferito alla scuola Ufficiali) che poi, per le vie gerarchiche,debbono informare il comando generale. Recita la lettera: “L’attività svolta in Sicilia per catturare Provenzano ha assunto dimensioni e potenzialità complesse. C’è bisogno, per raggiungere lo scopo, di adeguare questo strumento operativo”.Ultimo chiede due cose. La prima: 80 tra marescialli e carabinieri rispetto ai 30 di cui dispone. Pone un vincolo: l’acquisizione deve essere fatta “in via definitiva”. Insiste per ottenere, anche in questo caso “definitivamente”, il Tenente. Lo chiameremo così, senza scoprire la sua identità. Anche questa è un’esasperante pratica che va avanti da mesi. E’ un braccio di ferro. Il Tenente prima lavorava al comando provinciale di Roma ed era distaccato al Ros, poi è stato trasferito a Palermo, ma sempre in prestito al Ros e in servizio effettivo al comando di Palermo. Alle rimostranze di Ultimo l’ ufficio personale di Roma ha risposto: < La vostra richiesta non può essere accolta. Non è opportuno accordare la disponibilità di subalterni che provengono dall’Accademia per l’impiego in questi incarichi >. In parole povere: i più qualificati non te li diamo. Ai suoi capi il maggiore lo ha spiegato a chiare lettere. La struttura deve essere stabile e permanente. Se cambi si perde la continuità dell’input investigativo. Ma loro non lo vogliono capire >. Non capiscono davvero oppure fanno finta di non capire? E’ l’interrogativo che produce la crisi. E alcune riflessioni confidate ad un amico, < uno di quelli che veste in doppio petto blu >. < Lo so gli confessa Ultimo che non è un mio diritto lavorare bene, ma io devo avere rispetto per chi mi sta accanto e, a sua volta, esegue i miei ordini. Devo avere anche rispetto per la gente, non posso prenderla in giro. E non posso essere complice di una struttura che non funziona. Non basta e non serve più neppure il sacrificio personale >. E’ amareggiato Ultimo e non si tiene. < io non sono un eroe nazionale e non lavoro per me, rappresento lo Stato. Non voglio neppure avere ragione per forza, ne tantomeno essere arrogante. Magari gli altri stanno dalla parte giusta, ma allora io non voglio essere coinvolto. Preferisco farmi da parte. Questo modo di fare antimafia non è accettabile, Falcone non la pensava cosi. Se questa è la linea, allora affidate l’incarico ad altri che magari sono più bravi e riescono ad ottenere risultati, anche con questi strumenti irrisori >. La crisi matura e precipita dopo Natale. Le insistenze di Ultimo si moltiplicano e il filo sottile della pazienza si spezza. Al comando generale sanno fin troppo bene di che si tratta. I capi del ROS hanno riferito in modo dettagliato le sue osservazioni. Che sono taglienti e chiamano in causa la responsabilità dei vertici. < Qui non c’entra la politica. Non è come ai tempi della polemica sulle direttive del ministro Napolitano per ristrutturare Ros Sco e Gico.. Non è come ai tempi della polemica sulle direttive del ministro Napolitano per ristrutturare il ROS, Sco e Gico Quella si era una scelta politica, una precisa presa di posizione. Ma stavolta sono i capi a decidere. I responsabili stanno in quel palazzo bianco. Lì hanno stabilito che la caccia ai latitanti si fa non utilizzando gli uomini migliori e con ricambi continui. E noi, il nostro gruppo, non siamo una risorsa su cui investire, ma un problema da rimuovere. Il generale Mori ha perduto. Su di noi non si vuole costruire alcun futuro. E allora io preferisco tornare a casa, ma non voglio essere il loro alibi. Se il vero obiettivo è poter smantellare un gruppo da un momento all’altro dicendo che non esiste, allora vuol dire che fino adesso abbiamo scherzato. Ma da questo carrozzone io voglio scendere.
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