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Il
CORRIERE DELLA
SERA
31
ottobre 1999
di
Carlo Bonini
LA
VICENDA
·
LA
SQUADRA
Tutti
gli uomini che la
formavano erano
stati scelti dal
capitano
“Ultimo”.
Erano il reparto
catturandi del Ros.
Ancora oggi non si
conosce il loro
vero nome, per
motivi di
sicurezza.
·
LA
CATTURA DEL BOSS
Furono
gli uomini di
“Ultimo” a
catturare, la
mattina del 15
gennaio 1993, il
boss dei boss di
Cosa Nostra Totò
Riina.
·
LO
SMANTELLAMENTO
Oggi
quella squadra è
stata interamente
smantellata: i
suoi componenti
sono stati tutti
trasferiti dal Ros,
in “reparti
dell’Arma
territoriale”. E
“Arciere”, uno
degli uomini di
“Ultimo”,
“trasferito
d’ufficio” dal
Comando Generale,
ha fatto ricorso
al Tar del Lazio
contro questa
decisione.
“COSI’
E’ IMPOSSIBILE
PRENDERE I
LATITANTI”
Il
capitano Ultimo:
devono dirci se le
nostre indagini
sui boss servono
ancora
ROMA -
Non vedeva
“Ultimo”, il
suo vecchio
capitano, dal
giorno in cui si
erano stretti la
mano per
l’ultima
volta. Prima di
lasciare la
divisa. Prima di
vedere come
andava a finire.
Con i ragazzi
della vecchia
squadra
catturandi del
Ros, quelli
dell’arresto
di Totò Riina,
trasferiti in
provincia a fare
multe per
divieti di
sosta.
Allora si
erano
abbracciati e
non c’era
stato bisogno
di dirsi
niente. Lui ora
scaricava
cassette di
frutta e quarti
di bue ai
mercati
generali. Ne era
passato di
tempo.Ma non era
cambiato, come
non era cambiato
“Ultimo”. E
non era un caso
che gli fosse
venuta voglia di
rivederlo
proprio quel
giorno. Mentre i
tg, le radio,
spiegavano al
Paese che il
Tribunale di
Palermo aveva
assolto Giulio
Andreotti.
Si erano
abbracciati e si
erano messi a
camminare. Come
ai vecchi tempi.
Senza una meta
precisa. “E
allora? Arciere
come sta? E
“Ombra”?”.
“Ultimo” lo
aveva fissato
con un lampo di
malinconia.
“Lasciamo
perdere che
forse è
meglio”.”
Dimmi almeno di
Andreotti, dai,
muoio dalla
curiosità”. E
Ultimo aveva
sorriso. Già,
aveva voglia di
chiedere e
raccontare al
capitano tante
cose. Ma poi
decise che forse
era meglio
starlo ad
ascoltare. Perché
era lui ad aver
bisogno di
parlare. “Vedi
non siamo
cambiati. Non
cerchiamo
medaglie,
encomi, soldi. E
non molliamo
mai, mai. Ma non
riesco a capire
quale sia il
gioco in cui
sono. Una volta
ho 20 ragazzi,
una volta ne ho
40. Poi, un
giorno, arriva
un ordine di
avvicendamento e
addio. Guarda
quello che sta
succedendo. Ti
ricordi no,
quello che ci
hanno sempre
detto? per
condannare un
mafioso servono
le prove, non
solo i pentiti.
E le prove come
le trovi? Con
l’esperienza,
con il lavoro di
squadra. Ma
l’esperienza
si coltiva, non
si improvvisa.
Come gli ultimi
giovani delle
mie parti. Poi,
ti
dicono:vogliamo
i latitanti. E
anche noi li
vogliamo,
giusto? Dio solo
sa quanto li
voglio. Ma si
possono prendere
in queste
condizioni?”
Lo aveva
interrotto anche
un po’
spaventato:”
Non mi dire che
vuoi
mollare”.”Ma
non ci penso
neppure un
attimo. Lo sai
che non mi piace
chi si
compiange.
Questa è la mia
vita. E’ da
quando ho 15
anni che ho
deciso di fare
quello che
faccio. Io non
mi devo
sistemare. Sono
un contadino io,
un
“villano”.
Quel che faccio
lo devo “ali
ultimi degli
ultimi”, a
quelli che
pagano le tasse.
E solo alla fine
un po’ anche a
me stesso”.
“ E
allora?”.
Allora bisogna
che qualcuno si
metta intorno ad
un tavolo e
decida. Se un
certo tipo di
lavoro non serve
o non piace più,
benissimo. Ci
mettiamo a fare
altro. Ma
qualcuno deve
dircelo.
Qualcuno di
quelli con le
greche, le
medaglie. per
esistere bisogna
che qualcuno
ogni tanto te lo
ricordi”.
“Ultimo”
si era ficcato
le mani nelle
tasche del
piumino. E
l’amico aveva
provato a farlo
sorridere:”Ma
non scoppi di
caldo?”.
“Veramente mi
viene freddo a
pensare a certe
cose. E sai che
ti dico? Mi
viene da
ripensare con
nostalgia a
Milano, quando
tutto è
cominciato. Che
bei tempi. Che
magistrati, che
città”. “E
dai, forza. Andrà
a finire che
penseranno che
anche tu hai
cominciato a
menartela”.
“Se lo
pensano, lo
devono dire. Se
pensano che noi
lavoriamo male,
qualcuno lo deve
dire, deve,
capisci?
Ascolta: il
problema non è
“Ultimo”. Il
problema è che
quando un Paese
ha bisogno di
eroi o di pazzi,
vuol dire che
c’è qualche
cosa che non va.
Essere bravi ma
soli non serve a
nulla. Io voglio
che dimentichino
“Ultimo” se
necessario, ma
che l’albero
di Falcone a
Palermo cresca
così tanto da
farli impazzire
a quelli là che
lo hanno
ammazzato. Perché
gli alberi
sono le radici
del cielo
amico mio”.
Aveva
provato a
chiedergli dei
suoi “nuovi
ragazzi”.
“Sono in
gamba, hanno
entusiasmo.
Peccato che non
sappia per
quanto
resteranno. E
poi mi chiedo:
perché i
migliori tenenti
usciti
dall’Accademia
non devono
venire subito al
Ros e passare
prima dalla
“Territoriale”?
Non capisco. E
allora mi viene
un sospetto e mi
dico: stai a
vedere che
magari qualcuno
pensa che un
ufficiale è
meglio che non
si formi subito
con la mentalità
di questo
reparto. Ma se
è così, ti
rifaccio la
domanda di
prima: non è
meglio sederci
intorno ad un
tavolo e
decidere quello
che vogliamo,
una volta per
tutte?”
Ora
l’amico si era
fatto curioso:”
Ma con qualcuno ne
hai parlato di
queste cose?”.
“Che non mi
conosci? Certo che
ne ho parlato. Ma
sono uno che perde
la pazienza.
Quelli allora
pensano che ho un
carattere fatto a
modo mio e le cose
rimangono al punto
di partenza”.
Ora non parlava più
il capitano
“Ultimo”.
Passeggiavano
senza dirsi nulla.
Sì, non era
cambiato. Forse
qualche capello
grigio in più. Ma
in fondo era
rimasto quello di
allora. Si erano
salutati come
l’ultima volta:
Con una stretta di
mano. Però questa
volta il capitano
una cosa l’aveva
detta,
sorridendo:”Ehi,
ricordati. Prima o
poi ci riusciremo
a colorare le
periferie”.
Vedendolo andare
via pensava che
questa volta
avrebbe dovuto
raccontarlo a
qualcuno quello
che aveva appena
ascoltato.
E al Corriere
della Sera
chiede allora solo
di poter
aggiungere una
cosa:”Scusami,
“Ultimo”, se
non ho tenuto la
bocca chiusa. Ma
questa cosa la
dovevo a te e a
tutti i
ragazzi”.
Carlo
Bonini
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