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L' ESPRESSOgiovedì
6 aprile 2000
MAFIA/ESCLUSIVO:
PARLA ULTIMO E
dopo sei mesi
Riina uscì di
casa…
Appostamenti.
Pedinamenti.
Filmati. E
l’aiuto del
pentito Di
Maggio. Per la
prima volta
l’uomo che
catturò ‘u
curtu’
racconta
tutta la verità.
di Peter
Gomez “Sette
anni fa la
decisione di non
perquisire la
casa in via
Bernini 54 dove
Totò Riina
abitava con la
moglie e i figli
è stata mia. E
ancora oggi
penso che sia
stata una
decisione
giusta. È stata
una scelta che
può anche
essere
criticata. Ma
soltanto dal
punto di vista
operativo. Non
dicendo che lì
Crimor non c’è
entrata perché
io mi ero
accordato con
Bernardo
Provenzano”.
Alle dieci di
sera, davanti a
una pizza
arrivata in
caserma come
sempre fredda,
la voce di
Ultimo,
l’Ufficiale
dell’Arma che
ha arrestato
Riina, è
segnata da un
velo di
tristezza. I
suoi occhi scuri
vagano sulle
pareti delle due
stanze che sono
la base della
Crimor, la
squadra del Ros
dei Carabinieri
specializzata
nella caccia ai
latitanti.
Osservano la
foto del
Generale Dalla
Chiesa, quella
del sub
comandante
Marcos, le
poltrone degli
schienali
divelti.
Guardano una
scrivania dove
sono accatastati
i quotidiani di
mercoledì 20
marzo. Su tutti
un unico titolo:
“Provenzano
favorì la
cattura di Riina”.
Troppo.
Decisamente
troppo perché
Ultimo possa
fare a meno di
rievocare –
non
un’intervista,
ma un lungo
sfogo davanti
agli
investigatori più
giovani – il
film
dell’arresto
del capo dei
capi. Quasi
d’un fiato,
l’ex capitano
ormai promosso
maggiore spiega
non solo i
retroscena
ancora
sconosciuti
dell’operazione
antimafia più
importante degli
ultimi dieci
anni, ma anche
come mai nel
’93 il covo di
Riina sia stato
perquisito solo
18 giorni dopo
la sua cattura.
Un periodo
lungo, durante
il quale i
fedelissimi del
capo dei capi
sono riusciti a
organizzare il
rientro a
Corleone della
moglie e dei
figli del boss.
Quasi un
trasloco in
piena regola che
ha portato molti
giornalisti ed
alcuni
collaboratori di
giustizia, tra
cui Giovanni
Brusca, a
ipotizzare
l’esistenza di
un patto tra
Provenzano e
l’Arma, teso a
garantire la
cattura del
sanguinario
Riina in cambio
di un occhio di
riguardo verso
chi non era
direttamente
coinvolto nella
strategia
stragista della
mafia. E così
Ultimo va con
moviola della
memoria al
’92, l’anno
del sacrificio
di Falcone e
Borsellino:
“Noi della
Crimor abbiamo
cominciato a
cercare Riina in
luglio,
analizzando con
i nostri sistemi
i Ganci, la
famiglia mafiosa
che controlla il
quartiere della
Noce. In una
vecchi sentenza
venivano
riportate le
parole di
Leonardo Vitale,
il primo
pentito, che
diceva come la
Noce fosse
importante per
Riina. Erano gli
anni settanta e
Riina, in
occasione di un
litigio tra
uomini d’onore
per la
spartizione di
una tangente,
aveva dato
ragione ai
mafiosi della
Noce, dicendo:
“ Io la Noce
ce l’ho nel
cuore”. Così
mettemmo sotto
osservazione un
cantiere dove
Raffaele Ganci,
che ritenevo
essere il capo
famiglia, si
ritrovava con i
suoi”. Gli
appostamenti
durano mesi. La
Crimor filma
ogni minuto
della vita
all’interno di
un cantiere
della Camporeale
Costruzioni, in
via Paolo Gili.
Ascolta
conversazioni
riservate. Ma di
Riina nessuna
traccia. In
ottobre, durante
uno dei tanti
pedinamenti,
Vichingo, uno
degli uomini di
Ultimo, si mette
alle costole di
Domenico Gangi ,
il figlio di
Raffaele. Sbuca
in via Bernini e
lo perde di
vista
all’altezza
del numero 54,
davanti a un
cancello verde
dove, tre mesi
dopo, si scoprirà
la casa di Riina.
Ultimo a quel
punto è
vicinissimo a
“Totò ‘u
curtu”. Si
arriva a
Natale.Poi passa
anche capodanno.
Il 9 gennaio, in
Piemonte, viene
arrestato un ex
autista di Riina,
Balduccio di
Maggio.
Balduccio si è
nascosto al nord
perché è
entrato in rotta
di collisione
con i corleonesi.
Sa di essere
stato condannato
a morte. Per
questo comincia
a parlare.
Descrive quattro
diverse
abitazioni dove
in passato era
solito
accompagnare
Riina. Di una,
situata in via
Uditore, disegna
pure una
piantina. Poi
spiega che oltre
ai Ganci, anche
Antonino e
Giuseppe
Sansone, due
imprenditori
noti a Palermo
per avere
costruito
l’ospedale,
appoggiano la
latitanza del
boss. Per
Balduccio, anzi,
Pino Sansone era
il nuovo autista
di Riina, mentre
la moglie e i
figli erano
affidati a un
giardiniere,
Vincenzo Di
Marco. E’ una
pista buona, ma
non decisiva. Le
conoscenze del
pentito sono
vecchie di quasi
due anni.
Il
10 gennaio Di
Maggio è
comunque
trasportato a
Palermo. Alla
Crimor viene
affidato il
compito di
controllare i
Sansone.
L’Arma
territoriale
deve invece
seguire Di
Marco. Ricorda
Ultimo:”
Cominciammo ad
osservare Pino
Sansone, ma ci
demoralizzammo
quasi subito.
Dalle nostre
osservazioni non
risultava che
svolgesse
funzione
d’autista. E
anche i colleghi
della
territoriale non
riuscivano ad
agganciare Di
Marco. Così il
pomeriggio del
13 si svolge una
riunione.
partecipano i
vertici della
Procura, allora
retta
dall’aggiunto
Vittorio Aliquò,
quelli
dell’Arma
territoriale, più
un emissario del
Generale
Delfino,
l’ufficiale
che per primo in
Piemonte aveva
parlato con Di
Maggio. Sono
tutti
d’accordo.
Vogliono fare un
blitz. Pensano a
quattro
perquisizioni.
Guardano delle
riprese aeree.
Progettano di
utilizzare 200
uomini e gli
elicotteri per
circondare la
villa di via
Uditore indicata
da Di Maggio. Io
cerco di
oppormi. Noi
della Crimor
infatti
c’eravamo
accorti che in
via Bernini, al
54, dove in
ottobre avevamo
perso di vista
Ganci, c’era
un’utenza
telefonica
intestata a Pino
Sansone. A quel
punto per me
quello era
diventato un
obiettivo buono.
Bisognava solo
controllarlo
anche per tempi
lunghi. Ho
chiesto il
permesso di
farlo. Ma loro
no. Volevano
intervenire.
Allora io ho
detto:”prima
di decidere
ascoltate Di
Maggio”. E così
è stato fatto
entrare
Balduccio.
Davanti a tutti
gli chiedo
“Scusi, ma
Riina abita in
uno di questi
quattro
obiettivi?”.
Lui rispose no.
Il blitz non
serve.
Finalmente se ne
convincono anche
loro. E sapete
cosa mi dicono?
che avevo due
giorni tempo”.
Iniziano le
riprese filmate.
Di Maggio guarda
i videotape di
via Bernini.
Alle 8 di sera
del 14 gennaio
riconosce Di
Marco, il
giardiniere che
l’Arma
territoriale
avrebbe dovuto
pedinare. Ultimo
adesso
commenta:” Lo
avevamo preso,
ma io adesso non
dico che lo
avevamo fatto
apposta o che,
come si dice di
me, avevano
fatto un
accordo. Sono
cose che
capitano a chi
lavora”. A
mezzanotte, la
svolta. Di
Maggio dice:”
Ecco, questo è
il figlio di
Riina”. E poi
ancora:” Ecco
la Bagarella,
sua moglie”. Sono
ormai le 5 e
mezza del
mattino del 15
gennaio. Si
riunisce la
cellula che deve
catturare il
boss. Otto
persone compreso
Di Maggio. Il
pentito si
nasconde con
Ombra, in un
furgone
posteggiato
vicino
all’ingresso
di via Bernini
54. Verso le 8 e
20 arriva una
citroen Zx, il
cancello si
apre, la
macchina entra.
Alle 8,55 è di
nuovo fuori. A
fianco del
guidatore c’è
Riina. L’auto
viene
agganciata.
Ultimo e
Vichingo la
seguono da
dietro. Arciere
sta davanti:
“E’ stato un
perfetto
sequestro di
persona. In giro
di venti secondi
li abbiamo
tirati fuori
dall’auto e
caricati con
noi. Riina aveva
paura. Glielo
leggevo negli
occhi che aveva
paura di morire.
Poi quando ha
capito che
eravamo
carabinieri si
è
tranquillizzato.
Per farlo stare
buono gli
stringevo la
sciarpa intorno
al collo. Lui
tossiva ma non
mi faceva pena.
Intanto Oscar
che era rimasto
in caserma
cercava di
avvertire le
macchine della
territoriale
perché ci
venissero a
prendere. Ma
c’era
traffico, non
arrivava
nessuno. Così
noi
attraversiamo
tutta Palermo da
soli. Con Riina
in macchina.” Assieme a Riina c’è Salvatore Biondino, un boss capo del mandamento di San Lorenzo. Nelle due stanzette della Crimor arrivano magistrati generali. Di nuovo si comincia a parlare di perquisizioni. E di nuovo Ultimo si oppone: ”Era ormai mezzogiorno. Volevano tutti intervenire. Io li convinco ad aspettare. Noi in quel momento eravamo in vantaggio su Cosa Nostra e, secondo me, dovevamo sfruttare quel vantaggio. Sapevamo infatti che la latitanza di Riina era stata favorita dai suoi vicini di casa, i fratelli Sansone. Sapevamo che i Sansone curavano per conto di Riina i contatti con il resto dell’organizzazione. Per questo ai magistrati e ai superiori dico: ”Dobbiamo lasciar tranquilli i Sansone”. Dobbiamo dare la sensazione di non sapere dove abita la famiglia di Riina. Poi ci basterà pedinare i Sansone per scoprire la struttura di tutta l’organizzazione. Cosa Nostra non riuscirà a capire come abbiamo fatto a prenderlo, cominceranno a sospettare l’uno dell’altro. Scardineremo la loro coesione.” Ed è successo proprio questo. Ancora oggi Brusca sospetta che Riina sia stato venduto da Provengano. Nel
pomeriggio del
15 Ombra e Di
Maggio, ormai
sfiniti,
abbandonano la
postazione. Le
riprese del
cancello di via
Bernini vengono
interrotte.
L’idea di
Ultimo è quella
di lasciar
calmare le acque
prima di
riprendere le
osservazioni. Di
quello che
poteva esserci
in casa della
famiglia Riina,
non gli importa
nulla: “Se
avessimo fatto
una
perquisizione
avremmo potuto
al massimo
trovare la
biancheria di
sua moglie, la
Cagarella. E
avremmo perso la
straordinaria
possibilità di
seguire i
fratelli
Sansone. Adesso
molti scrittori
e giornalisti
dicono che in
quella casa ci
poteva essere un
archivio.
L’archivio
della mafia. Ma
l’esperienza
insegna il
contrario. Il
mafioso che vive
con la moglie e
con i figli
non
conserva mai del
materiale che
possa far loro
rischiare
l’arresto. E
non tiene con sé
nemmeno i
documenti che
possano provare
la sua
ricchezza. E
infatti a casa
di Brusca, di
Raffaele Ganci,
di Nitto
Santapaola, di
Bagarella, cosa
è stato
trovato? Niente,
assolutamente
niente. E’
sempre così. Passano
i giorni. Ultimo
è tranquillo.
Come sempre non
ha ricevuto
ordini “né
dai magistrati,
né dai
superiori” su
come condurre le
operazioni. Ha
avuto carta
bianca. Per lui
l’importante
è attendere che
la bufera si
calmi. Poi
tornerà sui
fratelli
Sansone. Ma
ormai il Palazzo
di giustizia è
in
fibrillazione.
Il 30 gennaio
alla procura
viene comunicato
ufficialmente
che il covo di
Riina non è
controllato da 3
settimane. Tre
giorni dopo
scatta la
perquisizione.
Non vengono
trovate
casseforti, ma
solo una stanza
blindata
utilizzata per
conservare le
pellicce, e un
cunicolo,
nascosto dietro
un pannello,
dove Riina
avrebbe potuto
tentare di
nascondersi. I
Sansone
finiscono in
manette. Tutto
va a carte
quarantotto:
“Secondo me la
loro cattura è
stato un errore.
Bisognava
aspettare. Noi
stavamo seguendo
una strategia
vincente. Col
tempo,
pedinandoli, li
avremmo potuti
prendere
tutti”.
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