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Dalla
lotta
contro i
boss alla
tutela
dell’ambiente:
e si è
trovato
un’altra
volta a
combattere
la mafia.
Beato
il Paese
che non ha
bisogno di
eroi. Ma
quando
l’eroe
c’è,
perché
nasconderlo?
Sembrava
una buona
notizia,
in
un’Italia
alle prese
con tante
emergenze
ambientali:
il celebre
capitano
Ultimo,
l’uomo
che ha
arrestato
Totò
Riina, che
ha
organizzato
il gruppo
di
carabinieri
specializzato
nella
cattura
dei
latitanti,
che ha
portato a
termine
molte
missioni
segrete
contro
Cosa
nostra, ha
scelto la
difesa
della
natura. Da
tre mesi,
dopo il
discusso
scioglimento
del suo
gruppo e
le
polemiche
che ne
sono
seguite,
ha chiesto
di entrare
nel Noe,
il Nucleo
operativo
ecologico
dell’Arma,
diretto
dal
colonnello
Rositani.
Fra
tanti
incarichi
possibili,
magari più
prestigiosi,
ha deciso
di mettere
la sua
lunga
esperienza,
maturata
in anni di
attività
nel Ros
del
colonnello
Mori e a
fianco di
magistrati
come
Giovanni
Falcone e
Ilda
Boccassini,
al
servizio
della
lotta
contro
l’inquinamento
e le
"ecomafie".
Una bella
lezione
per tutti
quelli che
considerano
l’ambiente
un
argomento
di serie
B. E un
bel
personaggio
da
intervistare,
nel giorno
in cui la
Chiesa
festeggia
i valori
della
natura e
dell’ecologia
e
l’impegno
di quanti
si battono
per la
salvaguardia
di questo
patrimonio.
E invece
no.
Nonostante
il parere
positivo
del suo
capo e
nonostante
l’intenzione
di non
parlare
delle
polemiche
che hanno
accompagnato
lo
scioglimento
del suo
gruppo, al
Comando
centrale
dell’Arma
hanno
risposto
no. Il
capitano
Ultimo non
si può
incontrare.
Più
facile
ottenere
un
colloquio
in carcere
con un
detenuto,
che in
caserma
con un
carabiniere.
Un
vero
peccato:
chi lo
conosce
bene, come
il
giornalista
Maurizio
Torrealta,
autore di
un bel
libro sul
suo ruolo
nella
cattura di
Totò
Riina, lo
descrive
come un
personaggio
affascinante.
Figlio e
nipote di
carabinieri,
nato in
una
famiglia
toscana di
minatori e
contadini,
Ultimo è
entrato
nell’Arma
perché
spinto da
una
passione
profonda
per la
giustizia.
Della
vita,
nonostante
le
delusioni
patite
anche
sulla sua
pelle,
continua
ad avere
un’idea
romantica
e
idealista:
bisogna
vivere
senza
cercare il
privilegio,
così non
possono
ricattarti;
bisogna
essere
quello che
si è
senza
farsi
accecare
dalle
ambizioni;
bisogna
essere
sempre
dalla
parte
degli
ultimi,
dei
semplici;
non
bisogna
farsi
fermare
dai
momenti
difficili.
E cita il
giudice
Falcone
che
diceva: «Bisogna
avere
pazienza e
non
mollare,
l’importante
è che
esistiamo
e che
portiamo
avanti con
l’esempio
e il
sacrificio
le nostre
idee».
Ultimo,
insomma,
non è
uomo in
cerca di
onori, ma
di
impegni. E
infatti,
terminati
gli studi,
prima
all’Accademia
militare
di Modena
e poi alla
Scuola
Ufficiali
di Roma,
chiede di
andare
volontario
in
Sicilia,
dove
avevano
ammazzato
il
generale
Dalla
Chiesa,
uno dei
suoi miti.
Qui,
partendo
da zero,
mette a
punto
negli anni
un nuovo
modo di
combattere
la mafia,
fatto di
lunghi
appostamenti,
di
pedinamenti
e di
intercettazioni
ambientali,
di
verifiche
sul campo
di tutti
gli
elementi
forniti
dai
pentiti.
Il
sistema
funziona:
se la
cattura di
Totò
Riina è
il
capitolo
più noto
di questo
suo
impegno,
molti sono
i successi
investigativi
che
portano la
sua firma
e quella
del suo
gruppo. Il
gruppo:
ecco un
altro dei
punti di
forza del
capitano
Ultimo.
Uomini
scelti tra
i più
emarginati
perché
ribelli,
troppo
indipendenti,
troppo
sopra o
sotto le
righe che,
presi per
il verso
giusto,
diventano
una forza
irresistibile.
«Capisci
che hai
con te
persone
con le
quali puoi
andare a
fare
qualsiasi
cosa, e
che è
gente
bellissima,
come le
stelle del
cielo, e
gli vuoi
bene e ti
accorgi
che siete
la stessa
cosa, e
quello che
succede a
loro è
come se
succedesse
a te».
Peccato
che il
gruppo sia
stato
sciolto.
Peccato
che
qualcuno,
nei posti
di
comando,
abbia
deciso che
la lotta
alla mafia
è cosa
troppo
"seria"
per
lasciarne
anche solo
una parte
nelle mani
di gente
così.
Ma
per
fortuna «non
è
l’esistenza
dei tarli
che deve
impedirci
di
piantare
boschi»,
come
diceva
Pierre
Mendés-France.
E così,
per il
capitano
Ultimo,
ora
diventato
maggiore,
si apre un
nuovo
fronte di
lotta.
Un
fronte
verde in
cui, da
anni, la
mafia la
fa da
padrone. I
dati
raccolti
negli
ultimi
anni dalla
Commissione
parlamentare
d’inchiesta
sui
rifiuti e
dalle
organizzazioni
ambientaliste
dimostrano
senza più
ombra di
dubbio
che,
controllando
e
saccheggiando
il
territorio,
la
criminalità
organizzata
gestisce
un giro
d’affari
miliardario.
Cave e
discariche
illegali,
abusivismo
edilizio e
traffico
di rifiuti
tossici
sono gli
strumenti
attraverso
i quali la
mafia
conquista
spazi
nell’economia
di una
zona,
ottenendo
innumerevoli
vantaggi
al prezzo
di pochi
rischi. E
mentre le
leggi che
finalmente
inseriscono
i nuovi
"crimini
ambientali"
nel Codice
penale
fanno
qualche
passo
avanti nei
palazzi
della
politica,
diventa
sempre più
importante
il lavoro
del Noe.
È
un gruppo
di
carabinieri
specializzato
nella
tutela
ambientale:
170
persone
circa, per
la maggior
parte
giovani e
motivati,
divisi in
16 sezioni
che
coprono
tutto il
territorio
nazionale,
più una
squadra
per
l’inquinamento
da
sostanze
radioattive.
Si tratta
di un
lavoro
spesso
oscuro ma
importantissimo,
sul quale
lo Stato,
e
soprattutto
il
ministro
dell’Ambiente
dal quale
dipendono,
dovranno
puntare
sempre di
più, se
vogliono
vincere
questa
"sporca"
guerra. E
un
"eroe"
in più
non può
che fare
comodo.
Anche se
è
l’Ultimo
arrivato.
Barbara
Carazzolo
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