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IL MANIFESTO

martedì 30 dicembre 1997

LE AVANGUARDIE DEL GENERALE

Parla Ultimo, il Maggiore dei carabinieri che ha arrestato il boss Totò Riina

“Contro il terrorismo ieri, contro la mafia oggi, Dalla Chiesa ci ha insegnato che la strategia vincente è la guerra a tutto campo: militare, politica, psicologica”. A partire dal libro scritto dal figlio Nando, un’occasione per ricordare un ufficiale che nell’Arma in molti ritengono un modello ideale.

 

Daria Lucca - Roma

Il GENERALE aveva inventato un metodo investigativo da utilizzare contro i fenomeni criminali complessi. Non mi interessano le opinioni su di lui, mi interessa che si riconosca la bontà di quel metodo”. Nell’ufficio di Ultimo il riscaldamento è spento, in ragione della sua filosofia di guerra:” Come posso resistere 24 ore appostato al freddo se poi passo il tempo attaccato a un termosifone?”. Anche la stanza è spoglia. Ascetica, nel suo disordine logico. C’è poco ma c’è tutto ciò che identifica il proprietario. Le scrivanie sepolte sotto gli atti processuali e i rapporti investigativi che legge e rilegge quando non è fuori in azione, il badge del suo gruppo (Crimor), la foto del cane, un po’ di pubblicazioni sui pellerossa (due anni fa ha incontrato un capo indiano, ed è stata anche quella un’esperienza), una bottiglia di “rosso internazionale”, vino del Piceno con la faccia di Che Guevara sull’etichetta. E due copie dell’autobiografia di Carlo Alberto Dalla Chiesa curato dal figlio Nando. Perché due? “Una è la mia, l’altra è di un collega del Ros con cui ci siamo scambiati un po’ di impressioni”.

L’idea di recensire la storia di un carabiniere assieme a chi veste la stessa uniforme era intrigante. E anche controcorrente, in tempi in cui sugli uomini dell’Arma si spara (metaforicamente parlando) piuttosto volentieri. La scelta dell’ufficiale che ha messo il sale sulla coda a Salvatore Riina era motivata dalla sua fama ma anche dalla sua spiccata personalità. Quanto alla figura del Generale, a rinverdire il ricordo dei suoi successi ci ha pensato a Natale il presidente Scalfaro, concedendo alcuni provvedimenti di grazia proprio ad alcuni esponenti di quel terrorismo che lui contribuì in maniera determinante a sconfiggere.

 

Che cosa rappresenta, il generale, per voi giovani ufficiali che non l’avete conosciuto?

Non l’abbiamo incontrato per ragioni anagrafiche, ma ne abbiamo seguito il percorso, le teorie, i risultati. Per me e per alcuni miei colleghi, per il maresciallo e per il brigadiere, Dalla Chiesa è la figura del generale d’azione. Il comandante ideale, quello che pretende da te le medesime cose che pretende da se stesso. La maggior parte dei comandanti sta fuori dell’azione: la indirizza, la segue, ma non la pratica. Lui, invece, come ricorda il figlio, dava l’esempio in prima persona: passeggiava in divisa nel centro di Milano, nel pieno della lotta contro il terrorismo, per dimostrare la sua presenza, anche fisica, sul campo di battaglia.

 

Insomma un modello da seguire?

Per molti ma non per tutti. Dalle pagine del libro emerge vivida la descrizione dell’isolamento vissuto in alcuni periodi dal generale anche dentro l’Arma dei carabinieri.

 

Una personalità rivalutata soprattutto dopo la morte?

Dipende da che punto di vista: non del tutto, se si considera che i suoi insegnamenti non hanno fatto scuola fino in fondo.

 

Che significa?

Manca una didattica permanente che sia frutto dell’esperienza maturata negli anni delle indagini sul terrorismo. Chi si interessa dei suoi sistemi, lo fa a livello personale: non c’è un riconoscimento istituzionale dei suoi metodi.

Com’è questo metodo? Raccontiamolo a chi non ha vissuto quegli anni.

I veri depositari di quei metodi sono coloro che hanno collaborato direttamente con il generale, come il colonnello Mario Mori che oggi comanda il Ros. Per quanto io l’ ho assorbito, il sistema di Dalla Chiesa si basava sul principio di aggredire il fenomeno criminale nella sua globalità, superando limiti e vincoli territoriali. Contro organizzazioni complesse e distribuite sull’intero territorio, che abbiano caratteristiche globali, è necessaria una visione unitaria di contrasto. Un’organizzazione criminale di questo tipo non si può sconfiggere partendo dai singoli reati, ma attaccando il piano associativo. Bisogna trovare le persone che la costituiscono e mettere in evidenza i livelli gerarchici in cui si articola. Poi si otterranno anche le prove per il singolo omicidio, ma l’obiettivo è scoprire l’associazione, come è composta, come si sviluppa, che progetti persegue. Così si arriva a disarticolare la matrice criminale dell’organizzazione.

 

Sbaglio, o lo stesso approccio calza a pennello con la mafia?

A mio parere, si tratta di criteri investigativi applicabili ovunque si debba contrastare una criminalità di tipo associativo, che supera limiti e spazi locali. Vorrei aggiungere che il generale pretese, nella sua struttura antiterrorismo, che gli uomini studiassero in profondità le organizzazioni della lotta armata, in modo da riuscire a pensare con le stesse logiche dell’avversario. In questo modo, il nucleo speciale venne messo in grado di prevedere l’evoluzione della minaccia. Mi pare la maniera migliore di utilizzare il piano analitico: interiorizzare l’avversario, pensare come lui, capirne le vulnerabilità per poi colpirlo.

 

E dal punto di vista operativo?

Nella lettera al ministro Rognoni, al tempo dell’incarico extra legem, Dalla Chiesa si lamenta perché non ha ottenuto la indispensabile “univocità di indirizzo e di azione”. L’intera sua esperienza dimostra che, contro un fenomeno a diffusione nazionale, l’attività operativa va diretta da una struttura centrale. Ovviamente, va tenuto presente che Dalla Chiesa ha praticato uno scontro in cui l’obiettivo era la distruzione dell’avversario, non il suo contenimento.

 

In tempi di polemiche sulla gestione territoriale del Ros, il suo è un messaggio?

Non discuto sull’utilità delle strutture territoriali, ma la funzione operativa centrale è fisiologica alla lotta. Chi lo nega, nega la lotta stessa. Ma non fermiamoci al puro terreno militare, faremmo un torto al generale. Dalla Chiesa sapeva che il terrorismo aveva motivi di ordine sociali enormi. Come lo sapeva per la mafia: si veda in proposito il discorso agli studenti del lice Gonzaga. Per questo lui praticava un terreno più politico della lotta. Ad esempio: il terrorismo pretendeva di essere l’avanguardia della classe operaia? Lui gli contrapponeva un’avanguardia militare intorno alla quale creare il consenso di sicurezza delle istituzioni per dare forza anche ai settori sociali contrari alla lotta armata.

 

Ma soprattutto, non fu il teorico dell’impatto psicologico?

Certo, le sue regole erano: creare contro l’avversario le stesse condizioni di vantaggio che l’avversario ha creato per se stesso; togliergli la sicurezza dell’impunibilità; diventare invisibili; far sì che l’altro non capisca i meccanismi con cui si pratica il contrasto e quindi non sappia come poi si renda esecutiva l’azione. Tradotto, intendeva che “ogni brigatista si deve chiedere: questo che ho vicino è un uomo di Dalla Chiesa?”, come disse nell’intervista ad Enzo Biagi del 1981.

 

Sistemi vincenti con il terrorismo, ma con la mafia?

Gli effetti dell’impatto psicologico sono sempre buoni. Servono grande efficienza, preparazione accurata e soprattutto trama investigativa permanente. Se lavori in maniera continua riesci ad interiorizzare i meccanismi mentali del tuo avversario, chiunque sia,  e a diventare il suo incubo. La mafia pratica il controllo capillare del territorio? Va contrastata con le stesse sue tecniche, con l’anonimato e una funzione operativa centrale. D’altra parte, anche per i nostri uomini, partire da basi differenti da quelle in cui poi si opera, è una garanzia di sicurezza. E diventa un fattore di successo. Non si può rinunciare ai fattori di successo, salvo ammettere che non si vuole vincere.

 

Ha mai percepito paura di voi tra le fila di coloro che combattete?

I mafiosi hanno paura di ciò che non conoscono, non capiscono, non riescono a gestire, e di coloro che non riescono a comprare o a uccidere. Hanno paura di non sapere chi li sta seguendo, di non poterci individuare, di non conoscere le nostre facce, di dover combattere le ombre. E poi, dimenticavo: creare il sospetto tra gli amici, i fratelli. Questo è l’impatto psicologico, anche.

 

E il metodo di Ultimo?

Le prove ci vengono fornite da quegli stessi che poi portiamo in tribunale, attraverso l’osservazione e il controllo. Non ho mai fatto un colloquio investigativo. Non ho mai fatto acquisti simulati di stupefacenti: semmai solo ritardati arresti, perché eravamo in condizione di vedere e sentire, fotografare e registrare gli acquisti e i confezionamenti , non c’era bisogno di comprare la merce.Considero la qualità della prova che esibisci contro una persona parte decisiva della civiltà giuridica.

Che può dirci sulla caccia ai latitanti?

I latitanti vanno visti come un momento investigativo qualificante per contrastare l’organizzazione. Sono l’espressione operativa dell’associazione, sono criminali permanenti. La caccia ai latitanti deve essere un momento operativo centrale, un momento di unione e non di scontro, intorno al quale organizzare l’attività nel territorio, utilizzando la caratteristiche dei vari gruppi di contrasto esistenti, territoriali e centrali. La sinergia è vincente, ma deve essere calata, in  un clima disteso, rasserenato dal presupposto che in tutte le componenti istituzionali c’è la volontà di contrastare il nemico.

 

Del generale era leggendaria la capacità di scegliere gli uomini. Anche Crimor, è leggendaria per la sua composizione?

Crimor è un’idea mutuata dall’esperienza di Dalla Chiesa, uomini scelti in base a criteri di qualità umane e non di pura gerarchia. Noi siamo un piccolissimo gruppo, ma i meccanismi interni sono gli stessi: la partecipazione, la condivisione. Abbiamo mangiato tutti alla stessa tavola, dormito nella stessa camerata. Tra noi si discute per ore e prevale sempre l’idea migliore, chiunque l’abbia proposta.

 

Che tipo di carabiniere era, Dalla Chiesa?

Non era un tipo, era il carabiniere. E basta.

 

Era uno che si preoccupava delle condizioni materiali dei suoi uomini: dagli arredi delle stazioni alle divise. Perché?

Secondo me, era un ufficiale che intende il comando come tramite per conseguire determinati obiettivi. In questo senso, i suoi uomini non erano nulla di diverso da lui. La divisa era la sua immagine, quella di suo padre e della sua famiglia, l’Arma. Era quindi un modo per dare pari dignità a tutte le persone che svolgevano lo stesso lavoro.

 

Hai in mente il discorso hai giovani ufficiali di Palermo?

Quello è un esempio di come il generale abbia adattato il modello partecipativo all’organizzazione militare e alla gerarchia: il subalterno deve partecipare all’attività e alle decisioni. Non si deve contrapporre il superiore all’inferiore, ma condividere l’attività. Il comando è un’arte, che si realizza nella sensibilità degli uomini con cui dividi la lotta.

 

Lo sta dipingendo come un rivoluzionario?

La sua forza rivoluzionaria, innovativa, dentro la struttura in cui operava, era la capacità di trasformare la lotta alla criminalità in lotta complessiva contro la prevaricazione. Dalla Chiesa era grande perché era un guerriero, come Don Ciotti, per citare un esempio apparentemente agli antipodi, come tutte le persone che, su tutto, lasciano prevalere il senso dell’umanità, la condivisione della sofferenza, la ribellione alla sopraffazione, compresa quella commessa in casa propria. Secondo me, Dalla Chiesa dovrebbe essere insegnato a scuola.

 

Il generale è il suo mito?

No, il mito più bello è quello che viene abbattuto. I miti non devono esistere, quello che conta sono i valori.


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