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COSE DI COSA NOSTRA

di Giovanni Falcone in collaborazione con Marcelle Padovani (1991)

Rizzoli

 

Nota introduttiva all'edizione 1995

Di Marcelle Padovani

Non avrebbe voluto diventare un eroe, Giovanni Falcone. Perché era convinto che uno stato tecnicamente attrezzato e politicamente impegnato potesse sconfiggere il crimine organizzato facendo a meno di tanti sacrifici individuali.

Per Falcone, la responsabilità collettiva di un ufficio specializzato, di un'istituzione locale, di una Procura nazionale, avrebbe dovuto cancellare le singole personalità, le singole reponsabilità e dunque la vulnerabilità dei singoli operatori dell'Antimafia: "Quando esistono degli organismi collettivi", diceva, "quando la lotta non è concentrata o simboleggiata da una sola persona, allora la mafia ci pensa due volte prima di uccidere".

Non avrebbe dunque, Falcone, voluto diventare un eroe. 

"Vale la pena", gli avevo chiesto durante un'intervista televisiva del gennaio 1988, "vale la pena rischiare la propria vita per questo Stato?" E lui aveva risposto un po' sconcertato: "Che io sappia, c'è soltanto questo Stato, o più precisamente questa società di cui lo Stato è l'espressione".

Non eroe per vocazione, ma servitore dello Stato: questo era il giudice Falcone.

Era anche, per essere esatti, un uomo appassionato di conoscenza, curioso, preciso, pignolo. Pragmatico, ossessivamente rigoroso nel rispetto delle forme, sempre alla ricerca di un indizio, di un'informazione,  di una verifica, di una prova.  Quando interrogava un mafioso, ciò avveniva soltanto dopo aver sgomberato la mente  da ogni pregiudizio, da ogni preconcetto, da ogni giudizio ideologico. Mandò un ufficiale della Guardia di Finanza  per verificare se nella tale piazzetta  a San Paolo in Brasile ci fosse, all'inizio degli anni Ottanta, quel banco di ferro dinanzi a quella falegnameria di cui Tommaso Buscetta aveva parlato nelle sue confessioni. Non per amore del dettaglio accessorio, ma per accertare l'attendibilità dell'insieme della testimonianza  dell'ormai celebre "pentito".  In un paese dove troppo spesso ci si accontenta di approssimazioni , di valutazione, di finti sondaggi, di cifre non verificate, lui si distingueva - e si distingue ancora - per un rigore quasi matematico nella ricerca della verità.  Anche per questo, dunque, Falcone fu un grande servitore dello Stato. Un servitore dello Stato che metteva lucidamente in conto anche il sacrificio della propria vita.

La sua eredità? Oggi la ritroviamo non solo nella magistratura, ma anche  - in alcuni casi, soprattutto - negli apparati investigativi delle forze dell'ordine. Perché loro, meglio di chiunque altro,  sanno quanto preziose siano la verifica dei fatti e dell'attendibilità  dei testimoni, e quanto sia invece dannoso incriminare, o addirittura mettere in carcere, un presunto criminale, se lo si deve scarcerare qualche mese dopo  con tanto di scuse da parte dello Stato.

Per questi uomini del Servizio Centrale Operativo , della Criminalpol, della Dia e di molti altri organi della lotta alla criminalità , il lavoro discreto, collettivo, serio,  e la verifica metodica sono la garanzia del successo. Sono loro, oggi, gli eredi di Falcone. E come Falcone, vanno avanti sulla loro strada, anche se non si respira più nell'aria l'entusiasmo di una volta , e anche se, da parte di alcuni membri delle istituzioni e di alcuni responsabili politici vengono segnali poco incoraggianti, strani ammiccamenti e attacchi ingiustificati ai cosiddetti "pentiti". Esattamente come Falcone, sono anche loro dei servitore dello Stato che, in nome di  uno "Stato-così-come-dovrebbe-essere", lottano per questo "Stato-così-come è".

Marcelle Padovani

  Capitolo VI

Potere e Poteri

 .....

Credo che Cosa Nostra sia coinvolta in tutti gli avvenimenti importanti della vita siciliana, a cominciare dallo sbarco alleato in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e dalla nomina di sindaci mafiosi dopo la Liberazione. Non pretendo di avventurarmi in analisi politiche, ma non mi si vorrà far credere che alcuni gruppi politici non si siano alleati a Cosa Nostra - per un'evidente convergenza di interessi - nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi.

Parlando di mafia con uomini politici siciliani, mi sono più volte meravigliato della loro ignoranza in materia. Alcuni forse erano in malafede, ma in ogni caso nessuno aveva ben chiaro che certe dichiarazioni apparentemente innocue, certi comportamenti, che nel resto d'Italia fanno parte del gioco politico normale, in Sicilia acquistano una valenza specifica. Niente è ritenuto innocente in Sicilia, né far visita al direttore di una banca, per chiedere un prestito perfettamente legittimo, né un alterco tra deputati né un contrasto ideologico all'interno di un partito. Accade quindi che alcuni politici a un certo momento si trovino isolati nel loro stesso contesto.  Essi allora diventano vulnerabili e si trasformano inconsapevolmente in vittime potenziali. Al di là delle specifiche cause della loro eliminazione, credo sia incontestabile che Mattarella, Reina, La Torre erano rimasti isolati a causa delle battaglie politiche in cui erano impegnati. Il condizionamento dell'ambiente siciliano, l'atmosfera globale hanno grande rilevanza nei delitti politici: certe dichiarazioni, certo comportamenti valgono a individuare la futura vittima senza che la stessa se ne renda nemmeno conto.

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

 

 

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