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O MIA BEDDA MADONNINA

 Di Goffredo Buccini e Peter Gomez (1993)

 Rizzoli

 

PROLOGO

Di Goffredo Buccini e Peter Gomez

Milano, 23 febbraio 1993

    Questo libro nasce dalla voglia di capire. Chi, a cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, ha iniziato a occuparsi di Cosa Nostra a Milano, può essersi imbattuto in un curioso fenomeno: la negazione dell’evidenza. Proprio mentre un’inchiesta complessa e delicata come la Duomo connection riapriva la questione della mafia e delle sue infiltrazioni istituzionali anche al nord,  proprio mentre una commissione parlamentare  arrivava per la prima volta al cuore del problema senza troppi giri di parole, dalla classe politica milanese, e da quella parte della classe politica nazionale che a Milano era più interessata per motivi elettorali, era possibile avere solo una risposta infastidita: qui la mafia non esiste, chi tenta di evocarla pesca nel torbido. Una risposta bizzarra, frettolosa,  che riecheggiava in qualche modo quella della classe politica palermitana ad un analogo quesito, prima che i mille morti della guerra fra cosche del 1981-83 chiudessero drammaticamente la contesa accademica.

   La voglia di capire, dunque. Davvero la mafia a Milano non esiste? Davvero non è mai esistita?  Scoprire la risposta non è stato particolarmente difficile. Per trovarla è bastato guardare verso Palermo e seguire il viaggio di decine e decine di mammasantissima che sono emigrati al nord negli ultimi vent’anni, che hanno scelto proprio Milano o il suo hinterland come terra promessa. Liggio, Alberti, Ugone, Fidanzati, Ciulla, Bono: nomi ormai famosi, che hanno lasciato una traccia precisa nelle carte giudiziarie. Una traccia visibile per tutti, tranne che per l’élite incaricata di amministrare la città. Per trovare la risposta è bastato seguire la  scia di droga e di paura che sta in quelle carte. E si è scelto come guida, come simbolo, una delle famiglie siciliane portate al nord dalla dissennata legge sul soggiorno obbligato: la famiglia Carollo, protagonista appunto della Duomo connection.

   Dal vecchio Gaetano Carollo al giovane Toni è difficile, al di là delle risultanze processuali, non vedere una linea di continuità.  Guardando lungo questa linea, si ritrovano poi storie di padrini e padroni, di mafiosi e imprenditori. E di politici.  Perché, come sempre, non sarebbe possibile alla mafia scavarsi una nicchia, se quella nicchia non fosse protetta da connivenze, miopie o disattenzioni dei signori dei partiti e della finanza.

   Questo libro, dunque, vuole raccontare una cronaca lunga vent’anni. La storia milanese delle famiglie di mafia e delle loro amicizie pericolose che spesso assume i toni del romanzo.  Non vuole e non può essere un rinvio a giudizio. Non ha pretese, né gli strumenti per dare certezze da aule di tribunale. Molti dei protagonisti dei fatti qui narrati sono stati prosciolti. Molti altri non sono neppure stati inquisiti.  E, dunque, solo come testimonianza su un fenomeno collettivo vanno prese le pagine che seguiranno. Non certo come prova a carico per qualcuno.

   I politici meritano qualche considerazione a parte. La classe dirigente che per tanti anni ha negato l’evidenza della mafia è stata mesa alle corde da un’altra inchiesta: quella del giudice Antonio Di Pietro sul sistema delle tangenti: oltre centoventi arrestati, circa cinquecento inquisiti in dodici mesi. Era, nel suo complesso, una classe dirigente ipocrita e corrotta. Bettino Craxi, che dopo il sesto avviso di garanzia è stato costretto a lasciare la segreteria del partito socialista, ne è diventato – a torto o a ragione – il simbolo. L’indagine di Di Pietro, ormai famosa come “operazione Mani pulite” è stata il big bang di un nucleo già visibile nella Duomo connection. Ha svelato le connivenze tra partiti e imprese, ha mostrato come per vent’anni alla legge della mazzetta non sia sfuggito proprio nessuno. Non puntava all’onorata società. O almeno: non in modo diretto.

   Eppure ha dovuto scavare nel terreno marcio su cui anche i padrini hanno piantato le tende, imponendo la loro compagnia a molti fra i più bei nomi dell’imprenditoria meneghina.

   Ancora oggi, però, può capitare di sentire un uomo dabbene come l’ultimo sindaco di Milano, Giampiero Borghini, che ripete il consueto ritornello: qui la mafia non esiste. La Duomo connection e le indagini antimafia che ad essa sono seguite hanno cambiato probabilmente la coscienza  della gente. Non quella di un’élite politica che si riproduce come per clonazione e riproduce così la sua cecità.

   Cosa Nostra? Balle. Favole. O, nel peggiore dei casi, millanterie. Perché una costante emerge ormai dalle tante indagini degli ultimi vent’anni: l’aria fresca ed effervescente della metropoli  deve fare malissimo agli uomini d’onore  che, omertosi fino al mutismo a casa loro, appena arrivati al nord cominciano a parlare a vanvera di conoscenze ed entrature tra i potenti della politica e della finanza. Dev’essere una specie di delirio che li costringe a descrivere come amici  dei personaggi che, naturalmente, hanno visto al massimo in televisione o sulla copertina di qualche giornale. “Millanterie” è così diventata la parola più in voga nei salotti buoni del rito ambrosiano, scossi di tanto in tanto da qualche verbale alla nitroglicerina. E millanterie devono restare, ci mancherebbe, queste fanfaronate di mafiosi che si trasformano in “bauscia” al primo incontro con la nebbia.  Almeno fino a quando qualcuno non sarà riuscito, come capita a volte, a dimostrare il contrario: magari qualche giudice pazzo, disposto a giocarsi la carriera in cambio d’una briciola di verità.

Dal  Capitolo quattordicesimo

 Sinfonia palermitana

 Chi tocca l’inchiesta, salta. Ha uno strano epilogo la Duomo connection., un epilogo velenoso e polemico. Come per una maledizione collettiva, tutti i protagonisti di questa storia vedranno la loro vita cambiare nel giro di pochi mesi. Il prefetto Caruso, “promosso” a Roma, fa solo da apripista in una diabolica serie di coincidenze. Il gruppo del capitano De Caprio, che dopo l’indagine su Carollo e soci aveva chiuso con successo anche il lavoro sul clan Fidanzati, viene allontanato da Milano. Inutile l’ultima invocazione di Ilda Boccassini, nel giorno della commemorazione di Falcone, davanti al procuratore generale Catelani: “I carabinieri che hanno lavorato con me e Giovanni sono stati sbaragliati, saranno trasferiti a Roma. Aiutatemi a impedirlo”.  Formalmente, non c’è nulla da eccepire, ci mancherebbe: gli uomini di De Caprio fanno capo ai Ros, il raggruppamento per le operazioni speciali che ha la sua base nella capitale. Dunque, che c’è di strano se una dozzina di matti disposti a seguire come ombre i mafiosi ventiquattro ore al giorno vengono strappati dalla realtà che ormai conoscono? Che c’è di strano se De Caprio, che ormai ha imparato a menadito meccanismi e segreti dei padrini al nord, viene spedito in tutta fretta a Palermo per qualche mese e chissà dove per gli anni che verranno? Che importa se bisogna creare un nuovo gruppo, una nuova struttura? Cosa conta se per fare questo occorreranno  altri mesi, forse altri anni e se così facendo sarà smarrito un patrimonio di notizie e di conoscenze su Cosa Nostra a Milano? Inezie.

  Come un’inezia, una faccenda di routine, può apparire il trasferimento dell’ufficiale che aveva comandato il nucleo operativo durante l’inchiesta su Carollo e compagni…………

Ma è proprio Ilda Boccassini ad avere il destino più singolare. Il 27 settembre 1991, nel bel mezzo del dibattimento sulla Duomo connection, mentre sul processo si stanno concentrando gli attacchi politici e trasversali più pesanti, mentre un gruppo di avvocati dei narcotrafficanti tenta con un esposto vago e improbabile di screditarla, la Boccassini viene cacciata dal pool antimafia per disposizione del procuratore Saverio Borrelli…

…..Motivo reale: uno scontro ormai non più ricomponibile con il pubblico ministero più anziano e autorevole del pool, Armando Spataro, famoso per le inchieste antiterrorismo a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta…

 

 

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