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LIBRI
OLTRE LA CUPOLA Massoneria
mafia politica Di Francesco Forgione e Paolo Mondani (1994) Rizzoli Dalla
prefazione di
Stefano Rodotà
Centrata
sull’opera di
un magistrato,
Agostino Cordova,
la ricostruzione
di Forgione e
Mondani non si
chiude nel
cerchio
giudiziario ma
ci introduce
nella più larga
dimensione
dell’agire
complessivo
delle
istituzioni e
del modo in cui
esse si
intrecciano con
la società.
Il libro
è il racconto
delle vicende
d’una regione,
la Calabria, e
del modo in cui
venne perduta
dallo Stato.
Meglio: di come
lì lo Stato
abbia cambiato
natura, si sia
ritirato,
lasciando
emergere un modo
d’organizzazione
dell’insieme
dei poteri
pubblici che
perdeva
progressivamente
i caratteri
della
legalità e ad
essa sostituiva
una
normalità
modellata,
invece,
sull’accettazione
di comportamenti
illegali
divenuti la
norma fondante
della società.
Per questa via
il libro diviene
la descrizione
della sparizione
dei confini tra
Stato e
Antistato, tra
diritto e
crimine. Di più:
lo Stato perde i
caratteri che
dovrebbero
caratterizzarlo
e, quasi per una
forma mimetica
ormai obbligata,
assume quelli
dei suoi
antagonisti, di
quelli che
dovrebbe
avversare. Si
perde via via la
possibilità di
individuare
l’Antistato
perché è lo
Stato ad essersi
dissolto.
A nome di
chi parlano,
allora, i mille
amministratori
locali, i
questori e i
carabinieri, i
direttori delle
banche, gli
imprenditori
pubblici e
privati? E quale
mai dovrebbe
essere il loro
linguaggio nel
momento in cui
lo Stato
riconosce
ufficialmente
il
“costo”
della mafia
facendo crescere
del 15 per cento
i prezzi a base
d’asta nelle
zone mafiose,
per consentire
agli
imprenditori di
pagare la
tangente? La
mafia, ormai, è
solo un problema
di contabilità,
non di ordine
pubblico, non di
civiltà, non di
libertà
personale.
Sappiamo
che questa
diverrà regola
ben oltre le
zone di mafia,
lontano dalla
Calabria, quando
la tangente si
impadronirà
ovunque della
vita economica,
e si trasformerà
in connotato
della fase
terminale di un
regime. Ma in
Calabria, e
nelle altre
disgraziate
regioni dove,
con un
riconoscimento
tardivo, le
autorità
pubbliche
ammetteranno che
il controllo del
territorio è
passato alle
organizzazioni
criminali, tutto
questo si
accompagna ad
una ritualità
pubblica, ad una
ufficialità
celebrata.
Quando Francesco
Macrì,
“Ciccio
Mazzetta”,
parla alla folla
dal suo balcone
nella piazza di
Taurianova,
l’unione
personale
tra funzioni
pubbliche,
attività
privata e
connessioni
criminali è
formalmente
sancita. Il
potere reale,
uno e trino,
politico,
economico,
mafioso, non è
più occulto, ha
conquistato una
sua
intimidatoria
trasparenza.
Molti,
troppi, hanno
lavorato perché
questo
avvenisse.
Quando Cordova
chiede ai
sindaci della
piana di Gioia
Tauro
se
fossero a
conoscenza di
presenze mafiose
nei loro comuni,
due soli tra
essi, Arturo
Zito De
Leonardis e
Girolamo
Tripodi,
rispondono
affermativamente.
Tra i
“carabinieri”
vi sono tanti
casi di
“immersione”
nelle logiche
locali che la
loro azione
resta
paralizzata, o
addirittura si
trasforma in
sabotaggio.
Nelle banche
l’appartenenza
mafiosa prende
il posto delle
ordinarie
garanzie per la
concessione di
un prestito.
Grandi
imprenditori
pubblici e
privati
costruiscono
mercati
paralleli, dove
l’altro
contraente è
l’organizzazione
mafiosa. ……. Man
mano che le
indagini
procedono la
vicenda qui
narrata perde
molte delle sue
specificità
locali. Sul
palcoscenico
calabrese si
materializzano
presenze note,
che hanno
accompagnato
miserie e
misteri
d’Italia e che
da tempo, almeno
per chi non
rifiutava di
vedere, avevano
svelato la
natura vera di
tanta parte dei
pubblici poteri:
Gelli, Pecorelli….Al
di là delle
persone,
ritornano
intrecci già
noti, ma non per
questo meno
inquietanti,
come quelli tra
massoneria,
ambienti
finanziari,
apparati di
Stato. Intrecci
che, come ognuno
sa, attendono
ancora
d’essere
chiariti: anzi
vi è chi
ferocemente si
adopera perché
il chiarimento
non venga mai. Dalla
Postfazione di
Agostino Cordova E
che dire poi
delle indagini
sulla massoneria
deviata, avviate
dalla Procura di
Palmi,
costellata da
una serie di
contrattempi,
che non credo
siano mai
avvenuti in
altri
procedimenti:
dal divieto di
utilizzare
uffici
provvisori a
Roma (si tenga
presente che i
locali erano già
stati reperiti
sia dalla
Polizia che dai
Carabinieri)
dove si trovava
la sterminata
mole di atti
sequestrati,
fatto che ha
cagionato oltre
tre mesi di
ritardo durante
la fase iniziale
delle
investigazioni,
precludendo
l’immediato
sviluppo del
materiale
acquisito; alla
soppressione
della Procura
Circondariale di
Palmi, che già
avrebbe dovuto
essere istituita
fin
dall’ottobre
del 199,
determinando
l’utilizzo di
soli tre, dei
sei magistrati
applicati dal
Csm, e tante
altre difficoltà
operative.
Eppure i
risultati
conseguiti, pur
tra tante
difficoltà,
avevano
consentito di
riferire alla
Commissione
parlamentare
antimafia che la
massoneria
deviata è il
tessuto
connettivo della
gestione del
potere, e ciò
sia per la
natura
che per
il numero delle
attività
illecite e degli
interessi
accertati, sia
per la qualità
e il numero dei
personaggi
coinvolti, tutti
occupanti
appunto posti di
potere , e
costituenti un
enorme partito
trasversale
ramificato non
solo in tutto il
territorio
nazionale, ma
collegato con
corrispondenti o
analoghe
organizzazioni
in tutto il
mondo.
Situazione tanto
più
preoccupante
quanto, per
l’attuale
crisi delle
istituzioni e
dei partiti, la
massoneria
deviata occuperà,
ed occultamente,
anche gli spazi
lasciati liberi
da essi.
In
conclusione,
come ho
ripetutamente
affermato in
ogni occasione,
ritengo che la
società
italiana sia
nelle mani di
inesplorati
gruppi occulti
di potere e di
altre
consociazioni e
congregazioni e
che solo di
tanto in tanto,
e unicamente in
occasione di
vicende
eclatanti, se ne
renda conto. Per
dimenticarsene
immediatamente
dopo, spesso
perché
l’attenzione
è subito
distolta o
sviata da altre
vicende: come
abitualmente
avviene nel
nostro Paese, in
cui la memoria
è corta e non
si va oltre
l’episodio
contingente.
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