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PERCHE’ FU UCCISO GIOVANNI FALCONE

Di Luca Tescaroli (2000)

Rubbettino Editore

 

- Seconda di  copertina -

 

Il volume mira a delineare il movente della strage di Capaci e della più ampia strategia criminale in cui la stessa si è inserita, correlativamente all’evolversi del contesto politico-istituzionale di quel periodo e ben sintetizza la voluminosa requisitoria scritta del processo di appello, esposta oralmente nelle sue linee essenziali nel corso delle udienze del 26-28 gennaio e del 2 febbraio 2000 dal dottor Luca Tescaroli ,che ha sostenuto l’accusa nel corso del giudizio di primo grado e  quale rappresentante del Procuratore Generale di Caltanissetta, insieme alla collega Vincenza Sabatino.

   Quando il 23 maggio 1992 sembrò che nell’apocalisse della strage di Capaci dovesse sprofondare per sempre la speranza degli italiani onesti, pochi immaginarono la possibilità di cominciare a fare giustizia in un breve volgere di tempo. Dopo appena otto anni, in un paese dove le stragi rimangono quasi sempre un mistero, il processo di appello nei confronti dei quaranta responsabili dell’esecrando crimine volge al termine, così dimostrando l’effimera convinzione dell’invincibilità  di “Cosa Nostra”.

   L’opera consente di individuare la portata e, al contempo, la pericolosità della strategia criminale che detto sodalizio ha concepito  anche grazie a complicità occulte  in settori deviati e corrotti delle Istituzioni e del mondo politico-economico-finanziario. Un programma destabilizzante, divisato sul finire del 1991 e attuato nel biennio 1992-1993 che ha prodotto un profondo condizionamento della vita democratica del Paese. Le finalità dell’azione terroristico-eversiva erano rappresentate da un progetto di aggressione nei confronti dello Stato, promosso e pianificato dai vertici  dell’organizzazione “Cosa Nostra” al fine di incidere sugli assetti di potere esistenti e di creare le premesse per la formazione di nuovi aggregati politici correlativamente all’evolversi della vita istituzionale del Paese, in un intreccio di rapporti tra rappresentanti dello Stato e i vertici di “Cosa Nostra”, volto ad individuare nuovi referenti politici capaci di assicurare benefici e di intervenire sulla legislazione vigente di contrasto al crimine organizzato. Obiettivo divisato per la prima volta da “Cosa Nostra”, che in passato aveva prescelto strategie selettive nei confronti dei suoi avversari e che si è potuto conoscere in virtù soprattutto dell’insostituibile apporto dei collaboratori di giustizia.

 Dal capitolo IV

 …….

Giovanni Brusca dichiarava di essere venuto a conoscenza, nel periodo compreso tra la strage del 23 maggio e quella del 19 luglio 1992,  dell’esistenza di una trattativa condotta da Salvatore Riina per ottenere benefici in tema di revisione dei processi, di sequestri di beni, di collaboratori di giustizia, ecc..: un’occasione relazionale propiziata dall’esterno, non ricercata da Riina, da questi sfruttata tanto che, dopo la strage di via Mariano D’Amelio, per  agevolarne la ripresa e la definizione, richiedeva la definizione di un ulteriore attentato nei confronti di un rappresentante delle Istituzioni che veniva individuato nel dottor Pietro Grasso.

In proposito ha così articolato il suo racconto.

Una volta eliminato l’onorevole Lima si “andavano a cercare i nuovi contatti”. Un canale era costituito dall’impresa Reale…..

Riina gli riferiva che aveva predisposto per questi interlocutori una serie di richieste “gli ho fatto un papello tanto: revisione del maxiprocesso al fine di far annullare gli ergastoli e demolire il “teorema Buscetta”; neutralizzazione dei sequestri dei beni; estendere l’applicazione dei benefici della legge Gozzini ai reati di cui all’articolo 416 bis; abrogare l’ergastolo; ottenimento degli arresti ospedalieri e domiciliari; far riaprire il processo nei confronti dei Marchese con riferimento all’omicidio di Vincenzo Puccio.

………

Anche Cancemi riferisce, nella sostanza,  della medesima trattativa di papello di cui ha narrato il Brusca.

 

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