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LIBRI
I MISTERI DELL’ADDAURA …
ma
fu solo Cosa
Nostra? Di Luca Tescaroli (2001) Rubettino
Editore Dalla
prefazione di
Nando Dalla
Chiesa La
calunnia, la
convergenza di
interessi, le
menti
raffinatissime.
La vicenda del
fallito
attentato
dell’Addaura a
Giovanni Falcone
del giugno
dell’89 è una
tappa cruciale
nella lunga
storia dello
scontro tra
mafia e
antimafia.
Chiunque abbia
vissuto con
partecipazione,
anche solo da
osservatore, la
storia di questo
scontro sa che
cosa ha voluto
dire e che
effetti ha avuto
quel progetto di
attentato. E
ricorda bene
immagini e
sensazioni. La
borsa e la muta
da sub rinvenute
sul piccolo
spazio
antistante
la villa
al mare
affittata giusto
quell’anno per
la prima volta
dal magistrato
simbolo della
lotta alla
mafia, con la
carica di
esplosivo
sistemata nella
borsa. Gli
interrogativi
sgomenti e
smarriti sulla
reale entità
del progetto. Se
finalizzato a
uccidere o a
intimidire. Se
volto a colpire
Giovanni Falcone
e, per
conseguenza,
i suoi ospiti;
oppure volto a
colpire, con
Giovanni
Falcone, i suoi
ospiti, la
magistrata Carla
Del Ponte e il
commissario
Gioia impegnati
in Svizzera
nella lotta al
riciclaggio dei
capitali
mafiosi. Ricorda
ancora, il
lettore
partecipe, gli
interrogativi
sui reali
ispiratori di
quell’attentato:
se la mafia o
entità
collocate dentro
gli organi dello
Stato; e sulla
natura, sul
ruolo –
istituzionale o
non -
di chi
informò gli
esecutori del
progetto circa i
movimenti e i
programmi del
giudice nel
giorno in cui il
piano assassino
doveva essere
realizzato. E
ricorda infine,
perché non
dirlo?, anche le
battute velenose
che presero a
circolare come
un tam tam in
certi ambienti,
anche
dell’antimafia,
sulla credibilità
del pericolo
corso da
Falcone,
accusato con
sadica ironia di
aver inscenato
un falso
attentato: per
sostenere o
meglio
legittimare le
sue aspirazioni
di carriera
oppure per
riaccreditarsi
come eroe della
lotta alla mafia
dopo avere già
buttato la
spugna
sull’altare
delle proprie
ambizioni.
Come
dimenticare
tutto questo?
Come dimenticare
quel capitolo
orribile di un
romanzo che non
sarebbe stato
purtroppo a
lieto fine? Il
libro di Luca
Tescaroli ha
questo grande
merito: di farci
tornare a quel
tempo che fu
misterioso e
avvelenato come
pochi altri. Ci
riporta a quel
momento e al suo
lungo,
tormentato
contesto, con lo
stile narrativo
del processo,
diventato in
Italia documento
di storia civile
e politica come
in poche altre
epoche e in
pochi altri
paesi. Un
processo
imbastito sul
lavoro svolto in
trincea dallo
stesso autore,
giovane
magistrato
giunto in
Sicilia dal nord
negli anni delle
stragi, esempio
di come il Paese
abbia saputo
avvicendare
energie di
generazioni
diverse nel
proprio improbo
impegno sul
fronte della
legalità.
Esempio, anche,
di come le
minoranze
morali, benché
minoranze, siano
però
inesauribili nel
riprodurre lealtà
e forza nelle
istituzioni.
E’
toccato infatti
a Tescaroli di
indagare sulla
strage di Capaci
del 23 maggio
del ’92 nella
quale, tre anni
dopo l’Addaura,
Falcone venne
ucciso per
davvero e con
lui la moglie
Francesca e i
tre agenti di
scorta in uno
scenario di
audacia e di
ferocia
assassina
inimmaginabili.
E lui, il
giovane
magistrato, ha
indagato e
portato a
processo; e ha
fatto
condannare, in
primo e in
secondo grado. Questo
libro nasce
dunque dalle
inchieste intelligenti
e minuziose che
l’autore ha
condotto insieme
con altri
magistrati, tra
cui Ilda
Bocassini, dalla
rischiosa
postazione di
Caltanissetta:
dalla mole
immensa di dati,
materiali
documentali,
fili logici,
nomi e
genealogie
mafiose, tracce
di tradimenti e
collusioni che
egli ha
accumulato con
scrupolo
certosino ma
anche con
intuito da
detective di
lungo servizio.
Esattamente
come,
dallo stesso
materiale, era
nato l’altro
libro cugino, Perché fu
ucciso Giovanni
Falcone, che
proprio della
strage di Capaci
ha raccontato in
forme nuove e
sconvolgenti
risvegliando
l’attenzione
dell’opinione
pubblica più
avvertita.
Tescaroli
continua insomma
nella sua opera
di divulgazione;
con la giusta,
tenace volontà
di non
far ammuffire e
ingiallire nei
faldoni
giudiziari la
verità venuta a
galla attraverso
le indagini e il
dibattimento;
con l’intento
di trasferire
nella storia e
nelle conoscenze
dell’opinione
pubblica ciò
che altrimenti
rimarrebbe verità
sempre
controvertibile
dall’impudenza
dialettica di
questo o quel
protagonista
della cattiva
storia del
Paese. E in
questa opera di
divulgazione
egli mostra di
avere, per usare
la ormai celebre
espressioni di
Gherardo
Colombo, il
terribile
“vizio della
memoria”;
anzi, di volerne
contagiare un
pubblico
che
altrimenti
sarebbe portato
quasi sempre a
rimuovere, anche
senza sua colpa.
Il
lettore troverà
nel libro, e
soprattutto
nella sua prima
parte, tutti gli
elementi utili
per ricostruire
dal vivo la
vicenda senza
troppi filtri
interpretativi,
passando anzi
per le voci
dirette dei
testimoni,
accostate con
sistematicità
nei punti
cruciali della
narrazione. Ma
in questa sede
vale la pena
cercare di
portare
l’attenzione
di chi legge su
alcuni elementi
storici di
contesto che
servano a
comprendere la
straordinaria
complessità
della partita
che si
gioca prima e
dopo il fallito
attentato
dell’Addaura.
Occorre cioè
chiarire chi
fosse Giovanni
Falcone
nell’estate
del 1989, che
cosa egli
rappresentasse
davanti
all’Italia
illegale, quale
immenso grumo
culturale si
fosse formato
intorno e contro
la sua azione.
Il
1989 fu uno
degli anni del
ciclo basso
nella lotta alla
mafia. Ciclo
basso significa
che
nell’andamento
ciclico o “a
pendolo” con
cui si svolge
l’azione di
contrasto alla
mafia,
quell’anno
rientrava in un
periodo di
“stanca”,
ossia di
riluttanza e
fastidio
istituzionale
verso la lotta
alla criminalità
organizzata.
Allora, forse,
non era ancora
possibile
elaborare una
teoria dei
cicli. Fino alla
prima metà del
decennio
Ottanta,
infatti, lo
Stato non si era
mai seriamente
impegnato contro
l mafia. E non
aveva mutato
atteggiamento
nemmeno negli
anni in cui
quest’ultima
aveva
accresciuto in
progressione la
sua potenza
economica e
politica, gli
anni – cioè
– collocabili
nella seconda
metà del
decennio
Settanta. In
quel periodo
decisivo Cosa
Nostra poté
contare sulla
straordinaria
combinazione
favorevole di
tre elementi
nuovi: sul piano
economico la
grande forza che
le derivò
dall’ingresso
strategico sul
mercato
internazionale
della droga; sul
piano
istituzionale
l’ingresso
cruciale del suo
mondo di
riferimento
politico
nell’area di
influenza e di
consenso di
Giulio Andreotti,
avviato a
diventare il più
potente uomo
politico in
assoluto della
Repubblica; sul
piano
dell’opinione
pubblica lo
spostamento
totale delle
attenzioni e
delle
preoccupazioni
di partiti,
stampa e
cittadini sul
versante
impazzito del
terrorismo. Da
quel grappolo di
anni fino
all’82 lo
Stato restò
dunque inerte a
osservare gli
omicidi degli
uomini delle
istituzioni più
impegnati nella
difesa dei
principi della
legalità.
Ma
dopo
l’omicidio del
prefetto Dalla
Chiesa si aprì,
come ricorda
correttamente
Tescaroli, una
nuova stagione.
Fatta di
movimenti di
opinione
nazionali, di
nuove leggi, di
nuovi strumenti
di contrasto, di
disponibilità
di alcuni
mafiosi a
collaborare, di
processi. Tra
questi, il
maxiprocesso
istruito da
Falcone e
Borsellino. I
quali subirono
anche durante il
loro lavoro più
faticoso la
prima
controffensiva
in grande stile,
in particolare
da quando si
sommarono le
confessioni di
Buscetta e la
fine
dell’impunità
per i livelli
politico-finanziari,
da Ciancimino ai
Salvo. Spuntò
dunque la
polemica contro
la “cultura
del sospetto”
(il termine
venne coniato
nell’84 dal
presidente della
DC Flaminio
Piccoli), contro
il protagonismo
dei giudici,
contro la
cosiddetta via
giudiziaria al
socialismo e,
nell’87,
contro i
professionisti
dell’antimafia
(anche questo
termine coniato
fuori dalla
Sicilia, più
esattamente
nella redazione
del Corriere
della Sera).
Il
tenore
dell’intervento
statale fu però,
nella metà
degli anni
Ottanta,
sicuramente e
originalmente
apprezzabile.
Sicché vi
furono spinte e
controspinte,
sul cui gioco
pesarono
decisamente
l’emozione
pubblica per i
ricorrenti
omicidi, la
consapevolezza
nuova del
pericolo
maturata in
alcuni ambienti
politici e
istituzionali,
la nascita di
una nuova élite
di investigatori
nella
magistratura e
nelle forze
dell’ordine
dotata di alte
capacità
professionali e
di alto senso di
indipendenza.
Ebbene, come si
orientò in
questo gioco di
spinte e
controspinte il
potere politico
dell’epoca?
Tra alti e
bassi, esso puntò
alla fine su una
carta: garantire
lo svolgimento
del maxiprocesso
e gestire al
contempo una
complessa
operazione
culturale,
quella di
identificare
agli occhi
dell’opinione
pubblica (così
fece sicuramente
Bettino Craxi)
la celebrazione
del maxiprocesso
con la
definitiva
sconfitta della
mafia. E in
effetti, una
volta adempiuto
allo spiacevole
compito di
chiudere il
processo del
secolo con una
silza di
condanne,
iniziò
il ciclo basso.
Il pretesto fu
la campagna per
la cosiddetta
“giustizia
giusta”; la
quale, partita
anni prima della
vicenda Tortora,
fece montare nel
Paese una ondata
anti-giudici di
cui il
referendum
socialista sulla
responsabilità
civile dei
magistrati fu
una tappa
fondamentale. Da
lì
all’assalto
dei giudici
antimafia, ai
loro
“teoremi”,
ai pentiti, al
protagonismo dei
“nuovi
sceriffi”, il
passo fu breve.
Giovanni
Falcone, giudice
intellettuale
nel senso più
puro,
investigatore
dalle capacità
di visione e di
lavoro
straordinarie ,
divenne il
principale
obiettivo
dell’intreccio
tra potere
criminale e
potere politico.
Era spesso
riverito e
lodato in
pubblico dalle
stesse persone
che lo
lavoravano ai
fianchi
instancabilmente.
Considerato
all’estero un
simbolo positivo
delle
istituzioni
italiane,
veniva, dentro
quelle stesse
istituzioni,
vissuto con
inconfessabile
disagio. Fino
alla trappola
tesagli per
impedirgli di
prendere il
posto di capo
Ufficio
Istruzione di
Palermo. Una
trappola più
volte raccontata
con tutto il suo
corredo di
personaggi e
interpreti:
l’anziano e
permaloso
Antonino Meli
convinto a
candidarsi al
suo posto per
sfruttare il
vantaggio della
maggiore
anzianità di
servizio,
l’”amico”
magistrato
Vincenzo Geraci
– appellato
come Giuda da
Paolo Borsellino
dopo la strage
di Capaci –
impegnato a
tessere le fila
dell’operazione
dal Consiglio
superiore della
magistratura,
gli ideologi di
Magistratura
democratica
disposti (tranne
Giancarlo
Caselli) a
sacrificarlo
sull’altare
–tabù
dell’anzianità,
Andreotti e
Vitalone dietro
le quinte, e
alla fine, quasi
una vendetta per
il successo del
maxiprocesso, la
sconfitta
umiliante,
bruciante. Che
portò Ignazio
Salvo, il
finanziere della
corrente
andreottiana, a
commentare
soddisfatto –
come si ricorda
nel libro –
“siamo
riusciti a
delegittimarlo”.
Ma
sbaglierebbe chi
vedesse dietro
la lunga azione
di
delegittimazione
solo il perverso
intreccio tra
potere politico
e criminalità.
Perché contro
Falcone, a
formare il
grande, immenso
grumo culturale
di cui abbiamo
parlato,
operarono tutti,
ma proprio
tutti, i vizi e
le meschinità
più naturali.
Senza pietà,
senza riguardo
per il suo ruolo
e per i rischi a
cui questo lo
esponeva. Vi fu
l’invidia di
tanti suoi
colleghi, ad
esempio, che mal
sopportavano la
sua fama, il suo
prestigio,
conquistati con
un lavoro
massacrante, e
che perciò
parteciparono
ampiamente delle
campagne di
denigrazione e
di isolamento,
chi con perfidia
chi con
superficialità
conformista.
Oppure vi fu
(pagina, questa,
dolorosissima)
l’integralismo
di alcuni
settori del
movimento
antimafia che a
un certo punto,
invece di
cogliere i
difficilissimi
passaggi per i
quali doveva
inerpicarsi con
estrema prudenza
il giudice più
esposto,
ritennero di
includerlo
d’ufficio tra
i traditori,
aumentandone
incredibilmente
l’isolamento.
Vi
sono delle
frasi, riportate
nel libro ed
estratte da
alcune
testimonianze
chiave, che
rendono bene
l’idea del
contesto in cui
quel magistrato
candidato alla
morte dovette
agire, cercando
ogni volta in se
stesso e nella
propria lealtà
alle istituzioni
la forza e la
lucidità
necessarie a
continuare il
suo lavoro.
“Mi avete
crocifisso”,
disse a un
magistrato
amico; “Tu non
capisci che io
ormai sono un
cadavere
ambulante”,
disse alla
sorella Maria. E
altre frasi
ancora, tutte a
esprimere la
tremenda
consapevolezza
del proprio
destino e
l’infinita
amarezza per i
torti subiti nonostante
quel destino.
C’è
una storia
davveo
drammatica in
questo libro.
Tanti pensano
infatti, e con
molte ragioni
ovviamente, che
la parte più
drammatica
dell’esistenza
di Giovanni
Falcone sia
stata la sua
fine, con la
voragine immensa
sull’autostrada
che porta da
Punta Raisi a
Palermo, località
Capaci. Ma
a me pare, è
sempre parso,
che il peso più
grande
dell’ingiustizia
umana sia caduto
su Giovanni
Falcone negli
anni delle sue
eccezionali
prestazioni
professionali.
Perché il
dramma della
delegittimazione
di un uomo che
avrebbe dovuto
essere protetto
e rispettato
come pochissimi
fu spietato e
lungo, quasi
inverando un
interminabile
calvario laico.
Contro di lui si
mossero i
mafiosi e, tutta
intera, la palude
della società
italiana. I
primi odiandolo
a morte, di un
odio
inestirpabile.
La seconda
infastidita per
quell’implicito
richiamo ai
propri doveri
che veniva
dall’azione di
un magistrato il
quale tutto
sommato aveva,
su piano
generale, meno
doveri di un
ministro e tanto
meno di un
governo. Da qui,
dalla voglia e
dall’interesse
convergente a
colpirne il
prestigio, le
accuse del
“Corvo”, tra
cui soprattutto
quella di avere
“pilotato”
un assassino, il
pentito
Contorno; fatto
tornare in
Sicilia, si
diceva,
per
colpire i
corleonesi.
Accuse estese ad
altri
investigatori di
punta come
Gianni De
Gennaro e
Antonio
Manganelli e
alimentate, con
grande abilità
strategica,
attraverso le
fonti
informative più
credibili.
C’è
una storia
drammatica in
questo libro.
Perché la
specifica
vicenda di
Giovanni Falcone
si inserisce,
come vedrà il
lettore, in una
grande trama
nazionale di
misteri e di
alleanze oscure.
Il tritolo, la
sparizione dei
reperti che
potrebbero fare
avanzare le
indagini, le
testimonianze
mendaci,
l’ombra di
istituzioni
compromesse (il
caso Contrada),
episodi
inquietanti
(l’inusuale
incontro tra
l’Alto
commissario
antimafia
Domenico Sica e
il boss
Badalamenti
negli Stati
Uniti). Non per
nulla lo stesso
Falcone parlò
per
l’attentato
dell’Addaura
di “menti
raffinatissime”.
Che
evidentemente
non erano, nella
sua riflessione,
le menti di
Riina o dei
Madonia. Ma
erano menti
familiari alla
storia delle
stragi e dei
misteri: quelle
che si sono
puntualmente
ritrovate per
decenni nei
crocevia
sanguinosi della
storia
nazionale. Menti
che non devono
essere rimaste
estranee a
quanto successe
tre e quattro
anni
dopo: le
bombe di Capaci
e via D’Amelio
a Palermo, le
stragi in tutta
Italia. Menti
abituate a
gestire con
sapienza le
spinte e le
controspinte che
agitano la
volontà dei
governi. Così,
dopo Falcone e
Borsellino
sarebbe partito
un nuovo ciclo
alto
dell’impegno
dello Stato. Per
poi tornare,
alla fine del
secolo, con
singolare
puntualità, e
nonostante un
governo di
centrosinistra,
al nuovo ciclo
basso.
L’attentato
all’Addaura,
allora, serve a
capire molte
cose. Di noi,
dello Stato,
della mafia,
della
straordinaria e
sofferta vita di
un grande
magistrato, del
peso immenso
delle complicità
innocenti:
quelle che fanno
sì che, con
tanta gradevole
e nobile
naturalezza, la
lotta alla mafia
faccia
regolarmente uno
o due passi
indietro. Per
andare avanti
c’è sempre
tempo. |
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