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L’ALTRA MAFIA 

Biografia di Bernardo Provenzano

Di Ernesto Oliva e Salvo Palazzolo (2001)

Rubbettino Editore

 - Seconda di copertina-

 Bernardo Provenzano è un mistero che si rinnova dal 1963, da quando è scomparso da Corleone per diventare latitante. La sua biografia, raccolta per la prima volta in questo libro attraverso atti giudiziari e materiali inediti, è la cronaca di una terribile sottovalutazione: sino a pochi anni fa era ritenuto u viddanu, u tratturi, lui il braccio violento di Cosa Nostra e Salvatore Riina la mente;  dopo lo stragi Falcone e Borsellino si è scoperto che era invece il “ragioniere”, il “vero regista della politica palermitana”, l’amministratore di un’altra mafia, trasversale a quella ufficiale, su cui i pentiti – da Buscetta ai più recenti – hanno saputo svelare ben poco. Ma era tropo tardi: i dieci anni di vantaggio che Provenzano ha guadagnato sulla giustizia gli hanno già consentito di liquidare Riina con la sua strategia stragista e traghettare l’organizzazione – attraverso l’arte astuta della mediazione – nel Terzo Millennio, restituendole un volto rispettabile, da presentare nuovamente all’interno dei palazzi della politica.

 Dal Capitolo Nono   

 Passaggio di dogana

 Infine, ricercare un volto rispettabile. L’eco delle stragi Falcone e Borsellino, delle bombe di Roma, Milano e Firenze sembra essersi spento con le sentenze che hanno condannato esecutori e mandanti della mafia che fu di Salvatore Riina. E nessun altro fra i cosiddetti mandanti occulti.

   Anche Provenzano è stato chiamato in causa come corresponsabile della strategia stragista del ‘92-’93, ma lui e la sua Cosa nuova non si sono fatti trovare impreparati al Duemila.

Don Totò e il suo esercito di killer rappresentano ormai un ricordo lontano, i componenti della rinnovata Cupola della mafia siciliana si sono fatti forte di dorate latitanze e i loro nomi compaiono ancora troppo poco sui distratti mass media.

Salvatore Lo Piccolo, 58 anni, da Palermo, mandamento Tommaso Natale;

Antonino Giuffrè, 55 anni, da Caccamo;

Benedetto Spera, 66 anni, da Belmonte Mezzagno;

Salvatore Rinella, 46 anni, da Trabia;

Giuseppe Balsano, 55 anni, da Monreale;

Matteo Messina Denaro, 38 anni, da Castelvetrano;

Vincenzo Virga, 64 anni, da Trapani;

Andrea Mangiaracina, 38, da Mazara del Vallo.

Sono loro i protagonisti della transizione.

“Ci fu un summit segreto per riorganizzare le fila dell’organizzazione – ha accennato l’imprenditore Giusto Di Natale, che nel gennaio ’99 ha deciso di svelare alla Procura di Palermo i segreti di cui era venuto a conoscenza – i componenti della nuova Cupola potevano anche non avere ruoli specifici nei quartieri. Era necessario ricostruire un po’ le vecchie regole e le vecchie situazioni di gestione di Cosa Nostra in quanto negli ultimi periodi, dopo l’arresto di Bagarella (giugno 1995 – ndA) quasi tutte le famiglie facevano per conto loro. Cioè ognuno stava nel suo quartiere e i proventi che introitavano durante il mese se li gestivano per i fatti loro. Invece Provenzano voleva ricostruire la cassa comune per tutte le famiglie di Palermo e determinare regole abbastanza rigide. Una soprattutto: non si può più permettere a nessuno di uccidere se non c’è lo sta bene di quei quattro , cinque personaggi e soprattutto di Provenzano in persona”.

   Più che di una Cupola – hanno annotato i pm Domenico Gozzo, Gaetano Paci e Vittorio Teresi nell’ordine di arresto per il medico Antonino Cinà, ritenuto vicinissimo a don Bernardo – si tratta di un Senato, data l’età dei suoi componenti.

   Chi verrà dopo dovrà fare i conti con questa pesante eredità. Perché i “vecchi” di Cosa nostra hanno salvato l’organizzazione, restituendole non solo forza interna ma soprattutto un volto rispettabile. Da proporre di nuovo, come nei ruggenti anni Settanta e Ottanta, nei palazzi del potere. E la Procura di Palermo ritiene di averne già le prove. Ha mandato sotto processo un parlamentare di Forza Italia, Gaspare Giudice, accusandolo di troppe equivoche frequentazioni con uomini d’onore della famiglia mafiosa di Caccamo. Ha indicato in un ex esponente del Partito Comunista, Antonino Fontana, il prestanome di Simone Castello, l’imprenditore che faceva da “postino” delle lettere di Bernardo Provenzano. Ha fatto tesoro delle conversazioni fra Carlo Guttadauro, manager bagherese della primula rossa, e la moglie: durante i colloqui in carcere parlavano delle elezioni europee con tanta dimestichezza da chiamare con vezzeggiativi alcuni politici dell’Udeur amici. Ora “cioccolatino”, ora “quello con i sigari”.

   Molti non avrebbero disdegnato i buoni uffici di questi mafiosi, non più stragisti, ma – per necessità dei nuovi tempi – imprenditori e professionisti.

   La fase dell’emergenza, iniziata subito dopo la cattura di Totò Riina, il 15 settembre 1993, si è conclusa con l’arrivo del nuovo Millennio. Anche questo era nei progetti. Profetico si è rivelato il racconto di Luigi Ilardo, il confidente dei carabinieri che ha riferito in gran segreto di aver partecipato, il 31 ottobre del 1995, ad un ristretto ma qualificato congresso politico in cui Provenzano tracciò le sue linee d’azione. “E’ alto circa 1,69- 1,71, magro, aveva il volto scarnito e due fosse vicino alle tempie, era fortemente stempiato con capelli corti e brizzolati di colore castano tendenti al rosso. Indossava una maglietta polo sotto in maglione con il collo a V, pantaloni a coste grosse e un giaccone pesante”.

   Per otto ore, dentro un ovile nelle campagne di Mezzojuso, nel cuore della provincia di Palermo, prima arringò i convenuti –Ilardo e Lorenzo Vaccaro, al vertice della famiglia mafiosa di Caltanissetta e Salvatore Ferro, uomo d’onore – poi parlò con ognuno di loro singolarmente. “Si era convenuto – annotò così quella sera il colonnello Riccio le confidenze di Ilardo nella sua relazione – sulla volontà di non ricorrere per il momento a scontri armati con il gruppo facente capo a Giovanni Brusca, atteso che l’attuale situazione politica non era favorevole. All’uopo,  Provenzano riteneva che fra 5-7 anni l’organizzazione sarebbe riuscita a recuperare una sufficiente tranquillità per condurre i propri affari e migliorare la situazione economica ora precaria”.  

 

 

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