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Ottobre
1994 Il
vecchio
Antonio indica
una guacamaya
che attraversa
il cielo della
sera.
“Guarda”
dice. Io
guardo
l’ardente
raggio di
colori sullo
sfondo grigio
di una pioggia
in arrivo.
“Sembra
assurdo, tanti
colori per un
solo
uccello”
dico
raggiungendo
la cima della
collina. Il
vecchio
Antonio si
siede su un
piccolo pendio
libero dal
fango che ha
invaso la
strada
principale.
Riprende fiato
mentre si
arrotola un
sigaro nuovo.
Io mi accorgo,
pochi passi
dopo, che si
è fermato.
Torno indietro
e mi siedo
accanto a lui.
“Crede che
riusciremo ad
arrivare al
villaggio
prima che
piova?” gli
chiedo
accendendomi
la pipa. Il
vecchio
Antonio sembra
non ascoltare.
Adesso è uno
stormo di
tucani a
distrarre il
suo sguardo.
Nella sua mano
il sigaro
attende il
fuoco per
tracciare i
lenti disegni
del fumo. Si
schiarisce la
voce, accende
il sigaro e si
mette comodo,
come può, per
iniziare
lentamente… La
storia dei
colori La
guacamaya non
era così un
tempo. Quasi
non aveva
colore. Era
tutta grigia.
Le sue piume
erano mozze e
spesse, come
quelle di una
gallina
bagnata. Era
uno dei tanti
uccelli che
chissà come
erano venuti
al mondo,
perché gli dèi
non sapevano né
chi né come
avesse creato
gli uccelli.
Ed era fatto a
quel modo. Gli
dèi si
risvegliarono
dopo che la
notte aveva
detto al
giorno
“Adesso
basta”,
mentre gli
uomini e le
donne
dormivano o
facevano
l’amore, che
è un bel modo
di stancarsi
per poi
addormentarsi
ancora. Gli dèi
litigavano,
litigavano
sempre questi
dèi, che
erano davvero
litigiosi, non
come i primi,
i sette dèi
che avevano
creato il
mondo, i
primissimi.
Gli dèi
litigavano
perché il
mondo era
molto noioso,
con soltanto
due colori a
dipingerlo. E
gli dèi erano
in collera di
certo perché
solo due
colori si
alternavano
nel mondo: uno
era il nero
che emanava la
notte,
l’altro il
bianco che
percorreva il
giorno, ed il
terzo non era
un vero
colore, era il
grigio che
dipingeva le
sere e i
mattini per
ammorbidire
l’urto tra
il nero e il
bianco. Questi
dèi erano sì
litigiosi, ma
erano anche
saggi, e in
una riunione
decisero di
fare qualche
colore in più,
per rendere più
allegro il
cammino e i
momenti
d’amore
degli uomini e
delle donne
pipistrello. Uno
degli dèi si
mise a
camminare per
pensare meglio
il suo
pensiero, e
tanto pensava
che non guardò
la strada e
inciampò su
una pietra
molto grande,
sbatté la
testa e gli
uscì del
sangue. E il
dio, dopo
essersi
lamentato un
bel po’,
guardò il suo
sangue e si
accorse che
era di un
altro colore
rispetto agli
altri due che
c’erano, e
raggiunse di
corsa gli
altri per
mostrare loro
il nuovo
colore che
chiamarono
“rosso”,
il terzo che
era venuto al
mondo. In
seguito, un
altro dio era
alla ricerca
di un colore
con cui
dipingere la
speranza. Lo
trovò dopo un
bel po’ e
corse a
mostrarlo
nell’assemblea
a tutti gli
altri dèi,
che lo
chiamarono
“verde”, e
fu così il
quarto. Un
altro ancora
comincio a
grattare la
terra in
profondità.
“Che cosa
stai
facendo?”
gli chiesero
gli altri dèi.
“Cerco il
cuore della
terra”
rispose mentre
lanciava la
terra da tutte
le parti. Ben
presto trovò
il cuore della
terra, lo
mostrò agli
altri dèi ed
essi
chiamarono
“marrone”
questo quinto
colore. Un
altro dio andò
più in alto
che poté.
“Vado a
vedere di che
colore è il
mondo” disse
arrampicandosi
fino lassù in
cima. Quando
arrivò ben in
alto, guardò
in basso e
vide il colore
del mondo. Si
abbassò più
che poté,
inciampando
ogni poco, e
giunse al
luogo
dell’assemblea
degli dèi e
disse loro:
“Nei miei
occhi vi porto
il colore del
mondo” e
chiamarono
“azzurro”
il sesto
colore. Un
altro dio
cercava colori
quando sentì
ridere un
bambino, si
avvicinò
piano piano e,
approfittando
di un momento
di
distrazione,
rubò la
risata al
bambino e lo
lasciò in
lacrime. Per
questo i
bambini un
momento ridono
e il momento
dopo piangono.
Il dio si portò
via la risata
del bambino e
chiamarono
“giallo”
questo settimo
colore. A
questo punto
gli dèi erano
ormai stanchi,
andarono a
bersi dei
pozol e si
addormentarono
lasciando i
colori in una
scatolina. La
scatolina non
era chiusa
bene e i
colori
uscirono e
cominciarono a
giocare e a
fare
l’amore, e
così nacquero
nuovi e
differenti
colori. La
seiba
assistette a
tutto questo e
li riparò
perché la
pioggia non li
cancellasse, e
quando
ritornarono
gli dèi i
colori non
erano sette,
ma molti di più,
e così
guardarono la
seiba e
dissero: “Tu
hai partorito
i colori, ti
prenderai cura
del mondo e
dalla tua cima
lo
coloreremo”. Salirono
allora sulla
cima della
seiba e da lì
cominciarono a
lanciare giù
i colori a
caso:
l’azzurro si
fermò un
po’
nell’acqua e
un po’ nel
cielo, il
verde cadde in
terra, il
giallo-che era
la risata del
bambino-volò
in alto fino a
dipingere il
Sole, il rosso
entrò nella
bocca degli
uomini e degli
animali, che
lo
inghiottirono
e se la
colorarono di
rosso, mentre
il nero e il
bianco
esistevano già. Lanciandoli
senza neppure
guardare dove
andavano a
finire, gli dèi
fecero una
bella
confusione,
tanto che
alcuni colori
spruzzarono
anche gli
uomini, e per
questo ci sono
uomini di
diverso colore
e di diversa
opinione. Ma,
alla fine, gli
dèi si
stancarono e
se tornarono a
dormire.
Questi dèi,
che non erano
i primi, i
creatori del
mondo,
volevano
soltanto
dormire. E
allora, per
non
dimenticarsi
dei colori e
per evitare di
perderli,
cercarono un
altro modo per
metterli al
sicuro.
Stavano
pensando nel
loro cuore
come potevano
fare, quando
videro la
guacamaya,
l’acchiapparono
e cominciarono
a metterle
addosso tutti
i colori, e le
allungarono le
piume affinché
li contenesse
tutti. E fu
così che la
guacamaya
acquistò i
colori, e se
li porta
ancora in
giro, per
ricordare a
tutti gli
uomini e le
donne che sono
tanti i colori
e i pensieri,
e che il mondo
sarà felice
se tutti i
colori e tutti
i pensieri
avranno un
posto dove
stare. Subcomandante
Marcos Da
“Racconti
per una
solitudine
insonne”
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