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LA STORIA DEI SOGNI

                                                               

 Dicembre 1995

  

P.S. Che insegna a sognare o a lottare, che è lo stesso.

 

Il vecchio Antonio affilava il machete e fumava sulla porta della sua capanna. Io dormicchiavo accanto a lui, cullato dal canto dei grilli e dalla stanchezza. Come dieci anni prima e dieci anni dopo l’affilato fumo del vecchio Antonio, il cielo era un mare notturno, così grande che non se ne vedeva la fine o il principio. La Luna era apparsa pochi minuti prima. Una nube di luce indicava la cima di una collina, balcone di un’argentea civetteria, trampolino di un tuffo deciso, o forse piattaforma di un nuovo, timido volo. Un filo dorato ammiccò appena alla valle in attesa. Poi passò dall’oro all’argento, e di qui al madreperla. Con le vele gonfie e rammendate volò verso l’alto. La notte passò navigando. Di sotto attendevano il silenzio e la nostalgia.

Dicembre 1975, 1985, 1995. Sempre il mare che si apre all’oriente. Non pioveva, ma il freddo bagnava i vestiti e i sogni inquieti del dormiveglia della lenta asfissia. Con la coda dell’occhio, il vecchio Antonio confermò che era sveglio e mi chiese: “Che cosa hai sognato?”.

“Niente” gli risposi mentre cercavo la pipa e il tabacco nella cartucciera.

“Male. Sognando si sogna e si conosce. Sognando si sa” replicò il vecchio Antonio tornando alla lenta carezza della lima sulla lingua affilata del suo machete.

“Male? E perché?” chiesi accendendo la pipa.

Il vecchio Antonio interruppe la sua opera e, dopo aver provato la lama, lasciò il machete in un angolo.

Le sue mani e le sue labbra cominciarono un sigaro e una storia.

 

La storia dei sogni

 

“La storia che ti voglio raccontare non me l’ ha raccontata nessuno.

In realtà me la raccontò mio nonno, ma mi avvertì che l’avrei compresa solo se l’avessi sognata. Perciò ti racconto la storia che ho sognata e non quella raccontata da mio nonno.” Il vecchio Antonio si stira le gambe e si strofina le ginocchia stanche. Con una boccata di fumo offusca il riflesso della Luna sul foglio d’acciaio che riposa sulle sue gambe e continua: “In ogni solco che compare sulla pelle dei grandi vecchi si custodisce e si protegge la vita dei nostri dèi. E’ il tempo passato che giunge fino a noi. La ragione dei nostri antenati cammina nel tempo.

Nelle parole degli anziani più anziani parlano i grandi dèi, e noi stiamo ad ascoltare. Quando le nubi toccano terra, aggrappandosi appena con le loro manine alla cima dei monti, i primi dèi scendono a giocare con gli uomini e le donne e insegnano loro cose vere. I primi dèi non amano mostrarsi, hanno volto di nube notturna.

Sono i sogni che sogniamo per essere migliori.

I primi dèi ci parlano e ci insegnano nei sogni. L’uomo che non sa sognare rimane solo e nasconde la sua ignoranza nella paura. Affinché potessero parlare, conoscere e conoscersi, i primi dèi insegnarono agli uomini e alle donne di mais a sognare, e diedero loro dei nahual perché li accompagnassero nel cammino della vita.

I nahual degli uomini e delle donne veri sono il giaguaro, l’aquila e il coyote. Il giaguaro per combattere, l’aquila per dar volo ai sogni, il coyote per pensare e non cadere nell’inganno del potente.

Nel mondo dei primi dèi, i creatori del mondo, tutto è sogno. La Terra su cui viviamo e moriamo è il grande specchio del sogno in cui vivono gli dèi. I grandi dèi vivono tutti insieme e sono tutti uguali. Nessuno è più in alto o più in basso. A mettere disordine nel mondo è l’ingiustizia che si fa governo e mette pochi in alto e molti in basso. Non è così nel loro mondo. Il mondo vero, il grande specchio del sogno dei primi dèi, i creatori del mondo, è molto grande e tutti sono uguali. Non è come il mondo di adesso, che si restringe perché pochi possano stare in alto e molti in basso. Il mondo di adesso non è giusto, non riflette il mondo dei sogni in cui vivevano i primi dèi.

Per questo gli dèi regalarono agli uomini di mais uno specchio che si chiama dignità.

In esso gli uomini si vedono uguali e si ribellano se non sono uguali.

Così ebbe inizio la ribellione dei nostri antenati, gli stessi che oggi muoiono dentro di noi per permetterci di vivere.

Lo specchio della dignità serve a scacciare i demoni che distribuiscono l’oscurità. Visto allo specchio, il signore dell’oscurità si vede riflesso come il nulla che la compone. Come se fosse il nulla, in nulla si disfa di fronte allo specchio della dignità il signore dell’oscurità, che divide il mondo.

Gli dèi fissarono quattro punti su cui il mondo doveva poggiare. Non perché fosse stanco, ma perché gli uomini e le donne fossero alla stessa altezza, perché ci stessero tutti e nessuno si mettesse al di sopra degli altri. Gli dèi aggiunsero altri due punti, uno per volare e uno per stare sulla Terra. Un altro punto fissarono gli dèi, da cui gli uomini e le donne veri potessero partire per mettersi in cammino. Sette sono i punti che danno senso al mondo e lavoro agli uomini e alle donne veri: il davanti e il dietro, l’uno e l’altro lato, il sopra e il sotto e il settimo è la strada che sogniamo, la meta degli uomini e delle donne di mais, quelli veri.

Una Luna in ogni seno regalarono gli dèi alle future madri, perché nutrissero di sogni i nuovi uomini e le nuove donne, che possiedono la storia e la memoria.

Senza di loro, la morte e l’oblio hanno il sopravvento.

La Terra, la nostra grande madre, ha due seni, per insegnare a sognare agli uomini e alle donne. 

Imparando a sognare imparano a diventare grandi, a diventare degni, imparano a lottare.

Per questo quando gli uomini e le donne veri dicono “è ora di sognare” è come se dicessero “è ora di lottare”.

Il vecchio Antonio smise di parlare, e io mi addormentai.

Lassù, il seno della Luna versava latte sul cammino di Santiago.

L’alba regnava e tutto era ancora da fare, da sognare, da lottare

 El sub, che mette da parte  ricordi e un giardino

  Subcomandante Marcos

                          Da “Racconti per una solitudine insonne”

 

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