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3 febbraio 2006
la 3^ sezione del Tribunale di Palermo assolve il capitano
perchè "il fatto non costituisce reato". Con questa sentenza divenuta irrevocabile l' 11 luglio 2006, viene respinto l' agguato giornalistico-giudiziario amato da RIINA Salvatore e dai suoi alleati.
Sconfitto e sconfessato il P.M. Antonio Ingroia
quello che chiede al fiancheggiatore di Bernardo Provenzano, Aiello Michele, di ristrutturare l' abitazione del padre ed altre prestazioni varie.
TRIBUNALE DI PALERMO
SENTENZA
( artt. 544 e segg., 549 c.p.p. )
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale di Palermo - Sez. 3° penale - composta da:
Dott. Raimondo LOFORTI - Presidente
Dott. Sergio ZIINO - Giudice
Dott. Claudia ROSINI - Giudice Estensore
Alla pubblica udienza del 20/02/06 ha pronunziato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente
SENTENZA
Nei confronti di:
1) MORI MARIO n. a Postuni (TS) il 16/05/39 dom. c/o Direzione SISDE in Roma via Lanza 194.
Libero assente
Difeso di fiducia dall'avv. P. Milio e avv. F.Musco
2) DE CAPRIO Sergio nato a Montevarchi (AR) il 21/02/ 1961.
Libero assente
Difeso di fiducia dall'avv. F. A. Romito
I M PU T A T I
del reato p. e p. dagli arti. 110, 81 cpv., 378 c.p. e 7 d.l. 152/91 conv. in I. 203/91, per avere, in concorso fra loro e con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, aiutato - dopo la cattura di RIINA Salvatore - soggetti appartenenti all'associazione di tipo mafioso denominata Cosa Nostra, che avevano la disponibilità della casa di via Bernini n. 54, ove il RIINA aveva vissuto durante l'ultimo periodo di latitanza, ad eludere le investigazioni dell'Autorità, in particolare con le seguenti condotte:
a) dando false assicurazioni ai magistrati della Procura di Palermo, nell'immediatezza della cattura di RIINA, che la casa sarebbe rimasta sotto stretta osservazione, e così ottenendo dai magistrati una dilazione dell'esecuzione della perquisizione che stava per essere effettuata nella giornata dello stesso 15 gennaio 1993;
b) disponendo, invece, la cessazione del servizio di osservazione sul complesso immobiliare di via Bernini n. 54 nel pomeriggio dello stesso giorno 15 gennaio 1993, così disattivando da quel momento qualsiasi presidio di controllo visivo su quell'obiettivo;
c) omettendo di comunicare ai magistrati della Procura di Palermo l'avvenuta cessazione del servizio di osservazione;
d) ponendo, quindi, in essere un comportamento reiterato volto a rafforzare la convinzione che il servizio di osservazione fosse ancora in corso, così inducendo intenzionalmente in errore i predetti magistrati ed i colleghi Ufficiali dei Reparti Territoriali dei Carabinieri, ed agevolando pertanto gli uomini di Cosa Nostra che "svuotarono" poi il covo di ogni cosa di eventuale interesse investigativo.
Con l'aggravante di avere posto in essere tale condotta al line di agevolare l'attività dell'associazione mafiosa denominata "Cosa Nostra".
In Palermo il 15 gennaio 1993 e nei giorni immediatamente successivi.
Con l'intervento dei P.M. dott. Antonio Ingroia e Prestipino e con l'assistenza del dott.Mario Di Giovanni, cancelliere
Conclusioni del Pubblico Ministero
II PM conclude chiedendo in relazione al capo a) l'assoluzione perché il fatto non sussiste o perchè il fatto non costituisce reato ex art.530, II° co. c.p.p.. In relazione ai capi b) e c) della rubrica, chiede, considerata insussistente l'aggravante di cui al n. 7 D.L. 152/91, di non doversi procedere per estinzione del procedimento per intervenuta prescrizione.
Il PM chiede altresì ai sensi dell'art.523 cpp. combinato con l'art. 507 cpp., l'acquisizione al fascicolo del dibattimento, l'articolo di stampa del 16/01/93 a firma del giornalista Gianni Cipriani uscito sull'Unità.
Conclusioni della difesa
L'Avv. P. Milio difensore dell'imputato Mori, chiede l'assoluzione dell'imputato perché il fatto non sussiste.
L'Avv. Romito chiede l'assoluzione dell'imputato De Caprio perché il fatto non sussiste.
IN FATTO ED IN DIRITTO
Con decreto reso a seguito dell'udienza preliminare del 18.2.2005, il GUP presso il Tribunale di Palermo ha disposto il rinvio a giudizio degli imputati per rispondere del reato di favoreggiamento aggravato dalla finalità di agevolare l'associazione mafiosa denominata "cosa nostra", come da imputazione formulata coattivamente dal Pubblico Ministero in ottemperanza all'ordinanza resa dal GIP il 2.11.2004 che, a sua volta, aveva fatto seguito a ben due richieste di archiviazione, prima contro ignoti e poi contro noti, avanzate dall'ufficio requirente rispettivamente in data 8.4.2002 e 24.3.004.
Iniziato il dibattimento, con ordinanza del 9.5.05 sono stati ammessi tutti i mezzi di prova orale e documentale richiesti dalle parti, ad eccezione di un manoscritto asseritamente attribuito al dott. Aliquò, perché ritenuto, in quel momento, di provenienza ignota. Nelle successive udienze si e proceduto all'esame dei testi (Domenico Balsamo, Rosario Merenda, Marco Minicucci, Giuseppe Coldesina, Domenico Cagnazzo, Giorgio Cancellieri, Riccardo Ravera, Orazio Passante, Pinuccio Calvi, Antonio Subranni, Mauro Obinu, Salvatore Certa, Santo Caldareri, Attilio Bolzoni, Alessandra Ziniti, Giuseppe De Donno, Saverio Lodato, Luigi Patronaggio, Vittorio Aliquò, Giancarlo Caselli, Francesco Iacono, Roberto Ripollino, Paolo Mancuso, Ilda Boccassini) nonché dei collaboratori di giustizia (Giuseppe La Rosa, Santo Mario Di Matteo, Michelangelo Camarda, Baldassare Di Maggio, Antonino Giuffrè, Giusto Di Natale, Giovanni Brusca, Gioacchino La Barbera, Giusy Vitale, Raffaele Ganci) di cui alle liste del P.M. e dei difensori.
Nel corso del dibattimento (ud. del 19.12.2005), inoltre, l'imputato De Caprio ha consentito di sottoporsi all'esame richiesto dal P.M. e dalle difese, mentre il coimputato Mori ha reso dichiarazioni spontanee. All'esito dell'istruzione dibattimentale, indicati gli atti utilizzabili ai fini della decisione, il P.M. ed i difensori hanno rassegnato le conclusioni come in epigrafe.
In punto di fatto va preliminarmente osservato che la vicenda di cui al presente processo è quella relativa alla mancata perquisizione del cd. "covo" di Salvatore Riina, nell'immediatezza del suo arresto, avvenuto in data 15 gennaio 1993, e nei giorni successivi sino al 2.2.93, quando, finalmente individuata la villa ed eseguita l'irruzione, l'immobile venne trovato svuotato da ogni cosa, con i mobili accatastati e le pareti ritinteggiate.
La ricostruzione degli accadimenti fattuali che precedettero e seguirono la cattura del noto latitante, così come la loro collocazione nel tempo e successione cronologica, è avvenuta in termini sostanzialmente coincidenti ad opera di tutti i testi escussi, e pertanto rende opportuno, per una migliore intelligenza, procedere alla disamina dei fatti isolandoli secondo un metodo di scansione temporale.
L' ANTEFATTO Nell'anno 1992, dopo le note stragi di via Capaci e di via D'Amelio, si ritrovarono impegnati sul territorio siciliano, nel comune intento di portare avanti azioni investigative di contrasto alla mafia, da una parte, il Nucleo Operativo del reparto territoriale dell'Arma dei CC, articolato nei gruppi 1 e 2, rispettivamente comandati dal cap. Marco Minicucci e dal magg. Domenico Balsamo, dall'altra la prima delle quattro sezioni in cui era suddiviso il reparto criminalità organizzata del Raggruppamento Operativo Speciale (d'ora in poi denominato ROS), con a capo l'allora cap. Sergio De Caprio.
I compiti tra i due gruppi del Nucleo Operativo erano ripartiti in base ad un criterio di competenza territoriale: al primo spettavano le investigazioni da svolgere nell'ambito territoriale della città di Palermo, nonché dei centri urbani di Misilmeri e Bagheria: il secondo, avente sede a Monreale, era invece titolare delle indagini ricadenti nell'ambito del territorio della Provincia di Palermo.
Il ROS era articolato, per un verso, in un reparto criminalità organizzata, avente sede a Roma, a sua volta suddiviso in quattro sezioni e, per altro verso, nella hsezione anticrimine locale, con sede a Palermo, comandata, all'epoca dei fatti, dal cap. Giovanni Adinolfi.
Il reparto criminalità organizzata era strutturato, al suo interno, in base ad un criterio che individuava la competenza di ciascuna sezione con riferimento alla natura del fenomeno criminale oggetto delle investigazioni: alla prima sezione, diretta dal cap. De Caprio, erano demandate le indagini sull'organizzazione mafiosa denominata "cosa nostra"; alla seconda sezione, comandata dall'allora cap. Giuseppe De Donno, spettavano quelle sui circuiti imprenditoriali collegati ad organizzazioni di tipo "mafioso"; la terza e la quarta dovevano, invece, occuparsi, rispettivamente, di organizzazioni criminali di matrice non italiana e del traffico di stupefacenti.
Il comando del ROS fu assunto, negli anni 1990-1993, dal gen. Antonio Subranni; il vice comandante operativo era il col. Mori, mentre il magg. Mauro Obinu, a far data dal 1 settembre 1992, assunse la carica di comandante del reparto criminalità organizzata.
A luglio 1992, l'allora col. Domenico Cagnazzo (cfr. deposizione resa all'ad. 1.6.05), all'epoca vicecomandante operativo della Regione Sicilia, prese parte ad una riunione che si tenne presso la stazione dei carabinieri di Terrasini, cui parteciparono il comandante di quella stazione mar.llo Dino Lombardo, il superiore gerarchico di quest'ultimo, cap. Baudo, all'epoca comandante della stazione di Carini, il magg. Mauro Obinu (sentito all'ud. 29.6.05), in servizio al ROS, i capitani Sergio De Caprio e Giovanni Adinolfi. Lo scopo era quello di costituire una squadra, composta sia da elementi del ROS che della territoriale, che avrebbe dovuto occuparsi in via esclusiva delle indagini finalizzate alla cattura di Salvatore Riina.
Al mar.llo Lombardo, soggetto ben inserito nel territorio e profondo conoscitore della realtà mafiosa, in grado di disporre di utili canali confidenziali (tra questi, quel Salvatore Brugnano che, successivamente
all'arresto del Riina, sarà sospettato dal gotha mafioso - come ha riferito in dibattimento il collaboratore Brusca - di aver contribuito alla cattura del latitante), venne affidato l'incarico di attivare le sue fonti al fine di reperire notizie che potessero essere sviluppate dal ROS, con l'effettuazione delle necessarie e conseguenziali attività di indagine, in direzione della ricerca del boss corleonese.
A quella riunione ne fece seguito una seconda, in settembre, cui parteciparono i medesimi col. Cagnazzo, mar.llo Lombardo, magg. Obinu, cap. De Caprio ed il mar.llo Pinuccio Calvi, in servizio presso la prima sezione del ROS, nella quale il Lombardo indicò in Raffaele Ganci, a capo della famiglia mafiosa del quartiere denominato "Noce" di Palermo, e nei suoi figli le persone più vicine al Riina in quel momento, in quanto incaricate di proteggerne la latitanza.
Sulla scorta di queste informazioni, tra l'altro coincidenti con quelle già in possesso del cap. De Caprio circa il particolare legame che univa i Ganci al Riina, la prima sezione del ROS avviò, a fine settembre 1992, una complessa attività di indagine sul territorio.
A tal fine tutto il gruppo di lavoro, composto da 14/15 elementi, fu distaccato da Milano, ove era stato impegnato in altre attività di indagine, a Palermo per svolgere servizi di intercettazione, pedinamento, osservazione diretta e video ripresa sull' "obiettivo Ganci", localizzato in un cantiere edile sito in Palermo ed in un'abitazione in Monreale.
Il servizio di osservazione filmata fu attuato a mezzo di una telecamera, situata all'interno di un furgone posteggiato in prossimità dei predetti siti sottoposti a controllo.
II 7 ottobre 92 (cfr. relazione di servizio all. n. I della produzione documentale della difesa dell'imputato Mori, acquisita all'ud. 9.5.05) il ROS eseguì un servizio di pedinamento nei confronti di Domenico Ganci, figlio di Raffaele, il quale alle ore 17.05 venne osservato percorrere in auto via Lo Monaco Ciaccio Antonino in Palermo, via Uditore, v.le Regione Siciliana, il controviale in direzione motel Agip per fermarsi nei pressi del
bar Licata, sito all'angolo con via Bernini, in conversazione con un soggetto; alle ore 17.12 veniva visto risalire sulla propria auto e percorrere v.le Regione Siciliana, il controviale e via Giorgione, dove si dileguava facendo perdere le sue tracce, probabilmente accedendo ad un garage.
Nello stesso periodo di tempo, il gruppo 2 del Nucleo Operativo aveva avviato, su segnalazione proveniente dalle stazioni CC di Monreale e dì S. Giuseppe Iato, un proprio filone investigativo con lo scopo di ricercare sul territorio nazionale Baldassare Di Maggio.
Costui era un soggetto all'epoca incensurato e, sostanzialmente, sconosciuto alle forze dell'ordine, ma veniva indicato da una fonte confidenziale come persona di un certo rilievo per l'organizzazione criminale nel mandamento di S. Giuseppe Iato, che aveva svolto le funzioni di autista per Salvatore Riina e che si era dovuto allontanare dal territorio siciliano, andando a riparare nel nord Italia, a causa di un forte contrasto maturato all'interno del sodalizio criminale con Giovanni Brusca, tale da avergli fatto temere per la sua stessa incolumità.
Si veniva, pertanto, a profilare la potenziale importanza di questo personaggio, che in quanto al centro di un feroce dissidio interno alla compagine mafiosa, tale da costringerlo ad una precipitosa fuga in un territorio a sé totalmente estraneo, avrebbe potuto rappresentare una preziosa occasione per futuri spunti investigativi, anche e soprattutto nella direzione della cattura dello stesso Brusca. In effetti, il Di Maggio - come ha dichiarato in dibattimento, concordemente agli altri collaboratori di giustizia, trai quali La Rosa Giuseppe, Brusca Giovanni, Di Manco Mario Santo, Camarda Michelangelo, Giuffré Antonino, tutti escussi nel presente procedimento - aveva ricoperto negli anni 1985-1989, proprio su investitura del Riina, il ruolo di capo mandamento reggente di S. Giuseppe lato al posto di Bernardo Brusca, che era stato raggiunto da provvedimenti giudiziari restrittivi della libertà personale.
Negli ultimi anni '80, tuttavia, non godeva più della completa fiducia di Salvatore Riina e del noto latitante Bernardo Provenzano, a causa di contrasti legati alla gestione degli appalti in Sicilia che allora era affidata ad Angelo Siino, uomo assai vicino allo stesso Di Maggio, il cui ruolo cominciava però a divenire inviso ai due capomafia, che ne volevano ridimensionare il potere e l'ambito decisionale. Giovanni Brusca, d'altra parte, ormai tornato dal confine cui era stato costretto per vicende giudiziarie, aspirava, in quanto figlio di Bernardo, ad assumere il comando del mandamento, ragione per cui intraprese con il Di Maggio, sin dai 1990, una feroce lotta per la conquista del potere.
Questi fattori determinarono (cfr. deposizioni rese dai collaboratori di giustizia già citati) un progressivo ed irreversibile deterioramento dei rapporti tra l'organizzazione criminale ed il Di Maggio, tanto che quest'ultimo nel 1990/1991 decise di allontanarsi dalla Sicilia ed intraprese una serie di viaggi all'estero, continuando a mantenere, tuttavia, i contatti con il territorio, soprattutto a mezzo dell'amico Giuseppe La Rosa, che spesso incontrava in Toscana.,presso dei propri parenti che ivi risiedevano.
A marzo dell'anno 1992 fu mandato a chiamare dai Riina e partecipò ad una riunione con Raffaele Ganci e Giovanni Brusca, che si svolse vicino la clinica Villa Serena a Palermo, avente ad oggetto la risoluzione della questione relativa ai contrasti sorti tra i due esponenti mafiosi; in tale occasione, il Riina decise che il mandamento fosse governato dai Brusca. rispetto al quale il Di Maggio sarebbe dovuto restare in posizione subordinata.
Quest'ultimo realizzò di non avere più spazi e, dopo un tentativo di ottenere il permesso di soggiorno in Canada, decise di trasferirsi nel nord Italia, a Borgomanero, dove già risiedeva un suo vecchio conoscente di nome Salvatore Mangano. A Fine agosto 1992 Giuseppe La Rosa, nel corso di uno deI loro incontri in Toscana, gli confermò quanto gia aveva intuito nella riunione di Palermo, ovvero che l'associazione aveva deciso di sopprimerlo, prendendo a
pretesto la circostanza che avesse intrapreso una relazione sentimentale non consentita, in violazione dei suoi obblighi di "uomo d'onore".
Tuttavia "Balduccio", come veniva soprannominato dai suoi sodali, non si diede per vinto ed anzi, ha riferito il La Rosa, proprio perché ormai non vedeva altra via d'uscita maturò l'intenzione di eliminare Giovanni Brusca, proponendosi, a tal fine, di ottenere l'autorizzazione del Riina, ovvero. in caso contrario, di sbarazzarsi anche del boss corleonese, sfruttando i dissapori che nel frattempo erano sorti tra quest'ultimo e parte dell'organizzazione, che si riconosceva nel Provenzano, la quale aveva mal tollerato la strategia dell'attacco frontale allo Stato che il Riina aveva deciso di intraprendere, da molti ritenuta la causa dell'inasprimento del trattamento carcerario per gli affiliati ed un fattore di rischio per la continuità e la produttività degli affari del sodalizio.
Nel frattempo, il fronte delle iniziative portate avanti dall'Arma contro "cosa nostra" registrava, nel medesimo arco temporale, anche un altro intervento.
A Roma, all'indomani della strage di Capaci, il cap. Giuseppe De Donno aveva, difatti, chiesto a Massimo Ciancimino, che aveva conosciuto in occasione delle inchieste da lui stesso avviate sul padre Vito Calogero Ciancimino, di procurargli un incontro con quest'ultimo, al fine di avviare un colloquio che potesse fornire utili informazioni per le indagini in corso, nonché per la cattura dei latitanti Riina e Provenzano, e che potesse anche offrire una qualificata "chiave di lettura" sulle dinamiche interne a "cosa nostra" e sugli obiettivi che l'organizzazione intendeva perseguire con l'attacco allo Stato.
Questi tentativi di approccio furono in un primo tempo respinti dal Ciancimino, che poi invece, a fine luglio, dopo la strage di via D'Amelio, mutò opinione, acconsentendo ad incontrare il cap. De Donno.
Per ricostruire questa complessa e per molti versi, "prima facie", anomala vicenda è necessario richiamare il contesto nell'ambito del quale essa maturò: è evidente che gli assassini di Salvo Lima (il 12 marzo), dei
giudici Falcone (il 23 maggio) e Borsellino (il 19 luglio) ponevano lo Stato italiano, nelle persone dei rappresentanti delle sue istituzioni e dei responsabili del mantenimento della sicurezza e dell'ordine pubblico, di fronte alla gravissima emergenza costituita dalla volontà stragista inequivocabilmente manifestata da "cosa nostra'', e dunque di fronte alla necessita di reperire, con ogni iniziativa utile, informazioni od elementi capaci di decifrare ed auspicabilmente neutralizzare la strategia dell'organizzazione.
Vito Ciancimino, per il ruolo di "dominus" degli appalti che aveva rivestito ed all'epoca ancora in parte rivestiva, come accertato dallo stesso cap. De Donno titolare delle investigazioni sfociate nel cd. rapporto "mafia-appalti", costituiva senz'altro una cerniera con l'organizzazione e poteva fungere da canale privilegiato di collegamento con il gotha mafioso, sia per i sicuri contatti in suo possesso, che lo collocavano vicino al clan corleonese ma anche al Provenzano, sia perché, in attesa degli esiti definitivi di un procedimento a suo carico, versava in condizioni di particolare "fragilità psicologica" che potevano indurlo a rendersi disponibile ad una collaborazione, al fine di evitare il rischio di una nuova carcerazione (che invece di li a pochissimo, in piena "Trattativa", sarebbe giunta) che, dal punto di vista umano e per le sue condizioni di salute, non si sentiva più in grado di sopportare, essendo già stato duramente provato dall'esperienza del carcere subita con il primo arresto del 3 novembre 1984.
Il predetto De Donno ed il col. Mori erano ben consapevoli di questa superiorità psicologica ed agirono decisi a sfruttarla (v. dichiarazioni rese dallo stesso Mori nel verbale di ud. del 16.1.03 innanzi al tribunale di Milano, acquisite al giudizio il 9.5.05 e deposizione resa all'ud. del 11.7.05 dal cap. De Donno ).
I contatti - per come riferito in termini assolutamente coincidenti dal Ciancimino nel suo manoscritto "I carabinieri'', sequestrato il 17 febbraio 2005 nell'ambito di un procedimento avviato nei confronti del figlio Massimo ed acquisito in copia all'ud. del 9.5.05, e dai due ufficiali
coinvolti - si articolarono nei seguenti punti; al primo incontro con il cap. De Donno, Viro Ciancimino si dichiarò disponibile a collaborare ma richiese di parlare ad un "livello superiore": il cap. De Donno fece il nome del col. Mori e tutti e tre si incontrarono a Roma, in agosto 1992, nella casa del Ciancimino, il quale si disse pronto a cercare un contatto con l'associazione mafiosa per avviare un dialogo, chiedendo l'autorizzazione a spendere i loro nomi: una volta trovato questo interlocutore, che viene definito nel manoscritto "l'ambasciatore" (e che solo successivamente identificherà in Antonino Cinà, medico della famiglia Riina, legato anche al Provenzano), il Ciancimino gli rivelò i nomi dei due esponenti dell'Arma con cui era in contatto, ma avrebbe ottenuto una reazione di iniziale diffidenza, in quanto l'intermediario gli avrebbe risposto che i due ufficiali avrebbero dovuto prima pensare a risolvere le sue vicende giudiziarie; in un secondo momento, "l'ambasciatore" avrebbe invece superato tale diffidenza, decidendosi a ricontattarlo por rilasciargli una sorta di "delega" a trattare; il Ciancimino convocò allora il col. Mario Mori ed il cap. De Donno per un altro incontro nella sua casa di Roma a fine settembre 1992, nel quale finalmente precisare i termini di quell'inconsueto "negoziato", termini che tuttavia gli si rivelarono deludenti e tali da non consentire margini di trattativa.
Difatti, come testualmente annotato dal Ciancimino e confermato dai protagonisti in dibattimento, "i Carabinieri mi dissero di formulale questa proposta: consegnino alla giustizia alcuni latitanti grossi e noi garantiamo un buon trattamento alle famiglie", proposta che venne ritenuta totalmente inadeguata dal Ciancimino stesso e come tale neppure comunicata all' "ambasciatore", con il quale si voleva mantenere comunque aperto un canale di dialogo.
Per questo motivo, scriveva il Ciancimino nel proprio manoscritto, egli avrebbe riferito una proposta "bluff", secondo cui un noto esponente politico si sarebbe prestato a garantire la salvezza del circuito
imprenditoriale di interesse dell'organizzazione, minacciato da "tangentopoli", che però non avrebbe avuto alcun seguito.
A questo punto il Ciancimino - si legge negli appunti - avrebbe realizzato che non c'erano margini per alcuna trattativa, alla quale, tra l'altro, neppure "l'ambasciatore" aveva dimostrato vero interesse, per cui decise - come da sua annotazione testuale - di "passare il Rubicone", ovvero intraprendere una reale collaborazione con i carabinieri, proponendo di infiltrarsi nell'organizzazione per conto dello Stato, intenzione che esplicitò ai nominati Mori e De Donno nel corso di un successivo incontro avvenuto a dicembre 1992, chiedendo in cambio che i suoi processi "tutti inventati" si concludessero con esito a lui favorevole ed il rilascio del passaporto.
Nella medesima occasione, domandò - come si legge nel manoscritto e confermato dagli ufficiali - che gli fossero esibite le mappe di alcune zone della città di Palermo ed atti relativi ad utenze Amap, in quanto, essendo a suo dire a conoscenza di alcuni lavori che erano stati eseguiti anni addietro da persone vicine al Riina, avrebbe potuto fornire qualche elemento utile alla sua localizzazione.
Immediatamente dopo, il 19.12.92, il Ciancimino venne nuovamente tatto in arresto.
Parallelamente, tornando ad osservare quanto stava accadendo a Palermo nello stesso lasso temporale, il ROS, nella persona dell'imputato De Caprio e dei suoi uomini, dopo le riunioni di luglio e settembre 1992 a Terrasini, si trovava impegnato nelle attività di osservazione, controllo e pedinamento della famiglia
Ganci.
Il Nucleo Operativo, invece, aveva avviato le indagini dirette a localizzare, grazie alle notizie fornite da fonti confidenziali, il Di Maggio che, come detto, si era rifugiato in Piemonte.
Quest'ultimo, come già accennato, era intento ad orchestrare un suo piano di azione per la ripresa del potere in quello che considerava ancora il suo mandamento (il territorio di S. Giuseppe Iato) e nel perseguimento di questo obiettivo aveva deciso di uccidere Giovanni Brusca come dichiarato
- e poi negato nel corso della sua deposizione nel presente dibattimento - in data 9.1.93 ai carabinieri che lo trarranno in arresto.
Una volta eliminato il rivale, e se del caso anche lo stesso Riina contava infatti di tornare ad essere l'unico possibile punto di riferimento in quel territorio, nel quale non aveva mai interrotto i rapporti e dove conservava stabili posizioni di potere.
In proposito, Giuseppe La Rosa ha riferito che ai primi di dicembre 1992 il Di Maggio lo incaricò di scoprire dove potesse trascorrere la latitanza il Riina ed a tal fine gli suggerì di osservare gli spostamenti di Vincenzo Di Marco, che ne accompagnava i figli a scuola, di "Faluzzo" Ganci che aveva delle macellerie nel quartiere "Noce" di Palermo e di Salvatore Biondolillo, che provvedevano ai suoi spostamenti ed alle sue necessità.
In una occasione vide Franco Spina, che già conosceva anche come il titolare del negozio "Amici in tavola" assieme a Stefano Ganci (figlio del "Faluzzo"), incontrarsi proprio con il Biondolillo di fronte al motel Agip, su v.le Regione Siciliana: il Biondolillo sparì per circa due ore con un carico di buste per la spesa, cosa che lo fece sospettare sul fatto che quella spesa fosse destinata proprio al Riina ed a questi fosse stata consegnata nella zona.
Il La Rosa riferì l'episodio al Di Maggio durante un incontro in Toscana, avvenuto prima del Natale 1992, il quale gli disse che di lì a poco sarebbe sceso in Sicilia ed "avrebbe fatto ciò che doveva".
I carabinieri di Monreale, appartenenti al gruppo 2 del Nucleo Operativo, erano frattanto riusciti ad individuare il Di Maggio in Borgomanero, provincia di Novara, ove intratteneva contatti con un proprio compaesano che vi si era trasferito da diversi anni, Natale Mangano, titolare di un'officina meccanica, le cui utenze telefoniche vennero immediatamente sottoposte ad intercettazione (v. deposizione resa dal ten. col. Domenico Balsamo all'ud. del 16.5. 05).
L'8.1.1993 i militari captarono una conversazione che li indusse a sospettare fosse in atto un traffico di stupefacenti, per cui richiesero ai
colleghi di Novara di intervenire con una perquisizione di loro iniziativa nei locali.
A seguito di tale perquisizione venne rinvenuto e tratto in arresto, perché colto in possesso di un giubbotto antiproiettile e di armi, il Di Maggio che, come riferito dal teste col. Balsamo, nonostante il suo stato di incensuratezza e l'accusa non particolarmente grave elevata a suo carico, limitata alla detenzione di armi, cominciò subito a comportarsi in modo anomalo, manifestando grande agitazione e forte paura.
Portato in caserma, cominciò a riferire agli operanti che temeva per la sua vita e che avrebbe potuto fornire informazioni preziose per le investigazioni in Sicilia, soprattutto in merito a Salvatore Riina.
Queste circostanze, subito comunicate dal personale locale ai colleghi dei Nucleo Operativo di Palermo, confermarono a questi ultimi la veridicità delle notizie apprese in via confidenziale circa l'effettiva esistenza di una grave frattura consumatasi all'interno di "cosa nostra", che aveva indotto il Di Maggio a lasciare il territorio isolano, ed indussero l'autorità giudiziaria ad inviare subito a Novara personale dell'Arma per sentire cosa avesse da riferire il prevenuto.
La sera stessa di quell'8.1.93 (alle ore 24 circa), l'allora magg. Domenico Balsamo, comandante del gruppo 2 del Nucleo Operativo, ed il proprio collaboratore mar.llo Rosario Merenda giunsero nella caserma ove era trattenuto il Di Maggio, il quale, come appresero dai colleghi della stazione, aveva già iniziato a dialogare con il comandante CC della Regione Piemonte, gen. Francesco Delfino.
L'istruzione dibattimentale ha consentito di accertare, tramite la deposizione dello stesso Di Maggio resa all'udienza del 21.10.05 e l'acquisizione (ud. 9.5.05) del verbale delle dichiarazioni rilasciate da Francesco Delfino in data 21.2.97 innanzi alla Corte d'Assise di Caltanissetta, i motivi per i quali avvenne questo colloquio, apparentemente anomalo perché riguardante un soggetto all'epoca sconosciuto alle autorità
investigative ed il generale che comandava l'Arma territoriale a livello locale.
Al riguardo d emerso che:
- fu il Di Maggio a chiedere, appena giunto in caserma a Novara, di poter parlare con la persona più alta in grado, aggiungendo che aveva informazioni da riferire su latitanti di mafia ed in particolare su Salvatore Riina:
- il Di Maggio non conosceva il gen. Francesco Delfino e viceversa:
il gen. Delfinio assunse il comando delle Regioni Piemonte e Valle D'Aosta il 6.9.1992:
- precedentemente egli aveva prestato servizio proprio in Sicilia, ove, in data 28 o 29 giugno 1989, quale vice comandante della regione Palermo, aveva diretto un'operazione nel territorio di San Giuseppe Iato, contrada Ginestra.
Tale ultima attività aveva avuto lo scopo di localizzare e perquisire una grande e lussuosa villa in costruzione, che fonte confidenziale aveva indicato come di titolarità proprio di tale Baldassare Di Maggio, il quale svolgeva mansioni di autista per il Riina e che proprio in quella villa poteva dare ospitalità al latitante.
La perquisizione aveva dato esito negativo, i quanto non vi era stato rinvenuto nessuno dei sopra nominati soggetti né alcun elemento di riscontro alle informazioni ricevute dal confidente, tanto che al Di Maggio furono in seguito notificati solo verbali di accertamento di violazioni di tipo edilizio.
Il gen. Delfino (cfr. verbale del 21. 2.97), all'atto del suo insediamento al comando della Regione Piemonte, era stato informato dal comandante provinciale di Novara che già dal mese di giugno 1992 erano in corso delle indagini, sollecitate dalla stazione di Monreale, per ricercare in Piemonte tale Di Maggio, indicato da fonte confidenziale come soggetto capace di fornire notizie utili su Giovanni Brusca, che ne aveva ordinato, con tutta probabilità, l' eliminazione.
Egli, grazie a quell'operazione condotta in contrada Ginostra, fu, pertanto, in grado di cogliere subito la rilevanza investigativa del nominativo che gli veniva fatto e, collegandolo alla possibile presenza in Piemonte anche del Riina, forse malato, decise, senza riferire a nessuno l'episodio del 1989, di attivare, in segretezza, un gruppo di investigatori con il compito di ricercare eventuali tracce sul territorio della presenza del boss corleonese.
Il personale di Novara, intanto, aveva proseguito gli accertamenti e le ricerche sul Di Maggio ed a dicembre il comandante provinciale gli aveva comunicato che erano riusciti infine a localizzarlo a Borgomanero. Per tali ragioni, quell'8.1.93, quando il medesimo comandante lo chiamò comunicandogli che avevano arrestato il Di Maggio e che questi aveva dichiarato di avere informazioni da riferire su Salvatore Riina ed aveva altresì richiesto la presenza dell'ufficiale più alto in grado, il gen. Delfino si precipitò negli uffici del Nucleo Operativo del Comando Provinciale di Novara, ove iniziò a raccogliere le spontanee dichiarazioni del Di Maggio. Oltre la mezzanotte arrivò anche l'allora magg. Balsamo, insieme al mar.llo Merenda, che. dopo poco tempo, una volta puntualizzate con i colleghi le competenze in ordine alle indagini che erano state avviate ed all'arresto che ne era conseguito e superato il problema della riluttanza manifestata dal Di Maggio a parlare con ufficiali del capoluogo siciliano, venne introdotto alla presenza dell'arrestato e partecipò alla verbalizzazione delle sue dichiarazioni.
Si legge nel verbale del 9.1.93, redatto alle ore 2.00 (all. n. 14 della produzione documentale della difesa De Caprio, acquisita all'ud. del 9.5.05), che il Di Maggio. dopo avere parlato di diversi episodi omicidiari e di varie vicende relative ai boss Riina e Provenzano ed al medico del Riina dott. Cinà, indicò due luoghi nei quali aveva incontrato il Riina, specificando però di non essere in grado di fornirne il nome della via ne il numero civico, nonché le persone incaricate di accompagnare il boss nei suoi spostamenti a Palermo. Raffaele Ganci e Giuseppe, detto Pino, Sansone.
Quanto al primo luogo, fece un disegno della zona e lo descrisse come una villetta, ubicata nel quadrivio tra via Regione Siciliana, via Leonardo Da Vinci e via Notarbartolo, nella quale aveva visto circa cinque anni prima entrare il Riina accompagnato da Raffaele Ganci. Aggiunse che accedendo da via Leonardo Da Vinci, sulla destra, in una via di cui non conosceva il nome, ci si immetteva in un fondo ove era ubicata questa villa, tutto delimitato da un muro di cinta e, tramite un cancelletto in ferro di grandezza appena sufficiente a far passare una piccola auto, si accedeva ad un giardino al centro dei quale vi era una vecchia casa, probabilmente di proprietà di Sansone Tanino, che provvedeva agli spostamenti del Riina. Sempre nello stesso quartiere, circa 300 metri prima della villetta di cui sopra, sul lato sinistro di viale Regione Siciliana. in direzione aeroporto, sulla sinistra di via Leonardo Da Vinci, ubicò la seconda casa doveva aveva incontrato il Rima, al primo piano di una abitazione cui si accedeva tramite un cancello automatico che gli era stato aperto da un uomo che abitava al piano terra. Inoltre, il Di Maggio dichiarò di ricordare. visivamente, anche altri luoghi e di poterli individuare una volta presente fisicamente a Palermo, ed indicò in Vincenzo De Marco, abitante a S. Giuseppe Jato, colui che tutte le mattine si recava a Palermo con la sua autovettura tipo Golf a prendere i figli del Riina per accompagnarli a scuola ed andarli a riprendere, mentre in un certo Salvatore di Palermo, cugino di Salvatore Biondolillo, un soggetto che aveva il compito di precedere con la sua auto quella dei Riina, in ogni suo spostamento, per controllare la sicurezza del percorso e dare il via libera. Subito dopo questi colloqui, secondo quanto dichiarato dal gen. Delfino in data 21.2.97 alla Corte d'Assise di Caltanissetta e dal dott. Caselli a dibattimento ud. 7.11.05), il primo comunicò telefonicamente al secondo, il quale si sarebbe dovuto insediare il 15.1.93 come nuovo Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, che era stato catturato un soggetto il quale poteva rivelare notizie utili all' individuazione di Salvatore Riina ed il dott. Caselli gli chiese subito di convocare presso il suo ufficio
anche l' allora col. Mori, presente a Torino quel giorno, come sapeva per il fatto che avevano convenuto un appuntamento per il pranzo assieme al col. Sechi. Come seconda cosa il dott. Caselli informò telefonicamente ti Procuratore Aggiunto di Palermo dott. Vittorio Aliquò, al quale spettava sino al suo insediamento la responsabilità nella direzione e nel coordinamento delle indagini antimafia, in modo che fossero avviate tutte le attività necessarie e si cominciasse a predisporre il futuro trasferimento del collaborante a Palermo.
Il gen. Delfino, all' appuntamento presso il suo ufficio con il dott. Caselli ed il col. Mori, illustrò la nuova emergenza investigativa. riferendo anche tutti i particolari della vicenda.
La scelta di coinvolgere il ROS, che il dott. Caselli ha rivendicato come propria ed esclusiva, fu dovuta sia, e soprattutto, alla considerazione che nutriva per la persona di Mario Mori, con il quale aveva instaurato negli anni un rapporto fiduciario di intensa e proficua collaborazione in occasione delle inchieste portate avanti contro il terrorismo, sia al fatto che il ROS era in quel momento impegnato in azioni antimafia con proiezioni sul territorio siciliano.
A quella data il dott. Caselli ignorava i contatti che (Mario Mori aveva intrapreso ormai da diversi mesi con Vito Ciancimino, cosi come solo successivamente venne a conoscenza del fatto che i rapporti tra il Mori e l' allora comandante della Regione Piemonte Delfino si erano da tempo irrigiditi.
I verbali contenenti le dichiarazioni del Di Maggio furono spedite in plico chiuso a Palermo e recapitati da Giorgio Cancellieri (v. deposizione del medesimo all'ud. 6.6.05), all' epoca comandante della Regione Sicilia, al dott. Aliquò che immediatamente dispose l'invio di alcuni magistrati a Novara per prendere contatto con il collaboratore e riportarlo a Palermo.
Il giorno 11.1.93 Baldassare Di Maggio fece rientro a Palermo, ove fu affidato in custodia al Gruppo 2 del Nucleo Operativo, il quale dapprima lo
sistemò nei propri locali sotterranei della stazione di Monreale per poi trasferirlo, per motivi di sicurezza, presso il Comando della Regione Sicilia. Il vicecomandante operativo della Regione, col. Domenico Cagnazzo, convocò una riunione con i comandanti del Nucleo Operativo, magg. Balsamo e cap. Minicucci, la sezione distaccata del ROS, che stava già lavorando sulla famiglia Ganci, e la sezione anticrimine per coordinare le attività investigative che andavano condotte a riscontro ed in conseguenza delle nuove informazioni fornite dal collaboratore.
II medesimo Cagnazzo, si legge nella direttiva del 12.1.93 (all. n. 15, doc. difesa De Caprio), affidò, per competenza territoriale, al gruppo I le indagini su Salvatore Biondolillo ed Angelo La Barbera, da svolgere unitamente al ROS, al gruppo 2 quelle su Vincenzo De Marco, Anselmo Francesco Paolo ed altri; gli accertamenti sulle abitazioni di via Uditore, nonché su quelle site dietro la clinica "Casa del Sole", altro luogo di cui aveva parlato nel frattempo il collaboratore, e sui Sansone furono affidati anch'essi al gruppo I ed al ROS, al quale spettava altresì continuare i servizi in corso sui Ganci.
Pertanto, la sezione comandata dal cap. De Caprio avrebbe dovuto collaborare e coordinarsi con il gruppo I del Nucleo Operativo, per le investigazioni da condurre sia in ordine ai luoghi indicati dal Di Maggio nella zona Uditore che in relazione ai Sansone. Osserviamo come si svilupparono in concreto ciascuno di questi filoni investigativi.
Su Vincenzo Di Marco (che sarà arrestato solo in data 6.2.93) venne predisposto il 14.1.93, a cura dei gruppo operativo dei CC di Monreale e di S. Giuseppe Jato, un servizio di osservazione presso la sua abitazione, con esito negativo.
In merito al Biondolillo, l' indicazione di tale cognome si rivelò in un primo momento erronea in quanto non corrispondeva a nessun soggetto di possibile rilevanza ai fini delle indagini. Tuttavia, in data 12.1.93, il Di Maggio, nel corso di uno dei sopralluoghi effettuati con il mar.llo Rosario
Merenda del gruppo 2 del Nucleo Operativo, ne indicò l'abitazione in via San Lorenzo, sicché si pensò di mostrargli la fotografia di un certo Salvatore Biondino, residente in quella stessa zona e già all' attenzione delle forze dell' ordine: questa intuizione investigativa consenti l'identificazione del Biondolillo proprio nel suddetto Biondino (v. deposizione di Marco Minicucci all'ud. del 25.5.05). Quanto a Giuseppe, detto Pino, Sansone, si accertò inizialmente l'esistenza, tramite accertamenti anagrafici, di circa sedici individui che avevano quelle stesse generalità.
Il mar.llo Merenda, come attestato nelle relazioni di servizio a sua firma del 12 e 13.1.93 (riferite alle attività svolte nella notte del giorno precedente, all. n. 2 doc. difesa Mori), fu incaricato di eseguire, personalmente i sopralluoghi con il collaboratore Di Maggio sulle località che quest'ultimo aveva indicato.
A tal fine effettuò le seguenti individuazioni: 1. cancelletto alla via Uditore n. 13/a (cd. Fondo Gelsomino), che veniva riconosciuto come quello dì pertinenza della vecchia casa ove il Di Maggio aveva dichiarato di aver visto entrare il Riina circa cinque anni addietro in compagnia di Raffaele Ganci; 2. villino La Barbera in via Castellana; 3. casa "Pauluzzu" in via Mammana; 4. via Casa Del Sole dove il Di Maggio riconosceva esservi l'impresa di calcestruzzi Buscemi; 5. Casa Del Sole, via Villalba, dove ubicava il pollaio usato dal Riina per i suoi incontri: 6. l'abitazione di Salvatore Biondolillo e cugino in zona S. Lorenzo; 7. uffici del Sansone ubicati nel condominio di via Cimabue n. 41 (individuati solo alle ore 23 del 12.1.93); 8. casa in via Asmara: 9. villino a 300 metri dalla chiesa ed abitazione in località Aquino che non era possibile individuare.
Per come ha riferito il teste Merenda (ud. 16.5.05) il Di Maggio aveva anche individuato un altro luogo di pertinenza di Giuseppe detto Pino Sansone: lo stabile sito in via Bernini dove risiedevano gli uffici di alcune sue società, che era situato a circa 200/300/400 metri più avanti, sulla
sinistra, rispetto al complesso che solo in seguito verrà localizzato ai nn. 52/54 di via Bernini.
A quel punto l' individuazione di Giuseppe (Pino) Sansone era completata e consentiva di identificarlo in uno dei fratelli Sansone, imprenditori edili e titolari di diversi organismi societari. Tra i quali la SICOR. l'AGIRSAN, la ICOM, l'Edilizia Sansone tutti aventi sede in via Cimabue n. 41, e la SICOS con sede a via Bernini n. 129 (cfr. decreti di perquisizione e verbali di sequestro del 2 e 3 febbraio 1993, all. n. 29 doc. difesa De Caprio).
Il cap. Sergio De Caprio decise di concentrare l'attenzione investigativa proprio su questi individui, e ciò per tre ordini di ragioni. La prima, in quanto quel "Pino" era stato indicato dal Di Maggio come la persona che accompagnava il Riina nei suoi spostamenti, assieme a Raffaele Ganci il quale, tuttavia, già sotto osservazione del ROS da ottobre 1992 (ed il servizio sarebbe continuato sino alla data del suo arresto nel giugno 1993) non era mai stato visto in compagnia del Riina, né aveva fornito elementi utili per la sua individuazione; la seconda, perché il nominativo Sansone era già emerso, come riferito dall'imputato e confermato anche dalla dott.ssa ilda Boccassini (sentita all'ud. del 21.11.05), nel corso del processo Spatola Rosario + 74 (sentenza n. 1395 del 6.6.1983), per cui si trattava di soggetti che già da tempo intrattenevano contatti con l'organizzazione criminale; la terza, in quanto Domenico Ganci, nel corso di quel pedinamento eseguito dalla sua sezione il 7.10.92. aveva fatto perdere le sue tracce proprio in via Giorgione, ovvero in una via limitrofa a quelle ove - si era scoperto - erano ubicati i loro uffici.
Conseguentemente, dal 13.1.93 furono sottoposte ad intercettazione telefonica (cfr. verbale relativo alle operazioni di ascolto, all. n. 27 doc. difesa De Caprio) le utenze intestate a Sansone Gaetano, alla moglie Matano Concetta, alla sua ditta individuale ed alle società a r.l. SICOS, SICOR, SOREN, nonché quella intestata alla ditta individuale Sansone Giuseppe.
Nella stessa giornata (13 gennaio), il mar.llo Santo Caldareri, im servizio alla prima sezione del ROS, eseguì (come riferito all'udienza del 29.6.05), su ordine del suo comandante De Caprio, approfonditi accertamenti anagrafici e documentali sui fratelli Sansone, dai quali emerse che Giuseppe, pur risiedendo come gli altri in via Beato Angelico n.51, era titolare di un'utenza telefonica fissa numero 0916761939 sita in via Bernini nn. 52/54.
Questo dato risultò importantissimo per l'imputato De Caprio, in quanto il prolungamento di quella via Giorgione, dove ad ottobre si era dileguato il Ganci, andava a terminare proprio su via Bernini, in prossimità del numero civico 52/54: ne risultava, anche per questa via, confermato il sospetto circa l'importanza che i Sansone avrebbero potuto avere per le attività investigative che il ROS aveva in corso, prima fra tutte quella diretta alla ricerca del Riina.
L'imputato inviò, nel pomeriggio di quello stesso 13 gennaio 1993, due componenti del suo gruppo, i mar.lli Riccardo Ravera e Pinuccio Calvi (coma da loro deposto all' udienza del 15.6.05), ad effettuare un sopralluogo presso quei numero civico di via Bernini, ove i due operanti accertarono l'esistenza di un complesso di villette, cui si accedeva tramite un cancello automatico che consentiva il passaggio delle auto, nonché, sui citofono, il nominativo dei Sansone e delle rispettive mogli. Pertanto, risultava accertato che i Sansone. pur risiedendo formalmente altrove, abitavano in quel complesso residenziale. Venne allora inoltrata alla Procura della Repubblica una richiesta urgente di autorizzazione all'intercettazione telefonica dell'utenza fissa di titolarità del Sansone, localizzata all'interno del complesso, in merito alla quale le operazioni di ascolto iniziarono il giorno seguente, 14.1.93, alle ore 16.50 (cfr. verbale relativo alle operazioni di ascolto. all. n. 27 difesa De Caprio), protraendosi sino al 20.1.93, data in cui verrà emesso dalla Procura della Repubblica un decreto di revoca.
In quei giorni, sino alla data dell'arresto di Salvatore Rima, si svolgevano con cadenza quotidiana riunioni operative tra i due gruppi della territoriale ed il ROS, alla presenza dell'Autorità Giudiziaria, al fine, fondamentale per il buon esito delle iniziative intraprese. dello scambio di informazioni e del raccordo dell'attività svolta. Una di queste ebbe luogo proprio quello stesso 13.1.93, con il proposito specifico di fare il punto sulle indagini relative ai luoghi che il Di Maggio aveva riconosciuto e di decidere gli sviluppi investigativi che andavano intrapresi.
Tra questi luoghi, l'attenzione era senz'altro focalizzata sul cd. "fondo Gelsomino", che il Di Maggio aveva prima indicato come area nella quale si trovava la vecchia casa dove aveva visto entrare il Riina in compagnia di Raffaele Ganci, anni addietro, e poi aveva esattamente individuato in sede di sopralluogo nella via Uditore n. 13/a.
Nel corso della suddetta riunione, il vicecomandante col. Cagnazzo ed il procuratore aggiunto dott. Vittorio Aliquò proposero, di comune accordo, di eseguire una perquisizione del manufatto che si trovava all'interno del fondo, il quale, nel frattempo, era già stato oggetto di riprese fotografiche effettuate per via aerea.
In quest' occasione emersero per la prima volta due diversi orientamenti investigativi, tra loro contrapposti: | ||||||||