Your browser doesn't support java or java is not enabled!
home | ambiente | antimafia | apache | artisti di strada | poesiazione | hackers | writers | amici

ULTIMO
Perche'
L'addio
Le idee
Le interviste
Speciale
Contatta ultimo

STORIE

Senza celebrare. Disegnare e liberare.

 

Storie di Writing

 

 

 

DEPOSITO 37


 "Dal momento in cui mi è stato suggerito di scrivere un articolo sul writing (graffiti, non letteratura!) mi sono trovato in serio imbarazzo…mi sono venuti in mente fiumi di parole scritti sull'argomento da parte di chi, ritenendosi a ragione o a torto autorità in materia, pretendeva di fornire su questa cosa (fenomeno? Cultura?) una visione univoca e pure un po' filosofeggiante che non mi è mai piaciuta. Il motivo di fondo del mio imbarazzo è che, parlando di quello che per me significa dipingere, è sempre presente il rischio di cadere nella stessa presunzione di chi spaccia la

propria visione del writing per quella autentica. Se devo essere sincero, mi piacerebbe poter davvero aprire con un "credo" del writer, valido e condiviso da tutti quelli che dipingono, ma prenderei in giro me stesso oltre che chi sta leggendo…con il tempo mi sono trovato di fronte a tanti di quei modi di porsi, da parte di chi dipinge verso quello che sta facendo, che non mi resta altro che presentare la mia personalissima visione di quello che faccio.

Prendere o lasciare! Dopotutto credo che il modo migliore di capire questo curioso fenomeno chiamato graffiti sia non tanto di ragionarci sopra, quanto di fermarsi un momento a guardarlo…per quello che è, nel bene e nel male. Ovvero ragionarlo in termini di estetica anziché di sociologia: se hai davanti un pezzo ti piace? Ti colpisce? Intuisci lo studio delle forme che ci sta dietro? Bene, è più che sufficiente. Ti colpisce il fatto che della stessa persona o crew ne hai visti tanti altri? Meglio ancora. Ma forse andare oltre significa cercare di capire con le testa ciò che va capito innanzitutto con gli occhi; un passo alla volta no? Quando parlo di writing con chi non se ne è mai occupato, la prima domanda che mi sento fare in genere è: cosa ti spinge a farlo? Ogni volta sono risate. Mie, naturalmente…disegno da circa otto anni e ancora non sono in grado di rispondere in maniera soddisfacente a questo basilare e tutto sommato giustificatissimo quesito, devo preoccuparmi? Mah…dopotutto a voi, che vi spinge a rischiare le chiappe per bucare i sistemi informatici? Io penso che non ci sia una grande differenza di fondo tra le due cose…perché al di là di tutte le motivazioni sociali/politiche/culturali ( e chi più ne ha, più ne

metta) che si possono portare, io credo che senza una spinta tanto irrazionale quanto irrefrenabile io non mi infilerei sotto il filo spinato che c'è davanti ai treni né voi tra le maglie informatiche che proteggono la rete. Magari la faccio troppo semplice, ma il bisogno di lasciare il proprio segno più marcato e visibile degli altri è di per se qualcosa che ti basta per continuare, anche se non è sufficiente per spiegarlo a chi vuole capire quello che fai. Del resto credo che questo sia ancora più evidente se trascuro per un attimo più di trent'anni di storia del writing e penso  a quello che era al principio: dei ragazzi che entravano nei depositi della subway di New York e scrivevano il proprio nome sui vagoni per vederli

passare firmati il giorno dopo. Un solo spray, una scritta, tutto qui. La sintesi perfetta. Con il tempo gli spray hanno cominciato ad essere due, poi tre, la scritta ha cominciato a prendere una forma ed uno spessore, con un riempimento ed un outline…con gli anni sono nati i pezzi così come li conosciamo ora. Tutti i discorsi sull'arte, sulla subcultura, sulla ribellione e sul reato sono nati dopo (beh magari quelli sul reato no…). Quello che secondo me non si dovrebbe perdere di vista è la spinta che ha generato qualcosa che tutt'oggi sopravvive, anche se evoluta e cambiata. Quella spinta a lasciare una traccia è la cosa più importante di tutte; finché mi sentirò un writer, il fatto di non lasciare un segno del mio passaggio mi fa sentire come se non esistessi, mi fa sentire come una delle tante facce anonime ed indistinte che affollano il centro il sabato pomeriggio ed i pub la sera per poi dissolversi con l'avvicinarsi del mattino, mi fa sentire inutile in quanto improduttivo…quella folla grigia e schiamazzante non lascia nulla dietro di sé a parte bicchieri vuoti e mozziconi di sigarette. Per me lasciare un segno non significa ricoprire tutto di tags (per altri invece sì…), quanto piuttosto lasciarmi dietro un pezzo…colorato o argento, curato o veloce (ma anche le cose veloci sono curate a modo loro), sul metallo o sul cemento, questo lo stabilisci di volta in volta, quello che ho intorno è una pagina vuota da riempire e non è necessario saturarla di colore (altrimenti poi i colori rischiano di formare una macchia indistinta!)…basta metterlo nei punti giusti. Dopodiché, quale sia il punto giusto e quale sia la quantità giusta, non è dato saperlo perché ognuno lo stabilisce da sé e credo che questo, chi chiede del perché tanti scarabocchi in giro per le città, non lo capisca. Non capisce che il mondo dei writers è quanto di più vicino esista all'anarchia completa ed ognuno agisce libero di fare quel che gli pare (purtroppo, direi a volte), di fare quello che sente. Non ti so dire perché c'è tanta gente che anziché dipingere si limita a lasciare dietro kilometri quadrati di firme, no davvero; al limite, posso solo rispondere che non mi sento di condividerli perché io

voglio lasciare qualcosa che appaghi il mio senso estetico, che può pure essere sì una firma, di tanto in tanto, ma che principalmente significa fare pezzi (dopotutto un pezzo non è che l'evoluzione della firma no? Allora perché non lasciare la firma migliore possibile?). Una sola cosa è certa: se il writing negli ultimi anni è diventato quello che è adesso nei suoi aspetti negativi, la colpa è in parte anche dei media che tanto si danno da fare per ridicolizzarlo e criminalizzarlo, facendoci passare tutti come tanti ragazzini annoiati e senza niente di meglio da fare. Infatti anni fa chi ci

getta addosso fango in maniera indiscriminata ha trovato molto redditizio spingere e cavalcare l'onda della moda hip hop, trasformando un movimento fondamentalmente underground in una pagliacciata da vetrina del centro…e di pari passo l'hip hop ha trascinato sotto le luci della ribalta tutto quello che bene o male gli è collegato da sempre, tra cui il writing (beh…a me il reps fa cagare salvo una o due eccezioni…ma questo è un altro

discorso).Qualche milione di ragazzini dai 13 anni in su è stato per anni bombardato di canzonette rap-radiofoniche (grazie articolo 31, grazie gemelli diversi, grazie a tutti idioti!) e di graffiti da centro commerciale; il ghetto style ha cominciato ad imperversare ed è finito per diventare, con annessi e connessi debitamente distorti, patrimonio delle mtv-generations a venire; ora la cosa si sta spegnendo lentamente, evidentemente ha smesso di essere redditizia e chi fino a ieri ci ha sguazzato ora può finalmente smontarla per fare spazio a qualcos'altro. Ma intanto ha prodotto effetti collaterali che dureranno a lungo, soprattutto nel writing. Ha prodotto ondate di writers ignoranti delle regole fondamentali di comportamento, delle radici profonde di quello che con tanta leggerezza fanno e di quello che chi è venuto prima di loro ha fatto; ha creato sciami di graffitari per moda (sì, graffitari, loro meritano quel termine orribile!) che prendono in mano uno spray solo per ostentare il fatto di essere dei veri bomber. Forse passerà, il tempo farà selezione e rimarrà solo chi ci crede davvero…ma nel frattempo la babilonia che si è venuta a creare è il motivo per cui dico che ora parlare del writing in maniera univoca è sostanzialmente impossibile. Ma

dopotutto, pensandoci, questo può essere anche un bene: forse poter dare definizioni rigide di un fenomeno ha troppo il sapore di etichettamento (detto in un momento in cui il "no-label" sta diventando la moda del momento la cosa è pure azzeccata, no?). Forse, ben venga che ognuno possa parlare solo della propria idea del writing e di quello che fa, perché se la pensassimo tutti allo stesso modo dipingeremmo tutti nella stessa maniera e mi sentirei di nuovo parte di un tutto uniforme…già, forse è meglio portare avanti un discorso proprio e raccogliere la sfida che l'evolversi delle cose comporta.

Chi è che diceva "ciò che non mi uccide mi renderà più forte"? Per concludere mi permetto di rubare una frase di Noem dei DSP…non volermene, la uso sfacciatamente perché è una bella sintesi: "…no vandals, no true skool, never aristofreaks, nowhere kings, lords of nothing…just rebel. Just me."  

 

WRITERS  
Perchè
Le metropoli
Immagini
Storie
Metropoli e personalità
Il sondaggio

 

ARTE
Daim.org
Loomit
Terorist.czch
Czeck
Polonia
New York 149st
Germany
Eyegasm
Dare.ch
Wow 123

 

ARTE
Rebelz DSP
Etruria Rkor
La Cremeria
Stradanove
Graffiti art crimes

 
LIBRI
Sketchbook
 
CINEMA
Wild Style
Style Wars


home | ambiente | antimafia  | apache | artisti di strada | poesiazione | hackers | writers | amici
info@capitanoultimo.it