“Contro il terrorismo ieri, contro la mafia oggi, Dalla Chiesa ci ha insegnato che la strategia vincente è la guerra a tutto campo: militare, politica, psicologica”. A partire dal libro scritto dal figlio Nando, un’occasione per ricordare un ufficiale che nell’Arma in molti ritengono un modello ideale.
Daria
Lucca - Roma
Il
GENERALE aveva inventato un metodo investigativo da utilizzare contro i fenomeni
criminali complessi. Non mi interessano le opinioni su di lui, mi interessa che
si riconosca la bontà di quel metodo”. Nell’ufficio di Ultimo il
riscaldamento è spento, in ragione della sua filosofia di guerra:” Come posso
resistere 24 ore appostato al freddo se poi passo il tempo attaccato a un
termosifone?”. Anche la stanza è spoglia. Ascetica, nel suo disordine logico.
C’è poco ma c’è tutto ciò che identifica il proprietario. Le scrivanie
sepolte sotto gli atti processuali e i rapporti investigativi che legge e
rilegge quando non è fuori in azione, il badge del suo gruppo (Crimor), la foto
del cane, un po’ di pubblicazioni sui pellerossa (due anni fa ha incontrato un
capo indiano, ed è stata anche quella un’esperienza), una bottiglia di
“rosso internazionale”, vino del Piceno con la faccia di Che Guevara
sull’etichetta. E due copie dell’autobiografia di Carlo Alberto Dalla Chiesa
curato dal figlio Nando. Perché due? “Una è la mia, l’altra è di un
collega del Ros con cui ci siamo scambiati un po’ di impressioni”.
L’idea
di recensire la storia di un carabiniere assieme a chi veste la stessa uniforme
era intrigante. E anche controcorrente, in tempi in cui sugli uomini dell’Arma
si spara (metaforicamente parlando) piuttosto volentieri. La scelta
dell’ufficiale che ha messo il sale sulla coda a Salvatore Riina era motivata
dalla sua fama ma anche dalla sua spiccata personalità. Quanto alla figura del
Generale, a rinverdire il ricordo dei suoi successi ci ha pensato a Natale il
presidente Scalfaro, concedendo alcuni provvedimenti di grazia proprio ad alcuni
esponenti di quel terrorismo che lui contribuì in maniera determinante a
sconfiggere.
Che
cosa rappresenta, il generale, per voi giovani ufficiali che non l’avete
conosciuto?
Non
l’abbiamo incontrato per ragioni anagrafiche, ma ne abbiamo seguito il
percorso, le teorie, i risultati. Per me e per alcuni miei colleghi, per il
maresciallo e per il brigadiere, Dalla Chiesa è
la figura del generale d’azione.
Il comandante ideale, quello che pretende da te le medesime cose che pretende da
se stesso. La maggior parte dei comandanti sta fuori dell’azione: la
indirizza, la segue, ma non la pratica. Lui, invece, come ricorda il figlio,
dava l’esempio in prima persona: passeggiava in divisa nel centro di Milano,
nel pieno della lotta contro il terrorismo, per dimostrare la sua presenza,
anche fisica, sul campo di battaglia.
Insomma
un modello da seguire?
Per
molti ma non per tutti. Dalle pagine del libro emerge vivida la descrizione
dell’isolamento vissuto in alcuni periodi dal generale anche dentro l’Arma
dei carabinieri.
Una
personalità rivalutata soprattutto dopo la morte?
Dipende
da che punto di vista: non del tutto, se si considera che i suoi insegnamenti
non hanno fatto scuola fino in fondo.
Che
significa?
Manca una didattica permanente che sia frutto dell’esperienza maturata negli anni delle indagini sul terrorismo. Chi si interessa dei suoi sistemi, lo fa a livello personale: non c’è un riconoscimento istituzionale dei suoi metodi.
I
veri depositari di quei metodi sono coloro che hanno collaborato direttamente
con il generale, come il colonnello Mario Mori che oggi comanda il Ros. Per
quanto io l’ ho assorbito, il sistema di Dalla Chiesa si basava sul principio
di aggredire il fenomeno criminale nella sua globalità, superando limiti e
vincoli territoriali. Contro organizzazioni complesse e distribuite
sull’intero territorio, che abbiano caratteristiche globali, è necessaria una
visione unitaria di contrasto. Un’organizzazione criminale di questo tipo non
si può sconfiggere partendo dai singoli reati, ma attaccando il piano
associativo. Bisogna trovare le persone che la costituiscono e mettere in
evidenza i livelli gerarchici in cui si articola. Poi si otterranno anche le
prove per il singolo omicidio, ma l’obiettivo è scoprire l’associazione,
come è composta, come si sviluppa, che progetti persegue. Così si arriva a
disarticolare la matrice criminale dell’organizzazione.
Sbaglio,
o lo stesso approccio calza a pennello con la mafia?
A
mio parere, si tratta di criteri investigativi applicabili ovunque si debba
contrastare una criminalità di tipo associativo, che supera limiti e spazi
locali. Vorrei aggiungere che il generale pretese, nella sua struttura
antiterrorismo, che gli uomini studiassero in profondità le organizzazioni
della lotta armata, in modo da riuscire a pensare con le stesse logiche
dell’avversario. In questo modo, il nucleo speciale venne messo in grado di
prevedere l’evoluzione della minaccia. Mi pare la maniera migliore di
utilizzare il piano analitico: interiorizzare l’avversario, pensare come lui,
capirne le vulnerabilità per poi colpirlo.
E
dal punto di vista operativo?
Nella
lettera al ministro Rognoni, al tempo dell’incarico extra legem, Dalla Chiesa
si lamenta perché non ha ottenuto la indispensabile “univocità di indirizzo
e di azione”. L’intera sua esperienza dimostra che, contro un fenomeno a
diffusione nazionale, l’attività operativa va diretta da una struttura
centrale. Ovviamente, va tenuto presente che Dalla Chiesa ha praticato uno
scontro in cui l’obiettivo era la distruzione dell’avversario, non il suo
contenimento.
In
tempi di polemiche sulla gestione territoriale del Ros, il suo è un messaggio?
Non
discuto sull’utilità delle strutture territoriali, ma la funzione operativa
centrale è fisiologica alla lotta. Chi lo nega, nega la lotta stessa. Ma non
fermiamoci al puro terreno militare, faremmo un torto al generale. Dalla Chiesa
sapeva che il terrorismo aveva motivi di ordine sociali enormi. Come lo sapeva
per la mafia: si veda in proposito il discorso agli studenti del lice Gonzaga.
Per questo lui praticava un terreno più politico della lotta. Ad esempio: il
terrorismo pretendeva di essere l’avanguardia della classe operaia? Lui gli
contrapponeva un’avanguardia militare intorno alla quale creare il consenso di
sicurezza delle istituzioni per dare forza anche ai settori sociali contrari
alla lotta armata.
Ma
soprattutto, non fu il teorico dell’impatto psicologico?
Sistemi
vincenti con il terrorismo, ma con la mafia?
Gli
effetti dell’impatto psicologico sono sempre buoni. Servono grande efficienza,
preparazione accurata e soprattutto trama investigativa permanente. Se lavori in
maniera continua riesci ad interiorizzare i meccanismi mentali del tuo
avversario, chiunque sia, e a
diventare il suo incubo. La mafia pratica il controllo capillare del territorio?
Va contrastata con le stesse sue tecniche, con l’anonimato e una funzione
operativa centrale. D’altra parte, anche per i nostri uomini, partire da basi
differenti da quelle in cui poi si opera, è una garanzia di sicurezza. E
diventa un fattore di successo. Non si può rinunciare ai fattori di successo,
salvo ammettere che non si vuole vincere.
Ha
mai percepito paura di voi tra le fila di coloro che combattete?
I
mafiosi hanno paura di ciò che non conoscono, non capiscono, non riescono a
gestire, e di coloro che non riescono a comprare o a uccidere. Hanno paura di
non sapere chi li sta seguendo, di non poterci individuare, di non conoscere le
nostre facce, di dover combattere le ombre. E poi, dimenticavo: creare il
sospetto tra gli amici, i fratelli. Questo è l’impatto psicologico, anche.
E
il metodo di Ultimo?
Le
prove ci vengono fornite da quegli stessi che poi portiamo in tribunale,
attraverso l’osservazione e il controllo. Non ho mai fatto un colloquio
investigativo. Non ho mai fatto acquisti simulati di stupefacenti: semmai solo
ritardati arresti, perché eravamo in condizione di vedere e sentire,
fotografare e registrare gli acquisti e i confezionamenti , non c’era bisogno
di comprare la merce.Considero la qualità della prova che esibisci contro una
persona parte decisiva della civiltà giuridica.
Che
può dirci sulla caccia ai latitanti?
I
latitanti vanno visti come un momento investigativo qualificante per contrastare
l’organizzazione. Sono l’espressione operativa dell’associazione, sono
criminali permanenti. La caccia ai latitanti deve essere un momento operativo
centrale, un momento di unione e non di scontro, intorno al quale organizzare
l’attività nel territorio, utilizzando la caratteristiche dei vari gruppi di
contrasto esistenti, territoriali e centrali. La sinergia è vincente, ma deve
essere calata, in un clima disteso,
rasserenato dal presupposto che in tutte le componenti istituzionali c’è la
volontà di contrastare il nemico.
Del
generale era leggendaria la capacità di scegliere gli uomini. Anche Crimor, è
leggendaria per la sua composizione?
Crimor
è un’idea mutuata dall’esperienza di Dalla Chiesa, uomini scelti in base a
criteri di qualità umane e non di pura gerarchia. Noi siamo un piccolissimo
gruppo, ma i meccanismi interni sono gli stessi: la partecipazione, la
condivisione. Abbiamo mangiato tutti alla stessa tavola, dormito nella stessa
camerata. Tra noi si discute per ore e prevale sempre l’idea migliore,
chiunque l’abbia proposta.
Che
tipo di carabiniere era, Dalla Chiesa?
Non
era un tipo, era il carabiniere. E basta.
Era
uno che si preoccupava delle condizioni materiali dei suoi uomini: dagli arredi
delle stazioni alle divise. Perché?
Secondo
me, era un ufficiale che intende il comando come tramite per conseguire
determinati obiettivi. In questo senso, i suoi uomini non erano nulla di diverso
da lui. La divisa era la sua immagine, quella di suo padre e della sua famiglia,
l’Arma. Era quindi un modo per dare pari dignità a tutte le persone che
svolgevano lo stesso lavoro.
Hai
in mente il discorso hai giovani ufficiali di Palermo?
Quello
è un esempio di come il generale abbia adattato il modello partecipativo
all’organizzazione militare e alla gerarchia: il subalterno deve partecipare
all’attività e alle decisioni. Non si deve contrapporre il superiore
all’inferiore, ma condividere l’attività. Il comando è un’arte, che si
realizza nella sensibilità degli uomini con cui dividi la lotta.
Lo
sta dipingendo come un rivoluzionario?
La
sua forza rivoluzionaria, innovativa, dentro la struttura in cui operava, era la
capacità di trasformare la lotta alla criminalità in lotta complessiva contro
la prevaricazione. Dalla Chiesa era grande perché era un guerriero, come Don
Ciotti, per citare un esempio apparentemente agli antipodi, come tutte le
persone che, su tutto, lasciano prevalere il senso dell’umanità, la
condivisione della sofferenza, la ribellione alla sopraffazione, compresa quella
commessa in casa propria. Secondo me, Dalla Chiesa dovrebbe essere insegnato a
scuola.
Il
generale è il suo mito?
No, il mito più bello è quello che viene abbattuto. I miti non devono esistere, quello che conta sono i valori.