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I
PERSONAGGI
AIRONE
gennaio 2001
Mario
Rigoni Stern:
La Montagna che
vorrei
By Antonio Lopez
Senza
elicotteri o
fuoristrada.
Abbastanza
silenziosa da
lasciar vivere i
caprioli, gli
urogalli, e gli
uomini in cerca
di pace.
Questo farebbe,
se fosse
ministro, il
grande vecchio
dell'Altopiano
di
Asiago.
Da lassù guarda
il tempo
ribaltato dall'effetto
serra.
Ma poi,
camminando nei
boschi, trova
ancora la neve a
cui i suoi avi
davano
sei nomi
diversi: uno per
ogni periodo
dell'anno
di Antonio Lopez
Asiago. La neve
appena caduta
rende più
luminoso il
bosco di faggi,
abeti e
larici che
ammanta le
pendici dello
Zebio, monte di
1.767 metri
dell'Altopiano
dei Sette
Comuni, in
provincia di
Vicenza. L'aria
fresca
entra nei
polmoni, libera
la testa.
Intorno, il
silenzio
ovattato della
foresta,
interrotto dal
rumore della
neve che
crocchia sotto
gli scarponi.
Questo è il
mondo di Mario
Rigoni Stern, il
luogo delle
passeggiate che
hanno ispirato
alcuni suoi
racconti,
raccolti ne Il
bosco degli
urogalli del
1962, in Uomini,
boschi e api del
1980, e nell'ultimo
Tra due guerre,
pubblicato alla
fine del 2000
(vedere riquadro
a pagina 110).
In
quest'angolo di
natura
impregnato anche
di storia perché
sulla vetta del
monte c'era un
caposaldo
austriaco che
durante la
Grande guerra
costò
gravissime
perdite ai fanti
della brigata
Sassari di
Emilio Lussu
inizia
l'intervista
sottobraccio all'ottantenne
scrittore, tra i
più amati e
tradotti del
nostro secolo.
"Anche il bosco
parla", mi dice
sottovoce,
mentre risaliamo
la Strada bianca
che porta alla
casera Busette,
pochi chilometri
sopra casa sua. "Anche
d'inverno,
quando sembra
deserto e
silenzioso, ha
mille occhi e
mille
orecchie. E
mille animali
che lo abitano.
Se si va in
silenzio, anche
quando
c'è neve si può
sentire e
scoprire
qualcosa".
Indica le tracce
sulla coltre
bianca: "Quelle
tra gli abeti
rossi sono le
orme di un
capriolo. Più
avanti,
tra i larici, è
passato uno
scoiattolo. Poi
nella parte più
alta della
foresta ci sono
gli urogalli
o galli cedroni
i fagiani di
monte e le
pernici bianche;
mentre in quella
più bassa
vivono i
francolini".
Il senso di
mario per la
neve
Rigoni Stern è
uno
straordinario
conoscitore
della sua terra.
Della quale
può svelare
ogni piega, ogni
angolo, ogni
respiro
naturale. "In
città non ve
ne accorgete più,
ma qui ogni
stagione ha i
suoi silenzi e i
suoi odori.
D'inverno sono i
muri che
parlano.
Attorno, tutto
attorno è
ovattato dalla
neve. E quando
senti passare un
areoplano,
sembra
lontanissimo,
oltre le
stelle. La neve
sugli alberi, la
neve per terra,
la neve sui
tetti porta via
il rumore. Poi,
in primavera,
quando le notti
sono più brevi,
al mattino c'è
il silenzio
della natura.
Sembra proprio
la voce degli
alberi che
incominciano a
svegliarsi.
Arrivano gli
uccelli: i
lucherini per
primi
perché
nidificano anche
con la neve, poi
le cesene, i
tordi e i merli
dal
collare, mentre
i caprioli
cominciano a
chiamarsi nei
boschi. Cambia
la luce
e l'aria ha un
modo diverso di
trasmettere i
suoni. D'estate,
invece, si
sente la voce
della gente:
anche di notte,
perché si resta
svegli più a
lungo. E sembra
che ti entrino
in casa anche se
sono lontani un
chilometro.
Chi è abituato
a camminare, e
sta attento,
avverte anche il
cambiamento
degli odori. L'odore
della primavera
è l'odore della
terra che va in
amore.
Saranno le
radici, sarà il
terreno che si
sgela, i liquidi
che si muovono,
ma il suo
profumo è
diverso. Anche
un cittadino
dovrebbe
riconoscerlo,
così
come si accorge
che l'aria di
montagna è
buona".
Anche la neve
per il grande
scrittore non ha
segreti. Lui la
chiama con i
nomi che
risalgono all'antica
lingua
altotedesca che
si parlava
sull'Altopiano
di Asiago fino
alla Grande
guerra. "La neve
che annuncia
l'inverno si
chiama brishtna,
la prima. Poi
verso la
primavera c'è
l'harnust, la
neve con la
corazza. Perché
il sole di
giorno la
scioglie in
superficie e il
freddo della
notte la
raggela. La neve
è alta, copre
tutte
le pietre, le
fosse, i
cespugli bassi,
i dislivelli del
terreno e di
mattina
puoi andare dove
vuoi perché non
sprofondi e non
hai ostacoli.
Poi c'è la
neve della
rondine, la
swalbalasneea,
che è quella di
marzo. In aprile
cade
quella del
cuculo, la
cuchasneea. Poi
a maggio quella
della quaglia,
la
bactlasneea. E
infine la neve
della vacche, la
kuasneea, che,
se scende
quando gli
animali sono già
negli alpeggi di
montagna, copre
i pascoli e
riduce la
produzione di
latte".
Il bosco da
salvare
Scendiamo al
paese. Tutti gli
sorridono e in
molti si fermano
a salutarlo.
Domenico Stella,
guardia
forestale in
congedo. L'ex
boscaiolo
Tarcisio.
Albino Frigo,
suo compagno di
guerra in
Russia, riuscito
a salvarsi e a
tornare. Ci
fermiamo all'Albergo
Europa, un
vecchio ritrovo
di cacciatori
(l'edificio
originario era
del 1630), oggi
ricostruito. Per
Rigoni Stern
davvero i boschi
non hanno
segreti? "Li
conosco per
istinto. Da
ragazzo
sapevo
distinguere le
erbe buone da
quelle cattive,
le bacche buone
dalle
velenose.
Mangiavo i
mirtilli e non
la belladonna,
anche se nessuno
me lo
aveva insegnato:
era una cosa
naturale. Poi mi
sono applicato
leggendo libri
di botanica,
silvicoltura,
entomologia. Ho
fatto l'apicultore
per trent'anni
e fino a che ho
potuto, ma
quando mi sono
accorto di non
avere la
manualità
necessaria per
fare questo
lavoro, ho
smesso. Ho
regalato le
arnie a un
boscaiolo che
aveva gran
passione. E gli
ho detto: ti do
tutto, ma abbine
cura".
Perché ce l'ha
coi fuoristrada?
"Non solo
con loro, ma
anche con i
cercatori
di funghi e con
gli sciatori che
usano gli
elicotteri per
le discese
fuoripista. Ma i
più incoscienti
sono i ricchi
dell'ultimo
momento: usano i
fuoristrada a
sproposito e
vanno sui
pascoli e in
altri luoghi in
cui non
dovrebbero
andare. Se gli
si dà una multa
la pagano con la
massima
leggerezza, e
magari ripetono
l'errore il
giorno dopo.
Occorre
intervenire,
spiegare che con
quei mezzi
pesanti si rompe
la cotica dove
crescono i
pascoli. E se c'è
meno erba le
vacche danno
meno latte, e ci
rimette il
malgaro. Per i
fungaioli
esistono
permessi, zone,
quantità e
qualità da
raccogliere. Ma
loro spesso non
li rispettano e
si scoprono nei
portabagagli
casse piene di
funghi".
Anche loro fanno
danni al
sottobosco?
"Arrivano
in primavera,
per
raccogliere
prataioli,
spugnole, funghi
di san Giorgio.
Ma nello stesso
periodo i galli
forcelli, i
cedroni e i
tordi,
nidificano per
terra e sui
rami bassi degli
alberi. Passa
una volta, passa
due, tre volte,
ci sono
luoghi dove ogni
cinque-sei metri
c'è un sentiero
segnato da un
fungaiolo.
Quale uccello può
nidificare, fare
la sua cova,
stare sui suoi
piccoli in
una simile
situazione? A
volte incontro i
ragazzi delle
scolaresche di
Marghera, coi
loro visi
pallidi e la
loro tosse, e mi
dicono che
vivono in
un ambiente
disastroso; io
dico che hanno
più diritto di
noi, che stiamo
in
montagna, di
respirare aria
buona. Perciò
venite pure,
camminate per i
boschi,
respirate aria
pulita. Ma
sappiate che i
boschi sono per
tutti. Non
di tutti".
Mai più un'altra
guerra
Rigoni Stern lo
conosciamo tutti
per le nude e
umanissime
memorie di
alpino
che ha scritto
nei libri (Il
sergente nella
neve, Quota
Albania, Ritorno
sul
Don) dedicati a
quei terribili
sette anni di
guerra. Partito
volontario a
diciassette
anni, nel 1938,
per Aosta e la
scuola militare
di alpinismo
"Duca degli
Abruzzi", tornò
a casa,
arrivando da
Graz a piedi, la
sera del 9
maggio 1945. Nel
mezzo, aveva
combattuto nelle
campagne di
Francia, Grecia,
Albania e Russia
ed era stato
prigioniero in
Lituania, Slesia
e Stiria,
patendo venti
mesi di lager.
Così, nel caldo
di casa sua,
davanti a una
tazza fumante di
tisana servita
da Anna, la sua
compagna, si
conclude il
nostro incontro.
"Quando tornai
pensavo di
scavarmi una
tana per vivere
sottoterra",
racconta, ancora
con gli occhi
lucidi. "Mi
sembrava che
fosse
impossibile
vivere ancora
tra persone
civili. Avevo
visto cose, che
quando
le raccontavo la
gente non voleva
credererci. E si
allontanava.
Come
successe al mio
amico Primo
Levi. Eravamo
allo stesso
tempo sommersi e
salvati. Ancora
adesso mi
chiedo: per
quale motivo, o
per quale colpa,
siamo
rimasti vivi?
Forse siamo
rimasti vivi per
poter
testimoniare".
box 1
Il mondo di
Rigoni Stern in
sei titoli:
LE CRONACHE DEL
SERGENTE NELLA
NEVE
Quelli
pubblicati nel
2000, sono "Il
bosco degli
urogalli" e "Tra
due
guerre":
entrambi editi
da Einaudi, come
tutti i libri di
Mario Rigoni
Stern
(una quindicina
circa). Il primo
è la riedizione
di un'opera
uscita nel
1962, tra le sue
più celebri, e
racconta di
cacciatori,
animali
selvatici e
montagne. Il
secondo è la
sua ultima
fatica e
raccoglie 54
storie
ambientate
nei due
conflitti
mondiali e ai
giorni nostri.
Lo scrittore ha
avuto
consenso di
pubblico e vari
riconoscimenti
della critica
(Premio
Campiello
1978, premio
Grinzane Cavour
1996). E di
seguito
ci i due, dei
suoi titoli, che
ama di più.
- Il più caro. "Il
sergente nella
neve, scritto un
anno dopo che
sono
tornato dalla
prigionia (fu
pubblicato nel
1953). Perché
oltre a essere
la
mia voce è
anche quella dei
miei compagni:
quei pochi
che sono
tornati, che non
volevano più
raccontare. Ed
è la
testimonianza
delle tragiche
giornate passate
nella ritirata
di Russia, tra
il 1942 e
1943".
- Il più bello.
"La storia di Tönle,
scritto negli
anni Settanta.
Racconta
di un pastore
fuggiasco delle
mie montagne ed
è stato il mio
libro più
tradotto nel
mondo: dalla
Cina alla
Groenlandia, dal
Giappone agli
Stati
Uniti. Dopo ho
continuato
quella storia
con L'anno della
vittoria, stessi
personaggi, e Le
stagioni di
Giacomo. In
questi tre libri
parlo della mia
gente e della
sua storia, dal
periodo che va
dall'annessione
al Regno
d'Italia fino
all'inizio della
seconda guerra
mondiale".
box 2
Il
Rigoni-pensiero
su effetto serra
e turismo di
massa:
TROPPA PIOGGIA?
Macché. È la
montagna che è
offesa
Effetto serra,
cambiamenti
climatici,
grandi piogge
concentrate in
pochi
giorni provocano
con più
frequenza frane
e alluvioni.
Qual è l'opinione
del
vecchio
naturalista.
- "Le tragedie c'erano
anche prima, ma
oggi con l'informazione
si sa tutto è
subito. Quello
che è cambiato
in peggio è lo
stato dell'ambiente:
abbandono
delle montagne,
fiumi cementati,
aumento
eccessivo di
strade, tetti di
seconde e terze
case che portano
via l'acqua all'assorbimento
del terreno e
la rendono
selvaggia.
Precipita
velocemente a
valle e così l'Adige,
a parità
di pioggia,
arriva ai limiti
di guardia in un
tempo tre volte
inferiore
rispetto a
trenta anni fa".
- Se fosse
ministro? "Proibirei
alle auto di
andare in giro
per boschi e
monti.
Le lascerei
usare per lavoro
a boscaioli e
forestali. Ma a
cacciatori,
sciatori e
vacanzieri le
consentirei solo
fin dove
arrivano il
portalettere
e l'autocorriera.
Camminando si
rispetta l'ambiente
e si trova il
tempo per
riflettere".
- la sua
massima? "I
boschi? Sono per
tutti, ma non di
tutti".
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